È nostra intenzione focalizzare l’attenzione su un tema di particolare attualità riguardo al Triduo Pasquale: l’impoverimento o meglio dire l’indebolimento dell’universo simbolico.
Da questo cercheremo di comprendere come l’universo simbolico sia da considerare fondante nell’agire liturgico, espressione del centro della Fede cristiana: Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.
Nella lettera apostolica Desiderio Desideravi il Santo Padre Francesco, in merito alla capacità di vivere in pienezza l’azione liturgica, scrive: «La sfida è molto impegnativa perché l’uomo moderno – non in tutte le culture allo stesso modo – ha perso la capacità di confrontarsi con l’agire simbolico che è tratto essenziale dell’atto liturgico».
Il Papa fa notare come l’uomo abbia smarrito il senso d’interpretazione di un determinato mondo simbolico, frutto probabilmente di una certa virtualità in cui anche l’intelligenza artificiale ha creato una lettura parallela della realtà e dove la questione pandemica del 2019 ha di fatto quasi appesantito le capacità relazionali e di comprensione. La liturgia in questo sembra essere quella che ha subito il maggior impatto in negativo.
Prosegue il Papa al numero 44 della Desiderio Desideravi:
«Scrive Guardini: “Con ciò si delinea il primo compito del lavoro di formazione liturgica: l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli”. Questo impegno riguarda tutti, ministri ordinati e fedeli. Il compito non è facile perché l’uomo moderno è diventato analfabeta, non sa più leggere i simboli, quasi non ne sospetta nemmeno l’esistenza. Ciò accade anche con il simbolo del nostro corpo. È simbolo perché intima unione di anima e corpo, visibilità dell’anima spirituale nell’ordine del corporeo e in questo consiste l’unicità umana, la specificità della persona irriducibile a qualsiasi altra forma di essere vivente. La nostra apertura al trascendente, a Dio, è costitutiva: non riconoscerla ci porta inevitabilmente ad una non conoscenza oltre che di Dio, anche di noi stessi. Basta vedere il modo paradossale con il quale viene trattato il corpo, ora curato in modo quasi ossessivo inseguendo il mito di una eterna giovinezza, ora ridotto ad una materialità alla quale è negata ogni dignità. Il fatto è che non si può dare valore al corpo partendo solo dal corpo. Ogni simbolo è nello stesso tempo potente e fragile: se non viene rispettato, se non viene trattato per quello che è, si infrange, perde di forza, diventa insignificante».
Ogni simbolo è nello stesso tempo potente e fragile, dice il Papa: potente per la sua capacità di rendere presente la realtà significata e fragile perché può essere in qualsiasi momento tradito nella sua essenza evocativa e performativa.
Se l’uomo contemporaneo ha perso la relazione con il suo corpo, con la natura e quindi con l’intera creazione, avrà seria difficoltà nell’entrare nel linguaggio liturgico, infatti il
«simbolo interviene come mediatore in tutti i rapporti che l’uomo intrattiene con il mondo che lo circonda e con gli altri e, perciò anche in quelli che egli intreccia con il Sacro nell’esperienza religiosa. Si tratta di relazioni non concettuali ma intuitive, spesso cariche di valenze affettive, frutto di significazioni analogiche, formatesi più o meno spontaneamente nello spirito umano e che sono portatrici di un senso immediato».
L’indebolimento dell’universo simbolico porta con sé anche una difficile interpretazione estetica, chiamata a generare lo stupore, parte essenziale di ogni atto liturgico, come riporta il Papa nella lettera apostolica. È lo stupore del Mistero, di chi nell’universo simbolico è posto dinanzi all’opera salvifica di Dio, rivelata nella Pasqua di Cristo.
Il professore Andrea Grillo proponeva anni addietro come soluzione all’attuale crisi dell’atto liturgico, quella di adottare una logica nuova: sostituire al minimo necessario il massimo gratuito.
Vivere l’azione liturgica non nel e del minimo necessario, ma essere proiettati al massimo gratuito che coinvolga l’intera persona; che porti l’intera comunità celebrante a chiedersi, come i discepoli, dove preparare la Pasqua, nella sua totalità, e non dello stretto necessario purché si faccia.
Possiamo affermare senza esitazione che «per avere una liturgia ricca di forza simbolica dobbiamo curare bene le forme, con una celebrazione piena ed autentica, accettando la rottura e il profetismo che esse vengono ad esercitare nei riguardi dell’esistenza concreta».
Sarà a partire da questa nuova logica che desideriamo ripercorre alcuni momenti del Triduo pasquale desiderando rileggere il suo universo simbolico cogliendone la potenza e l’efficacia.
I simboli sempre sono accompagnati da gesti e parole che iniziano alla Liturgia il credente e lo pongono dinanzi all’agire salvifico di Cristo: per questo motivo la nostra riflessione terrà conto dell’intero atto liturgico. Il fedele, chiamato a partecipare in modo attivo e pieno alla Liturgia, è coinvolto con il suo mondo sensoriale, i suoi cinque sensi: la difficoltà del tempo presente probabilmente sta nell’uscire dalla partecipazione mono-sensoriale e lasciarsi guidare dalla ricchezza del mondo simbolico. Scegliamo alcuni momenti del Triduo che possono avviare una riflessione sul tema.
1. Il giovedì santo e il suo linguaggio simbolico
Con la celebrazione eucaristica del Giovedì Santo, denominata In Cœna Domini, si apre il Triduo del Signore crocifisso, morto e risorto. In questa celebrazione il Messale romano offre alla comunità la possibilità di poter accogliere gli Oli santi. La rubrica è breve, dando l’opportunità o meno di vivere questo momento e in questo già possiamo notare come il carico simbolico del gesto potrebbe non essere colto nella sua valenza e potenza. In essa viene riportata una sequenza rituale lasciando al sacerdote la libertà di introdurre con alcune parole l’avvenuta celebrazione mattutina (Messa del Crisma) e il suo significato, la collocazione delle ampolle sulla mensa o in un luogo adatto, dopo averle devotamente incensate.
Alcune diocesi hanno elaborato un momento di accoglienza che porti a pienezza questo gesto in cui la comunità tutta è resa protagonista.
La proposta di alcuni Uffici Liturgici Diocesani, prevede che alcuni fedeli rechino in processione gli Oli, come espressione del corpo ecclesiale che si nutre della grazia dei Sacramenti. Questo punto richiede un approfondimento particolare che magari in futuro si potrebbe riprendere.
La lavanda dei piedi sembra essere la vera protagonista della Messa In Cœna Domini, il momento più atteso, quello maggiormente ricordato in questa celebrazione. Possiamo affermare che è questo il gesto che suscita maggiore coinvolgimento emotivo ed esistenziale, ma il rischio di vedere la rappresentazione scenica di quanto ascoltato nella proclamazione del Vangelo è notevole. L’inserimento da parte del Papa della possibilità di includere anche le donne in questo gesto ha di fatto rotto il muro scenografico, quella mera mimesi suscitata in molte celebrazioni. Non una rappresentazione scenica ma l’attuazione del mandatum del Signore che chiede ai suoi discepoli di vivere altrettanto.
Il ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia, del memoriale della Pasqua di Cristo, del dono sublime presente sotto i segni del pane e del vino sembra essere vissuto in tono minore rispetto a quanto prima annotavamo, forse anche perché la mente di tanti è già rivolta al momento conclusivo della celebrazione: la riposizione del Santissimo Sacramento.
La preoccupazione nell’ultimo tempo in molte delle nostre realtà parrocchiali sembra essersi concentrata nell’elaborazione sempre più creativa e quanto più simbolica possibile del luogo della reposizione. Denominato per tanto tempo “sepolcro”, di recente sembra aver ceduto il posto alla “scenografia” costruita per l’occasione, con una forzatura nella lettura simbolica dell’attualità che non lascia spazio all’importanza della sua funzione (conservare la riserva eucaristica), bensì a quanto da esso dovrebbe trasparire.
Tutto ciò è frutto non della Liturgia ma dalla pura creatività umana: la rubrica parla di una cappella o parte convenientemente ornata che lasci spazio all’adorazione ma soprattutto e principalmente alla custodia della riserva eucaristica per i moribondi e la comunione del Venerdì Santo.
di Don Antonio Mazzella, Rivista Liturgica n° 303




