La scorsa settimana abbiamo esplorato l’universo simbolico del Triduo Pasquale, approfondendo la lettera apostolica Desiderio Desideravi di papa Francesco e la pienezza dell’azione liturgica nel Giovedì Santo. In questo appuntamento sposteremo l’attenzione sul Venerdì Santo per poi introdurre la Veglia Pasquale come momento culminante di iniziazione ai simboli della fede.
SILENZIO E DIGIUNO: VENERDÌ E SABATO SANTO
In questo primo giorno del Triduo la Chiesa non celebra per antica tradizione nessun sacramento (eccezion fatta per la Penitenza e l’Unzione degli infermi). Nell’azione liturgica della Passione del Signore vogliamo porre la nostra attenzione su due punti salienti di questa giornata: il silenzio e il digiuno. Quest’ultimo è definito «segno sacramentale della partecipazione al sacrificio di Cristo del dono totale del Figlio.
Attualmente il digiuno prescritto dalla Chiesa ha perso per il mondo contemporaneo tutta la sua valenza simbolica, esso è percepito niente di più che una norma sterile di un tempo passato, che oggi non dice più nulla. In realtà questo “segno sacramentale”, vissuto nella sua originalità e pienezza, può condurre i fedeli a una piena consapevolezza di quanto si vive nell’azione liturgica, e può essere considerato un prolungamento della stessa se vissuto in orazione.
Altro punto su cui desideriamo porre l’attenzione è relativo al silenzio che in questa giornata e quella seguente del Sabato santo sembra essere il grande protagonista insieme all’adorazione della Croce.
La celebrazione della Passione del Signore si apre nel silenzio orante di appropriazione, di partecipazione di tutta l’assemblea alla morte di Cristo. Mentre i sacerdoti e i diaconi compiono il gesto della prostrazione, tutto è avvolto nel silenzio “simbolico” in cui vi è partecipazione e piena comunione con Dio. Scriveva la madre Anna Maria Cànopi:
«C’è il silenzio di adorazione davanti la croce da cui scaturisce l’eucaristia. Che parole possiamo avere davanti alla croce? Quando i sacerdoti – il venerdì santo- entrano portando la croce, l’annunziano: “Ecce lignum… Ecco il legno ella croce”. E tutti si prostrano in silenzio di adorazione. Segue poi l’invito: “Venite adoremus!”. E in processione, si sfila davanti alla croce, la si bacia e si rimane in silenzio di adorazione. Il silenzio liturgico – se è veramente compreso, quindi vissuto nella sua realtà – dimostra la maturità dell’assemblea; infatti i meno preparati sono i meno capaci di sostenere spazi di silenzio durante la celebrazione; hanno bisogno di riempire con la parola o il canto».
VEGLIA PASQUALE: INIZIAZIONE AL LINGUAGGIO SIMBOLICO
Con questa Veglia, definita da Sant’Agostino la “madre di tutte le vigilie”, si giunge all’apice del Triduo pasquale e dell’intero Anno Liturgico; una celebrazione che ha un forte richiamo battesimale non solo per la presenza del rinnovo delle promesse e la benedizione del fonte, ma della presenza dei battesimi che in essa si dovrebbero celebrare. Ascolto della Parola e celebrazione dei Sacramenti dell’iniziazione rendono l’intera veglia carica di un «simbolismo vivo, meglio di qualunque concettualizzazione astratta, [che] esprime la realtà del mistero della Pasqua in Cristo e in noi».
Soffermiamoci sul simbolismo dei quattro momenti della Veglia, dove tutto è orientato alla celebrazione eucaristica, la Pasqua dell’Agnello immolato.
L’inizio della Veglia, meglio indicata come Lucernario, è carico di simbolismo: fuoco, cero pasquale, grani d’incenso, incenso, fanno di questa parte il preludio dell’universo simbolico dell’intera celebrazione.
Ci sia permesso di soffermarci in particolare su questo momento, che spesso sembra soffrire del minimo necessario e quindi la sua potenza simbolica si perde a causa della mancanza di alcuni fattori: il tempo e la mancata organizzazione o collaborazione dei ministri all’altare.
L’assemblea si raduna fuori la chiesa intorno a un fuoco acceso che divampa, unica fonte di luce in quel buio che avvolge quella notte. Anche in mancanza di spazio, il Messale chiede che, pur adattando il rito alla situazione, vi sia la benedizione di questo fuoco nuovo. La celebrazione delle ceneri, con la loro imposizione sul capo all’inizio della Quaresima, inevitabilmente porta la mente del fedele all’immagine di un fuoco che arde e consuma. Questa Veglia, inizio della cinquantina pasquale, si apre con un fuoco che arde e chiama i fedeli ad accogliere lo Spirito per rinnovarsi nel desiderio del cielo e giungere alla festa eterna.
Dopo la benedizione di questo fuoco, la preparazione del cero prevede l’utilizzo di un vero cero pasquale, fatto di cera, frutto del lavoro delle api, come ascoltiamo nel preconio pasquale. Esso è chiamato a rappresentare il sacrificio di lode che la Chiesa offre per mani dei suoi ministri, che non può essere fittizio o illusorio ma reale. Un cero pasquale che non sia in cera ma magari è in plastica, che arde ma non si consuma, che non viva del massimo gratuito ma solo minimo necessario, non dà ragione al vero simbolismo che da esso si emana.
di Don Antonio Mazzella, Rivista Liturgica n. 303



