Alleluia! Cristo è risorto!
Anche a Tibhirine risuona l’annuncio della Pasqua e la prima stella del mattino trova accesa la luce che illumina l’oscurità della notte. In questa domenica di Pasqua continua a parlare la voce di Tibhirine e, con essa, ci mettiamo alla ricerca delle tracce del Risorto. Il vangelo di Giovanni, che ascoltiamo nella Messa del giorno, ci racconta di come Pietro, entrando nel sepolcro, «osservò i teli posati là, e il sudario».
Guardiamo oggi a quei teli, a quel sudario, come a delle tracce: tracce di Resurrezione. Quando i monaci dell’Atlante, la notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, furono rapiti, lungo la strada di Médéa, che i rapitori utilizzarono per allontanarsi da Tibhirine, fu ritrovata una cocolla. La cocolla è l’abito monastico che il monaco riceve il giorno della sua professione religiosa solenne e che indossa tutte le volte che prega in coro con gli altri monaci. Possiamo considerarla il simbolo della totalità: totalità della donazione a Dio nei voti professati e nella fedeltà alla preghiera quotidiana. La cocolla inerte sulla strada diventa la traccia della Resurrezione che cerchiamo, il simbolo di uomini che, totalmente consacrati, vanno incontro a quel Dio, nelle cui mani si erano abbandonati.
Quella cocolla era di fratel Michel Fleury, piccola voce per noi oggi, dell’Atlante di Tibhirine. Michel nasce il 21 maggio 1944, nella Loira Atlantica, da una famiglia contadina. Dopo aver vissuto il seminario minore e due anni di maggiore, lavora come fresatore in varie fabbriche e si avvicina alla Società dei Preti del Prado, votati al servizio dei poveri e degli operai, vivendo in contesti a maggioranza musulmana. La Settimana Santa del 1979, vissuta presso l’abbazia di Lérins, lo spinge a scegliere la vita contemplativa. Nel 1980, entra nel monastero di Bellefontaine e, non proseguendo il cammino verso il sacerdozio, riceve il ministero del lettorato. Spinto ad annunciare il Vangelo, chiede di essere destinato al monastero dell’Atlante di Tibhirine e vi arriva nel 1984, svolgendo lavori umili, nel silenzio e in modo instancabile.
Fratel Michel scrive: «Se ci capitasse qualcosa, e non me lo auguro, noi vogliamo viverlo qui in solidarietà con tutti questi algerini e algerine che hanno già pagato con la vita, solidali, soltanto, con questi sconosciuti innocenti. Mi sembra che Chi ci aiuta a reggere, oggi, è Colui che ci ha chiamati. Ne resto profondamente meravigliato.» Sono le parole di un innamorato: innamorato di Dio e dei suoi figli; innamorato del Vangelo e spinto ad annunciarlo, nonostante tutto. Presagisce il pericolo, non lo cerca ma sente che per loro è preparata la vocazione al martirio: compone delle stupende litanie dei martiri, riassunto di questo amore vissuto e donato. Nutrito da questo amore, aspetta la sua Pasqua e scrive: «La morte e la risurrezione di Cristo devono occupare tutta la nostra attenzione e farci battere più forte il cuore. Gli altri eventi di questo mondo sono solo incidenti di poco conto» e ancora, tre anni prima del martirio, «Spirito Santo, Creatore, degnati di unirmi al più presto possibile al Mistero Pasquale di Gesù Cristo, nostro Signore, con qualunque mezzo tu scelga.»
Testi utili per conoscere le figure e la spiritualità del monastero dell’Atlante di Tibhirine sono: M. Susini, I Martiri di Tibhirine. Il dono che prende il corpo, EDB, Bologna 2005; B. Olivera, I setti uomini di Dio. Un testimone racconta la vicenda dei martiri di Tibhirine, Ancora, Milano 2012




