Papa Leone XIV durante la catechesi del mercoledì ha iniziato a commentare il secondo capitolo della Lumen gentium: «Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare. Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità. Il Concilio afferma che «tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo». È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo e che è esso stesso corpo di Cristo; non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra. Suo principio unificatore non è una lingua, una cultura, un’etnia, ma la fede in Cristo: la Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – “l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù”. Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia».

Il serafico Francesco d’Assisi a questo proposito ebbe a dire una volta: «L’Ordine e la vita dei frati minori si assomiglia a un piccolo gregge, che il Figlio di Dio, in questa ultima ora, ha chiesto al Suo Padre celeste, dicendo: Padre, vorrei che tu suscitassi e donassi a me in questa ultima ora un nuovo umile popolo, diverso per la sua umiltà e povertà da tutti gli altri che lo hanno preceduto, e fosse felice di non possedere che me solo. E il Padre rispose al suo Figlio diletto: Figlio ciò che hai chiesto, è fatto». Aggiungeva quindi Francesco che il Signore ha voluto che i frati si chiamassero “Minori”, perché appunto questo è il popolo chiesto dal Figlio di Dio al Padre Suo, e di esso si dice nel Vangelo: «Non vogliate temere, o piccolo gregge, poiché è piaciuto al Padre vostro di concedere a voi il Regno» e ancora «Quello che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli (minori), lo avete fatto a me». Sebbene qui il Signore parli di tutti quelli che sono poveri in Spirito, tuttavia egli intendeva riferirsi in modo particolare all’Ordine dei frati minori, che sarebbe fiorito nella sua Chiesa. Fu rivelato a Francesco che il suo movimento doveva chiamarsi dei Frati Minori e così fece scrivere nella prima Regola che portò a Innocenzo III. Il Papa gliela approvò e concesse e in seguito annunciò questa sua decisione a tutti nel Concilio. Il Signore rivelò a Francesco anche il saluto che i frati dovevano dare, come ricorda nel suo Testamento: «Il Signore mi rivelò che dicessi questo saluto: Il Signore ti dia pace!». Nei primordi dell’Ordine, mentre Francesco era in cammino con uno dei primi dodici frati, questi salutava uomini e donne che incontrava lungo la strada o vedeva nei campi con le parole: «Il Signore vi dia pace!». La gente, che fino allora non aveva mai udito un religioso salutare con quella formula, si mostrava stupita. C’erano anzi di quelli che ribattevano indispettiti: «Cosa vorrebbe dire questo nuovo genere di saluto?». Il frate ci rimase male e disse a Francesco: «Fratello, permettimi di usare un altro saluto». Ma il Santo osservò: «Lasciali dire, perché non intendono le cose di Dio. Tu non provare vergogna per le loro reazioni, poiché io ti dico, fratello, che perfino i nobili e i principi di questo mondo avranno reverenza per te e gli altri frati in grazia di questo saluto». Disse ancora: «Non è meraviglioso, che Dio abbia voluto avere un piccolo popolo, fra tutti gli altri venuti prima, che sia felice di possedere Lui solo, altissimo e glorioso?» (FF 1617)”.

Papa Leone conclude: «È un grande segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli».

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