Un altro dei sette monaci trappisti del monastero dell’Atlante di Tibhirine in Algeria, martirizzati nel 1996.
«Io sono suo e seguo le sue orme; vado verso la mia piena verità pasquale.» Queste parole, tratte dagli scritti di fratel Christophe Lebreton, fanno risuonare, in questa Domenica delle Palme, la voce di Tibhirine, mentre sempre di più ci avviciniamo ai giorni cardine della nostra Fede. Ad accompagnarci in questo cammino è oggi la voce del più giovane tra i sette monaci martirizzati. Christophe nasce a Blois, l’11 ottobre del 1950, settimo di dodici figli. Entra in seminario a dodici anni e vi resta fino alla fine del liceo.
Uscito, si iscrive a giurisprudenza e si impegna nei gruppi Emmaus, fondati dall’Abbé Pierre per l’assistenza ai poveri. Nel 1972, conosce l’Algeria, dove svolge il servizio civile in una scuola per bambini disabili. Il primo novembre 1974 inizia la sua parabola monastica, entrando nell’abbazia trappista di Tamié, dove, sei anni dopo, professa i voti solenni. In abbazia impara il mestiere di falegname, che gli torna utile quando, dall’8 ottobre 1987, si stabilisce nel monastero dell’Atlante a Tibhirine. Lì si occupa dell’orto, della vigna e di tutta la gestione agricola, collaborando con i lavoratori locali. Il primo gennaio 1990 viene ordinato sacerdote. In monastero si occupa anche della liturgia e del canto: è sua l’intuizione di introdurre nella liturgia brevi antifone arabe per creare legami più profondi con la popolazione locale. Partecipa anche al gruppo di incontro e preghiera tra cristiani e musulmani Ribat es Salam, fondato da padre Christian.
È sottopriore del monastero e maestro dei novizi. Quasi certamente, nell’elezione programmata per il 31 marzo 1996 –appena cinque giorni prima i monaci vengono rapiti – sarebbe stato eletto nuovo priore. Fratel Christophe è un animo poetico, animato dall’inquietudine della ricerca di Dio. Di lui possediamo molti scritti, pubblicati postumi. Da essi raccogliamo un piccolo ma grande frammento, il suo testamento spirituale: breve, in versi. «Il mio corpo è per la terra,/ ma, per favore,/ nessuna barriera/ tra lei e me./ Il mio cuore è per la vita,/ ma, per favore,/ nessuna smanceria/ tra lei e me./ Le mie braccia per il lavoro,/ saranno incrociate/ molto semplicemente./ Per il mio volto:/ rimanga nudo/ per non impedire il bacio,/ e lo sguardo,/ lasciatelo vedere./ P.S.: Grazie.» Fratel Christophe è fino in fondo un monaco e vuole morire come un monaco muore: senza bara, senza smancerie, con le braccia stanche del lavoro e il cuore, il volto e lo sguardo rivolti all’Amato, che finalmente si può contemplare faccia a faccia. La spirale della violenza ha impedito di seguire concretamente le sue ultime volontà, eppure io sono convinto che il suo sguardo, nello scrivere queste poche righe, fosse già proiettato all’Eterno.
Infatti, il suo corpo è stato donato alla terra, a quella terra d’Algeria che lui e tutto l’Atlante hanno tanto amato; il suo cuore è stato tutto un sussulto di vita, ricevuta e non gelosamente custodita, ma totalmente donata; le sue braccia si sono spese per il lavoro: il lavoro del dialogo e della testimonianza; il suo volto è stato tutto donato a Dio, al bacio dell’Amato; il suo sguardo non è stato coperto: è diventato testimonianza per noi, che oggi ci ricordiamo di lui come di uno che ha amato fin in fondo, fino alla Croce. Lui conclude con un post-scriptum, con un grazie. Grazie a Dio? Grazie agli uomini? Non lo sappiamo. Forse è un grazie alla vita. Grazie alla possibilità di essere stato davvero più forte dell’odio. Grazie per aver vissuto una vita piena, dinanzi alla quale poter dire: «La fiamma si è piegata,/ la luce si è inclinata…/Posso morire/eccomi qui.» Per approfondire la figura di fratel Christophe e i suoi scritti possono essere utili: C. Lebreton, Il soffio del dono. Diario di Fratel Christophe, Monaco di Tibhirine. 8 agosto 1993 – 19 marzo 1996, Edizioni Messaggero, Padova 2001; H. Quinson, Christophe Lebreton, monaco, poeta, martire a Tibhirine. 15 meditazioni, Gribaudi, Milano 2015



