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Oltre la nostalgia, la rabbia “pasquale”

Le piaghe bussano al cenacolo degli indifferenti

In un gioco d’anticipi e di rimandi, l’immagine di Tommaso in dubbio che incontriamo domenica si presta ad augurarci oggi una “buona” Pasqua. Se le Palme sono state accompagnate dal tono nostalgico dei brani finali della Buona Novella, facciamo Pasqua oggi con i moti “furiosi” di una Madonna scomposta che non solo sembra rispondere ai dubbi del discepolo che manca all’appuntamento, ma che grida ai delusi e disillusi e ai “sospettosi” che ancora barattano la Resurrezione del Figlio con un “lieto fine immaginario”: mio Figlio Vive. Sei tu che non vuoi vederlo!

A questo grido accorato della Madre, s’aggiunge come in una polifonia, l’abisso di dolore delle madri (e dei padri) che sperimentano in questa vita l’innaturale dolore di perdere figli. E all’indifferenza fatta di “spallucce” e di cuoricini lasciati nei commenti sui social, risponde il coraggio di Chi la Pasqua ce l’ha stampata dentro. Quell’Ave Maria, interpretata da molti cantanti, è eco di questa rabbia portata con garbo, da Maria, dalle Marie contemporanee: Femmine un giorno e poi madri per sempre nella stagione che stagioni non sente.

Nel dialogo struggente di Maria nella bottega d’un falegname possiamo sostituire al falegname non solo i dubbi di Tommaso ma tutta la capacità, già intercettata nel testo precedente, di scrollare che appartiene all’uomo contemporaneo. Il falegname sono io, siamo noi. Come lui anch’io non faccio altro che il mio mestiere. Eppure, la rabbia di Maria mi sta davanti. Con Lei, il coro dell’abisso altrui: “Alle tempie addormentate di questa città pulsa il cuore di un martello, quando smetterà? Falegname, su quel legno, quanti corpi ormai, quanto ancora con la pialla lo assottiglierai?”. Non sono le voci lontane delle madri sotto le bombe o di figli gravemente malati. Sono le voci e i volti delle mamme e papà: di Mariano, Francesco, Marianna, Giovanni, Mikela che sulle nostre strade hanno dato la vita; di Antonia, Artemisia, Giovanni che col dolore della malattia hanno salutato il nostro presente. Insomma, è il Cenacolo della nostra isola a cui bussa Cristo. Bussa per le mani delle tante Maria che vivono qui e mostra ancora le sue piaghe.

Alle istantanee traumatiche che ciascuno porta con sé e che intaccano la vita come morso d’animale velenoso, risponde non solo lo stato istintivo (animale?) del dolore, ma quello sguardo interiore che interpella e che fa stupire i mediocri. Mediocri che chiedono:ma come fai a sopravvivere? Rispondono i sopra-vissuti-viventi (genitori, fratelli, amici di chi non c’è più) con il sapere e il sapore silenzioso di Maria: Sai che fra un’ora forse piangerai | poi la tua mano nasconderà un sorriso: gioia e dolore hanno il confine incerto | nella stagione che illumina il viso.

Quale stagione illumina il viso se non quella del senso di “rivalsa”, del cercare ostinatamente una risposta ai “perché” del dolore? Questa forza motrice è luogo teologico pasquale! È in questa rabbia viscerale che interpella finanche il Dio “che non risponde” che, in realtà, Dio stesso agisce e sostiene. A questa rabbia che muove il bisogno di risposte, in realtà Cristo non soltanto “guarda”, benedice e accompagna, ma si fa reale impulso interiore. Gesù con la sua croce, il suo sepolcro e le sue piaghe benedette si fa coraggio per non smettere di bussare. Certo, quante volte bussa ai nostri cenacoli e, insieme, i tanti Tommaso (noi), quasi infastiditi dal portento che supera la morte, rispondono col falegname: Mio martello non colpisce, pialla mia non taglia per foggiare gambe nuove a chi le offrì in battaglia, ma tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare. In altre parole? Sì, ti “capisco” ma in fondo, non sono io la causa del tuo male; urla pure, ma, “a na certa”, chi continua a tediarmi, io lo crocifiggo. Come? Col silenzio, con l’impazienza.

Siamo tutti un po’ falegnami: “mestieranti” della morale religiosa ma incapaci di cogliere la Pasqua che continua a compiersi. È più comoda la narrazione sublimata della Resurrezione che fa tutti contenti. È anche “buono” appigliarsi alla vita eterna, così da sopportare la delusione per le preghiere inascoltate. Peccato che abbiamo dimenticato il significato primo, per noi, consepolti con lui (Rm 6,4), della salus: salvezza, non salute! Quando questo binomio non corrisponde (salute-salvezza) la nostra fede va in tilt o si ingessa in forme d’accanimento spirituale che di pasquale hanno la cornice ma non il quadro. L’umano, il sentire umano più profondo fa i conti con questa grammatica del dolore: non solo la dimensione nostalgica per e di chi non c’è più, ma anche la rabbia come forza di reazione che dapprima chiede giustizia (a volte anche vendetta!), poi si trasforma in vero e proprio memoriale. Questo memoriale o è condiviso da tutti, portando i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2) o stiamo spogliando la Comunione (sì, anche la Messa) del suo significato più profondo.

Quando ai “nostri Cenacoli” la Pasqua altrui bussa come testimonianza profonda del passaggio di Gesù-presente, noi falegnami comodi e ben pensanti siamo disturbati, annoiati, quasi disgustati dalla forza soprannaturale della Resurrezione. Abbiamo detto su Gesù Risorto di tutto; accorgerci di Lui ed essere disponibili ad accogliere la potenza-irruenza della sua Resurrezione nella vita degli scomodi-piagati a noi vicini è forse l’urgenza vera del nostro fare Pasqua oggi, 1993 anni dopo quell’evento accaduto a Gerusalemme.

Viviamo l’esperienza dei risorti-con-Lui in primis nella preghiera. E se la fede ci permette di assaporare nel Corpo e nel Sangue Suo la Comunione con la Casa del Cielo dove ci attendono i nostri cari, è l’umano con il suo sentire che ci permette di salutare nel presente i con-risorti che ci passano a fianco che, come Maria “resistono” agli schiaffi della vita sorretti da Gesù. Come Tommaso, in ritardo, c’accorgiamo di Lui. Come ne Il sogno di Maria, impariamo a tacere per contemplare: E la parola ormai sfinita si sciolse in pianto, ma la paura dalle labbra si raccolse negli occhi semichiusi nel gesto d’una quiete apparente che si consuma nell’attesa d’uno sguardo indulgente.

Con i dubbi (prepotenti) di Tommaso, con la complicità-non-compresa del falegname, buona rabbia pasquale a ciascuno. Buona “accoglienza della rabbia risorta altrui” a tutti!

di Francesco Ferrandino

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