Commento al Vangelo (Mt 21,1-11; 26,14 -27,66)
Prima che cambi la luna. Mi piace pensare che ogni anno abbiamo la possibilità di rivivere ciò che Gesù ha vissuto sotto la luna di duemila anni fa: un segno nel cielo che, come un orologio, segna il passaggio del tempo. La luna si sta gonfiando, segno che la Pasqua è vicina, e se la guardate nel cielo di queste sere, essa deve richiamare il rigonfiamento del nostro cuore. La luna ci invita ad allargare il cuore, a far entrare una parola di grazia, a lasciarlo piangere di gratitudine. Questo è possibile soltanto se abbiamo preso sul serio questa Quaresima, se il cammino di queste cinque settimane è entrato davvero nel nostro cuore.
Dopo il cammino fatto, lo stiamo aspettando con i rami di ulivo tra le mani per gridargli: «Osanna! Benedetto sei tu, Maestro che vieni!». Quasi come un innamorato che non vedi da tempo, la folla gli corre incontro, lo abbraccia, lo acclama, esulta. Mi sembra di sentirla, questa folla contenta, che non vedeva l’ora di assistere a un cambiamento, di incontrare una persona forte, giovane: «Noi ti stavamo aspettando!». Ma poi la liturgia ci mette davanti il grido straziante: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È assurdo quello che ascoltiamo oggi, ma è tutto vero. La Domenica delle Palme ci pone davanti a una cascata di sentimenti incontrollabili. Siamo davanti a una folla che grida di gioia. L’ho vista tante volte la folla osannare e, poco dopo, gridare: «Crocifiggilo!», «Non vedo l’ora che lo mandino via!». Perché? Perché non è come avevamo pensato, non è come ce lo siamo immaginato: ha distrutto tutto.
Siamo entusiasti finché Dio corrisponde alle nostre attese, delusi quando non lo fa. Gesù entra a Gerusalemme, ma non come un re potente: sceglie un asino, non un cavallo da guerra. È un Messia disarmato. Non conquista: si consegna. E questo ci spiazza. Perché noi vorremmo un Dio che risolve, che interviene, che vince secondo i nostri criteri. Invece Gesù sceglie la via della mitezza, della vulnerabilità. E noi lo tradiamo. C’è un motivo per cui Giuda è Giuda. Ci sono motivi profondi per cui il suo stato d’animo può diventare il nostro. Ci sono stati tempi in cui abbiamo vissuto la gioia piena. Abbiamo cominciato a seguirlo, ma poi, lungo il cammino, sono accadute cose che ci hanno induriti, incattiviti. Quante volte non siamo stati corrisposti. La sensazione di Giuda è esattamente questa: ed è proprio perché si sente deluso che scatta dentro di lui una reazione negativa, di odio. Matteo è l’unico a raccontare il suicidio di Giuda, quasi a dirci: l’odio che provi per qualcuno ti autodistrugge. La delusione che covi nel cuore non cambierà la Chiesa, la tua famiglia, i tuoi ambienti: distruggerà te. Più giustifichiamo il nostro rancore, più ci allontaniamo e tiriamo fuori il peggio di noi. C’è una domanda che il Vangelo ci pone: a che punto è il Giuda che c’è in noi? Quello che hai vissuto ti ha reso migliore o peggiore? È necessario intercettare subito la logica di Giuda dentro di noi e annientarla, accorciando le distanze. Accanto a Giuda, il Vangelo di Matteo smaschera un altro personaggio: Pietro.
È colui che, con presunzione, crede di controllare tutto. Pietro rappresenta chi pensa di aver capito tutto e di essere all’altezza di ogni situazione. È la presunzione di non dover imparare più nulla dalla vita. Così non sentiamo più il bisogno di convertirci, di ascoltare: sono sempre gli altri il problema, noi facciamo sempre tutto bene. Il Signore ci toglie la terra sotto i piedi non per distruggerci, ma per insegnarci. Ci aiuta a capire che solo Lui è il fondamento. Vedete, il racconto della Passione è un susseguirsi di tradimenti, paure, incomprensioni. Oltre a Giuda e Pietro, i discepoli fuggono. Nessuno regge. Il Vangelo non nasconde la fragilità di chi segue Gesù, perché è proprio lì che Dio decide di entrare.
Il centro del racconto della Passione è il Getsemani. Gesù ha un grande bisogno di compagnia quella notte. Non interpretiamo subito il Getsemani in modo teologico e sdolcinato: Gesù è uomo — ce lo ricorda san Paolo — e ha paura. Prova angoscia. Non sa dove appigliarsi. Cerca compagnia, ma nessuno se ne accorge. Dio non gli risponde. Gli amici non gli rispondono. L’idea della morte lo spaventa. Da quel momento non siamo più soli nella nostra angoscia: Lui ci capisce.
Da lì in poi, il silenzio. Gesù non si difende: compie solo gesti. Davanti a Pilato non si giustifica, non urla. Sta. È un silenzio che pesa, che interroga. Perché smaschera la nostra ansia di avere sempre ragione, di difenderci, di vincere. Gesù non vince salvandosi, ma donandosi. La croce è il punto più alto e più scandaloso. Un Dio crocifisso non è quello che ci aspetteremmo. Eppure è lì che si rivela davvero: non nella forza, ma nell’amore che resta anche quando è rifiutato. Non scende dalla croce. Rimane. Abita la croce fino in fondo. La Passione non è solo il racconto di ciò che è accaduto, ma lo specchio di ciò che accade dentro di noi. La Chiesa consegna a tutti noi, già in questa domenica, tutto quello che vivremo, sapendo che a molti di voi non interessa, ma che si è presenti solo per le palme. Ma desidero consegnarvi, ugualmente, alcuni verbi che possono aiutarvi a vivere bene questa Settimana. Il primo verbo è attendere: è il verbo del desiderio, tipico degli innamorati che aspettano con impazienza un incontro. Prepararsi alla Pasqua significa desiderare ardentemente la Parola e il Pane e chiedersi: «Cosa mi dirà la Parola in questa Pasqua? Quale segno mi colpirà di più? Che sapore avrà il Pane in questa settimana?». Il secondo verbo è guardare. Quando entrate in chiesa, vi prego: guardate. A tavola, senza gli occhi, il gusto da solo non basterebbe. Il gusto comincia dallo sguardo. Bisogna guardare il pane: se non lo guardo, non mi viene fame. Se non guardo il piatto, non mi si apre l’appetito. Se non sento il profumo entrando in casa, mi chiedo: «Chissà se si mangerà oggi?». Guardate l’altare e come cambia: a volte ci sono i fiori, a volte no; a volte una tovaglia intagliata, altre volte un semplice drappo viola o rosso.
Perché?
L’altare è un orologio, è un calendario. Non è un guazzabuglio di oggetti. Il terzo verbo è ascoltare. Il profeta Isaia parla di un uomo che, pur di non perdere l’ascolto, offre il dorso ai flagellatori e la faccia agli sputi. La Chiesa ha riconosciuto in queste parole Gesù, che pur di non perdere l’ascolto radicale del Padre si è lasciato sradicare dalla vita, si è umiliato, si è svuotato completamente.
Non dobbiamo perdere l’ascolto. In questa settimana non c’è nulla da “mettere in pratica”, nessuna tecnica da applicare, nessun miracolo da compiere. Dobbiamo solo ascoltare la persona di Gesù. Non è la nostra strada: è la sua. Non è il nostro percorso: è il suo. Noi possiamo stare con Lui solo ascoltandolo. Ci chiede solo questo: compagnia. Vuole lasciarci una grande eredità: questo legame stretto con il Padre. Per questo l’ultimo verbo è esserci. L’augurio che faccio a me e a voi è proprio questo: esserci. Se è possibile, siateci. So che sono giorni lavorativi, che tutti pensano a Pasqua e Pasquetta, ma quel giovedì in cui ricordiamo l’Ultima Cena, quel venerdì di digiuno, di deserto e di silenzio in cui adoriamo la croce, e quel lungo sabato spoglio fino all’esplosione della notte di Pasqua… quei giorni valgono la pena di essere vissuti intensamente. Siateci, allora. È il motivo per cui oggi abbiamo la palma tra le mani. La palma richiama la sequela. Ma attenti: tra pochi giorni potreste avere delle pietre tra le mani. Per questo non acclamate soltanto: seguite. Perché entrare con Gesù a Gerusalemme è facile. Restare con Lui sulla croce è tutta un’altra storia. Buona Settimana Santa.
Palme che diventano Pietre
Commento al Vangelo (Mt 21,1-11; 26,14 -27,66)
Prima che cambi la luna. Mi piace pensare che ogni anno abbiamo la possibilità di rivivere ciò che Gesù ha vissuto sotto la luna di duemila anni fa: un segno nel cielo che, come un orologio, segna il passaggio del tempo. La luna si sta gonfiando, segno che la Pasqua è vicina, e se la guardate nel cielo di queste sere, essa deve richiamare il rigonfiamento del nostro cuore. La luna ci invita ad allargare il cuore, a far entrare una parola di grazia, a lasciarlo piangere di gratitudine. Questo è possibile soltanto se abbiamo preso sul serio questa Quaresima, se il cammino di queste cinque settimane è entrato davvero nel nostro cuore.
Dopo il cammino fatto, lo stiamo aspettando con i rami di ulivo tra le mani per gridargli: «Osanna! Benedetto sei tu, Maestro che vieni!». Quasi come un innamorato che non vedi da tempo, la folla gli corre incontro, lo abbraccia, lo acclama, esulta. Mi sembra di sentirla, questa folla contenta, che non vedeva l’ora di assistere a un cambiamento, di incontrare una persona forte, giovane: «Noi ti stavamo aspettando!». Ma poi la liturgia ci mette davanti il grido straziante: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È assurdo quello che ascoltiamo oggi, ma è tutto vero. La Domenica delle Palme ci pone davanti a una cascata di sentimenti incontrollabili. Siamo davanti a una folla che grida di gioia. L’ho vista tante volte la folla osannare e, poco dopo, gridare: «Crocifiggilo!», «Non vedo l’ora che lo mandino via!». Perché? Perché non è come avevamo pensato, non è come ce lo siamo immaginato: ha distrutto tutto.
Siamo entusiasti finché Dio corrisponde alle nostre attese, delusi quando non lo fa. Gesù entra a Gerusalemme, ma non come un re potente: sceglie un asino, non un cavallo da guerra. È un Messia disarmato. Non conquista: si consegna. E questo ci spiazza. Perché noi vorremmo un Dio che risolve, che interviene, che vince secondo i nostri criteri. Invece Gesù sceglie la via della mitezza, della vulnerabilità. E noi lo tradiamo. C’è un motivo per cui Giuda è Giuda. Ci sono motivi profondi per cui il suo stato d’animo può diventare il nostro. Ci sono stati tempi in cui abbiamo vissuto la gioia piena. Abbiamo cominciato a seguirlo, ma poi, lungo il cammino, sono accadute cose che ci hanno induriti, incattiviti. Quante volte non siamo stati corrisposti. La sensazione di Giuda è esattamente questa: ed è proprio perché si sente deluso che scatta dentro di lui una reazione negativa, di odio. Matteo è l’unico a raccontare il suicidio di Giuda, quasi a dirci: l’odio che provi per qualcuno ti autodistrugge. La delusione che covi nel cuore non cambierà la Chiesa, la tua famiglia, i tuoi ambienti: distruggerà te. Più giustifichiamo il nostro rancore, più ci allontaniamo e tiriamo fuori il peggio di noi. C’è una domanda che il Vangelo ci pone: a che punto è il Giuda che c’è in noi? Quello che hai vissuto ti ha reso migliore o peggiore? È necessario intercettare subito la logica di Giuda dentro di noi e annientarla, accorciando le distanze. Accanto a Giuda, il Vangelo di Matteo smaschera un altro personaggio: Pietro.
È colui che, con presunzione, crede di controllare tutto. Pietro rappresenta chi pensa di aver capito tutto e di essere all’altezza di ogni situazione. È la presunzione di non dover imparare più nulla dalla vita. Così non sentiamo più il bisogno di convertirci, di ascoltare: sono sempre gli altri il problema, noi facciamo sempre tutto bene. Il Signore ci toglie la terra sotto i piedi non per distruggerci, ma per insegnarci. Ci aiuta a capire che solo Lui è il fondamento. Vedete, il racconto della Passione è un susseguirsi di tradimenti, paure, incomprensioni. Oltre a Giuda e Pietro, i discepoli fuggono. Nessuno regge. Il Vangelo non nasconde la fragilità di chi segue Gesù, perché è proprio lì che Dio decide di entrare.
Il centro del racconto della Passione è il Getsemani. Gesù ha un grande bisogno di compagnia quella notte. Non interpretiamo subito il Getsemani in modo teologico e sdolcinato: Gesù è uomo — ce lo ricorda san Paolo — e ha paura. Prova angoscia. Non sa dove appigliarsi. Cerca compagnia, ma nessuno se ne accorge. Dio non gli risponde. Gli amici non gli rispondono. L’idea della morte lo spaventa. Da quel momento non siamo più soli nella nostra angoscia: Lui ci capisce.
Da lì in poi, il silenzio. Gesù non si difende: compie solo gesti. Davanti a Pilato non si giustifica, non urla. Sta. È un silenzio che pesa, che interroga. Perché smaschera la nostra ansia di avere sempre ragione, di difenderci, di vincere. Gesù non vince salvandosi, ma donandosi. La croce è il punto più alto e più scandaloso. Un Dio crocifisso non è quello che ci aspetteremmo. Eppure è lì che si rivela davvero: non nella forza, ma nell’amore che resta anche quando è rifiutato. Non scende dalla croce. Rimane. Abita la croce fino in fondo. La Passione non è solo il racconto di ciò che è accaduto, ma lo specchio di ciò che accade dentro di noi. La Chiesa consegna a tutti noi, già in questa domenica, tutto quello che vivremo, sapendo che a molti di voi non interessa, ma che si è presenti solo per le palme. Ma desidero consegnarvi, ugualmente, alcuni verbi che possono aiutarvi a vivere bene questa Settimana. Il primo verbo è attendere: è il verbo del desiderio, tipico degli innamorati che aspettano con impazienza un incontro. Prepararsi alla Pasqua significa desiderare ardentemente la Parola e il Pane e chiedersi: «Cosa mi dirà la Parola in questa Pasqua? Quale segno mi colpirà di più? Che sapore avrà il Pane in questa settimana?». Il secondo verbo è guardare. Quando entrate in chiesa, vi prego: guardate. A tavola, senza gli occhi, il gusto da solo non basterebbe. Il gusto comincia dallo sguardo. Bisogna guardare il pane: se non lo guardo, non mi viene fame. Se non guardo il piatto, non mi si apre l’appetito. Se non sento il profumo entrando in casa, mi chiedo: «Chissà se si mangerà oggi?». Guardate l’altare e come cambia: a volte ci sono i fiori, a volte no; a volte una tovaglia intagliata, altre volte un semplice drappo viola o rosso.
Perché?
L’altare è un orologio, è un calendario. Non è un guazzabuglio di oggetti. Il terzo verbo è ascoltare. Il profeta Isaia parla di un uomo che, pur di non perdere l’ascolto, offre il dorso ai flagellatori e la faccia agli sputi. La Chiesa ha riconosciuto in queste parole Gesù, che pur di non perdere l’ascolto radicale del Padre si è lasciato sradicare dalla vita, si è umiliato, si è svuotato completamente.
Non dobbiamo perdere l’ascolto. In questa settimana non c’è nulla da “mettere in pratica”, nessuna tecnica da applicare, nessun miracolo da compiere. Dobbiamo solo ascoltare la persona di Gesù. Non è la nostra strada: è la sua. Non è il nostro percorso: è il suo. Noi possiamo stare con Lui solo ascoltandolo. Ci chiede solo questo: compagnia. Vuole lasciarci una grande eredità: questo legame stretto con il Padre. Per questo l’ultimo verbo è esserci. L’augurio che faccio a me e a voi è proprio questo: esserci. Se è possibile, siateci. So che sono giorni lavorativi, che tutti pensano a Pasqua e Pasquetta, ma quel giovedì in cui ricordiamo l’Ultima Cena, quel venerdì di digiuno, di deserto e di silenzio in cui adoriamo la croce, e quel lungo sabato spoglio fino all’esplosione della notte di Pasqua… quei giorni valgono la pena di essere vissuti intensamente. Siateci, allora. È il motivo per cui oggi abbiamo la palma tra le mani. La palma richiama la sequela. Ma attenti: tra pochi giorni potreste avere delle pietre tra le mani. Per questo non acclamate soltanto: seguite. Perché entrare con Gesù a Gerusalemme è facile. Restare con Lui sulla croce è tutta un’altra storia. Buona Settimana Santa.
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