Omelia del vescovo Carlo alla Via Crucis dei giovani

La splendida e sentita Via Crucis che si è svolta sabato 14 marzo a Ischia, animata dai tantissimi giovani delle Pastorali giovanili e vocazionali di Pozzuoli e Ischia, è partita dal Convento dei Frati Minori ed è arrivata al Castello Aragonese, presso la Piazza d’Armi, dove il Vescovo ha pronunciato un breve discorso conclusivo. La struttura architettonica, interna al Castello, con le mura forti e alte che ricordano che il luogo era un avamposto bellico per la protezione di tutto il complesso, come confermano le feritoie presenti che servivano per l’inserimento dei cannoni e le bocche usate per riversare olio o pece bollenti così da impedire l’accesso ai nemici, non poteva non suggerire al Vescovo una riflessione sui mesti tempi che stiamo vivendo, funestati, ormai da anni, da diverse e dolorose guerre, nemmeno tanto lontane da noi. La cornice militare del Castello, ha accolto non nemici da combattere, ma un fiume di giovani in preghiera dietro la Croce, strumento di violenza e morte che, grazie a Gesù, diventa il segno più grande dell’amore del Figlio di Dio per l’uomo, che offre la sua vita per salvare gli altri. Dalla Croce, Gesù ci offre un modello di pensiero e comportamento che non ha uguali né nella storia, né in letteratura:

«Non c’è in nessun luogo narrativo un testo simile, un uomo messo in croce che perdona chi lo ha messo in croce e chiede a Dio non solo di perdonare i suoi carnefici, ma li giustifica, perché “non sanno quello che fanno”. Il nostro accompagnare Gesù in questo breve cammino per noi significa questo: dire sì all’amore».

Rivolgendosi ai giovani, il Vescovo li ha esortati a lasciarsi spingere nella vita dall’amore, amore che deve però diventare concreto: esso deve illuminare il percorso di vita che non può che essere in comunione. Così come si fa durante la Via Crucis, rispettando i tempi del cammino da percorrere e pensando a chi ci sta accanto, facendo silenzio per ascoltare la voce dell’altro, ma anche quella di Dio che sempre si rivolge a noi, nelle nostre coscienze, quella voce che ci ricorda che è necessario educare ed educarsi ad un cammino di pace:

«Quando diciamo no alla guerra diciamo soprattutto sì alla pace. Se ci sono molti uomini che vogliono la guerra ce ne sono tantissimi che invece vogliono la pace, sono in maggioranza, siamo di più. Stasera, come cristiani e figli di Dio, lo abbiamo detto insieme, siamo qui un piccolo gruppo, ma facciamo parte di un numero più grande, di una umanità che in questi giorni sta dicendo sì alla pace, perché la guerra produce altra guerra, violenza, povertà».

La guerra – ha proseguito – toglie il futuro ai giovani e ai bambini – il cui sacrificio viene riassunto dal grido di dolore con il quale Gesù muore sulla croce. È fondando la nostra vita sulla fede in Lui che possiamo invece dire sì alla vita e possiamo affermare la nostra fede nel dialogo e nella fiducia nell’altro come antidoto alla guerra.

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