Sesta Assemblea Sinodale diocesana: la Lumen Gentium
È stato affidato al prof. Agostino Porreca, della Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, sezione san Luigi, il compito di guidare l’Assemblea sinodale, che si è svolta lunedì 23 marzo scorso presso il Palazzo del seminario di Ischia, nella conoscenza della Costituzione dogmatica Lumen Gentium, fondamentale documento del Concilio Vaticano II, che intende definire la natura e la funzione della Chiesa. Essa costituisce uno spartiacque nella ecclesiologia cattolica –ha detto Porreca -, perché ci consegna un modello nuovo di Chiesa. Si tratta di una vera rivoluzione copernicana, poiché consente di passare da una Chiesa intesa come società visibile e gerarchicamente organizzata ad una Chiesa sacramento.
La visione precedente il Concilio Vaticano II definiva infatti la Chiesa come una entità quasi politica, al pari delle altre nazioni, con forte connotazione piramidale, basata sulla diseguaglianza dei suoi appartenenti, clero e laici distinti e separati dal principio di autorità e obbedienza. La Lumen Gentium rappresenta una grande svolta, poiché stabilisce il passaggio da quella immagine alla visione di una Chiesa Mistero e Sacramento, immagine che ribalta la prospettiva piramidale e gerarchica per approdare alla Chiesa Comunione, una Chiesa che non è più docens, ma Chiesa che ascolta ed è al servizio dei battezzati, immagine che è a noi oggi più familiare. Aiuta a comprendere le motivazioni di tale sorprendente cambiamento la conoscenza dell’iter redazionale del documento, che a sua volta dimostra come lo Spirito Santo soffi sempre sulla Chiesa, quando questa si riunisce in nome di Cristo, scompigliando le carte e le previsioni umane per portarle nella giusta direzione. Il prof. Porreca ha infatti ricordato che, come voleva la prassi, ai padri conciliari che si interrogavano sulla natura della Chiesa, era stato sottoposto uno schema di lavoro, una scaletta di tematiche con le diverse priorità da trattare, schema che prevedeva al primo posto naturalmente la descrizione della natura della Chiesa (Capitolo 1), al secondo posto la sua gerarchia (Capitolo 2) e solo al terzo posto (Capitolo 3) il Popolo di Dio. Questa proposta venne respinta e rimaneggiata fino ad approdare, grazie alla semplice, ma efficace intuizione di alcuni padri, ad una versione dove nel secondo capitolo si trattava già dei laici, anteponendoli al clero:
«È una rivoluzione copernicana, perché prima della gerarchia c’è il Popolo di Dio, prima dei ruoli, dei ministeri, c’è il popolo dei battezzati. In tal modo è affermato che con il Battesimo c’è l’uguaglianza di tutti i membri del Popolo di Dio. Questo scardina il modello piramidale, il primato non è della gerarchia o del Papa, il primato è del Popolo di Dio a cui è destinato il servizio della gerarchia».
La Chiesa si trasforma in tal modo da società di ineguali, a comunità interamente sacerdotale, in forza del Battesimo, sacramento che fonda il primato dell’essere figli di Dio rispetto alla gerarchia. Essa è inoltre definita “mistero”. Il Capitolo 1 della Lumen Gentium si intitola infatti “Il mistero della Chiesa”, ed inizia al n. 1 affermando che “La luce delle genti è Cristo (…) e il Sinodo intende illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che si riflette sul volto della Chiesa…”. Nel nostro linguaggio corrente il mistero è qualcosa che non è comprensibile, ma nel linguaggio della tradizione cristiana e paolina indica qualcosa che ha un tale densità e profondità da non poter essere scandagliata dalla mente umana fino in fondo. Il mistero è in realtà – ha spiegato Porreca – qualcosa che viene rivelato, è il piano di Dio per l’uomo che si rende chiaro attraverso la presenza di Gesù nella storia. La visione della Chiesa viene in tal modo ridimensionata, essa non è il Regno di Dio, ma germe e inizio del Regno, non è la Chiesa di Roma, ma è inquadrata nella Trinità, dalla quale deriva e alla quale tende nel suo cammino attraverso la storia. Essa è anche sacramento, non un nuovo sacramento, ma uno strumento, segno della comunione con Cristo. La Chiesa dunque serve, deve servire a realizzare la comunione con Cristo. Tuttavia il suo aspetto gerarchico non viene eliminato, ma ridimensionato, esso fa parte di una unica complessa realtà, è natura umana e divina insieme, come nel verbo incarnato. La grandezza dell’appartenenza alla Chiesa non deriva dall’ufficio svolto o dal mandato ricevuto, fosse anche quello petrino, ma dal Battesimo, dalla condizione di rigenerazione permessa da Cristo. Scardinando tutta l’ecclesiologia piramidale, la Lumen Gentium afferma che il primato della vita teologale è la partecipazione alla missione di Cristo, cosa che avviene attraverso il sacerdozio comune, dono del Battesimo. Questa è la vera rivoluzione della Lumen Gentium, che cita il sacerdozio comune prima di quello ordinato, poiché esso anche cronologicamente viene conferito prima:
«Sono due forme di partecipazione al sacerdozio di Cristo, ma sono diversi. Quello ministeriale è radicato sul sacramento dell’Ordine, l’altro sul Battesimo: c’è una reciprocità. Il sacerdozio ministeriale esiste per rendere possibile l’esercizio del sacerdozio comune, dei battezzati, il ministeriale non esisterebbe se non ci fosse un Popolo di Dio sacerdotale».
Dare il primato al sacerdozio comune significa anche rivedere l’idea di formazione, sia dei presbiteri che dei laici, che deve essere per tutti formazione alla vita cristiana, per formare cristiani maturi in grado di fare scelte coerenti con il Vangelo, sviluppando il concetto di comunione nel modo corretto. Questo ultimo tema – ha sottolineato Porreca – è poco approfondito dalla Lumen Gentium e ne costituisce un limite al punto che nel 1985, allo scopo di evitare interpretazioni sociologiche, si rese necessario, con un Sinodo, spiegare l’idea di comunione alla luce del Vangelo. Oggi il concetto di comunione è largamente diffuso, ma ormai è una categoria ombrello che ha un ampio significato e andrebbe ulteriormente approfondita, poiché essa va intesa in senso trinitario, come relazione e partecipazione.
In conclusione il prof. Porreca ci ha ricordato che la Lumen Gentium è un testo aperto, lascia una eredità che deve ancora fruttificare, poiché non è stata ancora del tutto applicata. Essa dona criteri di discernimento e non formule chiuse e definite. È necessario però, tornare a leggerla con attenzione, senza passare per i numerosi commenti e pubblicazioni che negli anni si sono accumulati, così come ci suggerisce Papa Leone, che da gennaio ha iniziato una serie di catechesi sui documenti del Vaticano II (da marzo sta spiegando proprio la Lumen Gentium). Papa Leone ci ricorda che il Concilio è una sorgente, dalla quale scaturisce un fiume che arriva fino a noi, esso ci invita non a guardare indietro, all’epoca del suo svolgimento, ma a guardare alla sua eredità, che è proiezione nel futuro. Già Benedetto XVI aveva parlato del Concilio come bussola e Papa Leone aggiunge anche che è la nostra stella polare. I documenti del Concilio illuminano, fanno luce, orientano il cammino della Chiesa, che non è, ricordiamolo, luce, ma riflette la luce di Cristo, come fa la Luna con il sole nelle notti terrestri.
























