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Lo stile del camminare insieme tra la benedizione degli oli e la lavanda dei piedi

Con la celebrazione della Passione del Signore entriamo nel cuore del Triduo Pasquale. Ma per comprendere a fondo la grazia di questi giorni, vale la pena fare un piccolo passo indietro e rimetterci davanti agli occhi i due grandi momenti che li hanno preceduti: la Messa Crismale di mercoledì sera e la Messa nella Cena del Signore di Giovedì Santo. Cosa succede se proviamo a indossare un paio di occhiali speciali per rileggere questi riti? Parlo degli occhiali della sinodalità, quel “camminare insieme” che la nostra Chiesa diocesana sta scoprendo sempre di più.

​Se usiamo questa lente, le nostre chiese ricolme in questi giorni non ci sembrano più soltanto tappe di una suggestiva tradizione, ma si rivelano come il vero motore di una Chiesa che vuole essere comunione e servizio.

​Mercoledì sera la comunità isolana si è radunata in un solo respiro, quello dello Spirito, sul porto di Ischia. Con la Cattedrale temporaneamente chiusa, è stata la grande chiesa di Santa Maria di Portosalvo ad accogliere il popolo di Dio. Una coincidenza che diventa simbolo: proprio lì, sul porto di Ischia, dove arrivano e partono i viaggiatori, ci siamo riscoperti “compagni di viaggio”. Attorno al nostro Vescovo si sono stretti i presbiteri, i diaconi, i religiosi e una rappresentanza viva dei fedeli arrivati dai vari comuni e anche di ospiti della nostra isola.

Non è stata una “festa dei preti”, ma l’epifania di una Chiesa sinodale!

​Quando il Vescovo ha consacrato il Crisma e benedetto gli Oli degli infermi e dei catecumeni, non ha compiuto un rito isolato. Quegli oli serviranno per curare le ferite dei malati nelle nostre case e nelle RSA, per dare forza a chi si avvicina al Battesimo, per consacrare i nuovi cristiani. C’è dentro una profonda teologia della cura: la Chiesa unge per guarire, per accogliere e per includere. E lo fa stabilendo dei confini chiari di rispetto verso il mistero di ogni persona, ma abbattendo ogni muro di separazione tra clero e laici.

​In quella stessa celebrazione, i sacerdoti hanno rinnovato le loro promesse. Visto con gli occhiali della sinodalità, questo gesto ha assunto un significato dirompente: i nostri parroci non hanno detto il loro “sì” nel segreto di una stanza, ma davanti al loro Pastore e, soprattutto, davanti al popolo che è loro affidato. È stato il promemoria che il ministero non è un potere solitario, ma un servizio che ha senso solo se vissuto nella e con la comunità: ​la sinodalità si è fatta servizio.

​Nel cuore del Giovedì Santo, poi, la sinodalità ha abbandonato definitivamente i panni della teoria ecclesiale per farsi carne e gesto concreto.

​Pensiamo alla lavanda dei piedi vissuta nelle parrocchie dell’isola, dal mare ai monti. Gesù, il Maestro, si è inginocchiato davanti ai suoi discepoli. È l’icona, è l’immagine più pura dello stile sinodale: non si governa dall’alto in basso, ma si serve dal basso verso l’alto. La sinodalità non è una struttura burocratica; è l’arte di chinarsi sulle fatiche dell’altro, di lavare i piedi stanchi di chi cammina accanto a noi tra le fatiche di ogni giorno.

​Ed è stato proprio nell’Eucaristia, istituita in quella notte, che il nostro cammino comune ha trovato la sua massima espressione. Spezzare lo stesso pane e bere allo stesso calice ha significato scegliere di essere un unico corpo, pur nella meravigliosa diversità di storie e sensibilità che popolano Ischia.

​​Quando infine le luci delle grandi celebrazioni si sono abbassate per fare spazio al silenzio del Venerdì Santo, quegli occhiali della sinodalità non vanno riposti nella custodia. ​La sfida che questi giorni ci consegnano è quella di portare questo stile fuori dalle navate, nelle strade di Ischia. Gli oli consacrati a Portosalvo e il pane spezzato ci ricordano che siamo chiamati a essere una comunità che ascolta, che condivide le gioie e le fatiche della gente e che non lascia indietro nessuno. Solo così la sinodalità smette di essere una parola astratta e diventa il respiro quotidiano della nostra bella Chiesa di Ischia.

di Angelo Di Scala

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