Emmaus: icona del desiderio rinnovato

Alla scuola pasquale delle stanchezze sorrette

 È nella sera di domenica scorsa che abbiamo incontrato quest’icona pasquale. Abbiamo invertito, in queste tappe, i brani di Vangelo delle ultime due liturgie domenicali con un’intenzione di fondo: rispecchiare le dimensioni del sentire umano annunciate in anticipo (nostalgia, rabbia, desiderio) nei quadri-di-resurrezione che il tempo pasquale ci offre. Ad accompagnare, infatti, quest’ultima tappa che dall’ottava pasquale ci porterà a Pentecoste, l’assonanza tra il sentire di Cleofa e del compagno all’imbrunire della delusione, con l’orizzonte dei primi brani della Buona Novella.

Il dolore-nostalgia s’è trasformato in rabbia; la rabbia, però, “non basta”. La rabbia per farsi memoriale ha bisogno di Qualcuno (il Risorto) che dall’esterno scuota le nostre coscienze assopite e deluse perché l’ardore del cuore si riaccenda oltre lo stato “emotivo”. Come Giuseppe, nell’Infanzia di Maria, stanco d’essere stanco, così i due viandanti che lasciano Gerusalemme dopo la morte del loro Maestro; così noi che usciamo da Messa, stanchi delle solite cose: in buona fede credenti, ma profondamente “chiusi” al reale rinnovo che la Pasqua ci offre ancora e di nuovo.

Dalle parole sulla Parola, il Maestro, in Luca 24, passerà all’inequivocabile: spezza il Pane. Quel codice condiviso sembra essere password che sblocca le app segrete del cuore. C’è un’erotica del desiderio che Gesù sa offrire. Una forza, cioè, che permetta di desiderare nuovamente e che passa per questa compagnia. Quella stessa compagnia che Maria sperimenta, secondo De André, nella vita al Tempio (dalla letteratura apocrifa) dove si scopre tutta bella, dove vive di questa bellezza in Dio. La bellezza radicale di questa compagnia è ben espressa nel Sogno di Maria, dove lei stessa racconta: Scendemmo là, dove il giorno si perde a cercarsi da solo nascosto tra il verde, e lui parlò come quando si prega, ed alla fine d’ogni preghiera contava una vertebra della mia schiena.

È l’icona dell’Annunciazione. Momento a cui dovrà riferirsi Maria per tutta la vita. Momento-segno che per i discepoli dirompe nella Pasqua. Pasqua che segna un prima e un poi definitivo? Non proprio. Come Cleopa e l’amico, così Pietro, deluso, nonostante abbia già incontrato il Risorto, torna alla vita di prima. Come loro, così noi con i nostri compromessi di sempre: nonostante la prova emotiva e ragionata dell’esperienza di fede non riusciamo a rimanere nella vita nuova e di continuo volgiamo lo sguardo al passato, torniamo alle vecchie abitudini, alle nostre idee, alle “storture” che da sempre ci accompagnano. Non basta, allora, la predisposizione a sentire (nostalgia) e la forza “motrice” della giustizia (rabbia). È necessario – e qui la sapienza liturgica della ritualità! – tornare e ritornare, ri-cominciare perché la memoria riaccenda il desiderio.

Nella ri-resurrezione (quasi una prova provata) che Luca ci offre nella sera di Pasqua a Emmaus, rintracciamo una pedagogia del tramonto. Cioè davanti alla sera, alle stanchezze, ai bilanci sempre negativi che dentro e fuori dalla Chiesa sbandieriamo come apocalisse-raggiunta, il Risorto viene e ironicamente cammina come estraneo accanto a noi. Quest’estraneo, poi, si svela. Quando si svela già non c’è più. È Pasqua di nuovo.

Come per Emmaus, così nei dubbi non solo di Maria, ma di Giuseppe, eterno “secondo” nella narrazione della fede, si vive e s’affronta questa dinamica del tramonto. Ai suoi tramonti non sulle delusioni ma sulle paure future di uomo prestato a una paternità paradossale, risponde Maria, sua sposa ne Il ritorno di Giuseppe, senza parlare: E a te, che cercavi il motivo d’un inganno inespresso dal volto, lei propose l’inquieto ricordo fra i resti d’un sogno raccolto.

Ci sono sogni traditi sul nascere dalle paure (o peggio dai pronostici); altri traditi a posteriori dalle troppe ferite, dalle parti di noi che chiedono “ragioni” a cui non basta la rabbia come risposta; altri ancora, sospesi nella frammentarietà di un quotidiano schizofrenico dove la routine assorbe e prosciuga la forza profetica che ciascun sogno porta con sé. A queste disamine (post-pasquali!) lo Straniero-Risorto non solo giunge per incoraggiare, ma per rivelarsi ancora e dirci: Pace.

L’estetica, l’erotica, infine la mistica del desiderio, sono una scuola di sopravvivenza alle tenebre. Il richiamo del passato, come il canto delle sirene per Ulisse, l’eco delle forze contrarie alla dirompenza del Risorto, si “combatte” soltanto con la reale Bellezza. Certo, per essere vera la bellezza parte dalla “carne”; dall’umano, poi, si apre al respiro ampio dell’Oltre, dell’Altro. Sintesi di questo volteggiamento interiore ci è offerto nelle parole che De André pone sulle labbra di Maria, “condannata” a vivere la fede tra l’Annunciazione-sogno e le contraddizioni-reali: Voci di strada, rumori di gente, mi rubarono al sogno per ridarmi al presente. Sbiadì l’immagine, stinse il colore, ma l’eco lontana di brevi parole ripeteva d’un angelo la strana preghiera dove forse era sogno ma sonno non era – Lo chiameranno figlio di Dio – Parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre.

Questa è la nostra stessa “condanna”. L’impressione nel nostro ventre è il sepolcro: visitato, rivitalizzato, oggi vuoto. Alla tentazione di trattenere il Maestro, s’oppone l’urgenza di testimoniarlo, anche se non lo vediamo, se non lo sentiamo, se non lo tocchiamo più. Emmaus ci fa scuola: sarà il Pane spezzato a restituircene la Presenza. Se ci fosse più “chiaro”, poi, che la Pentecoste non era “prevista”, ma è stata scoperta ulteriore per quei primi testimoni, forse anche noi cominceremmo di nuovo a desiderare sul serio. Oltre la nostalgia, quindi, e oltre la rabbia-risorta, buona attesa a ciascuno: buon desiderio, cioè, di recuperare il nostro Sogno, perché sia infuocato dallo Spirito.  Solo con lo Spirito Santo c’accorgeremmo che nella consequenzialità della nostra routine c’è un anello che ci avvolge: la nostalgia di Lui, la rabbia alle sue mancate risposte, il desiderio (altra faccia del dolore) che, come Passione, ci riaccende e ci mette in cammino per tornare dagli altri a dire con forza: davvero il Signore Risorto è apparso! (Lc 24,34). Buona Pasqua, allora, di desiderio: quando mi chiese – Conosci l’estate? – io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento.

di Francesco Ferrandino

Articoli correlati

Cambiare lo sguardo

Commento al Vangelo Mt 13,1-23 «Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire

Oltre le merci, il volto umano del mare

Dall’appello di Papa Leone XIV a Lampedusa alla devozione di Ischia Ponte – Riflessioni sulla giornata dei marittimi tra solitudini globali e porti di accoglienza ​Il mare unisce ciò che

La foresta continua a crescere

Dopo aver dedicato la nostra riflessione di domenica scorsa a un evento che ha toccato la Chiesa universale, torniamo alla nostra Chiesa locale, volgendo lo sguardo al mese che è