La scorsa settimana,abbiamo presentato la parabola di vita dei sette monaci trappisti del monastero dell’Atlante di Tibhirine in Algeria, martirizzati nel 1996. Parlando di loro, parliamo di sette vite, sette storie, sette profonde esperienze spirituali. Nelle prossime settimane cercheremo di tratteggiare brevemente le loro figure con qualche pennellata, raccogliendo qualche frammento della loro esperienza. Iniziamo a far parlare la storia di Tibhirinecon una prima voce: quella di fratel Luc Dochier, Frèlou, come tutti amichevolmente lo chiamavano. Paul, questo il suo nome di battesimo, nasce il 31 gennaio 1914, nel dipartimento della Drôme, nel Sud-Est della Francia. Probabilmente è la morte prematura del fratello per tubercolosi a orientarlo allo studio della medicina. Conosce il Nord Africa prestando servizio militare in Marocco. Tornato in Francia, orientato dalla grande mistica francese Marthe Robin, sceglie la vita monastica, entrando nel monastero di Abiguelle il 7 dicembre 1941.

Durante la Seconda Guerra Mondiale si offre come prigioniero volontario in Germania al posto di un padre di famiglia, sfruttando la prigionia per prendersi cura dei malati di tifo, soprattutto russi. Arriva al monastero dell’Atlante, in Algeria, il 28 agosto del 1946 e lì, nel ’49, fa la sua professione religiosa chiedendo di rimanere fratello laico. Assume sin da subito la gestione del dispensario – che dirige per oltre cinquant’anni – curando gratuitamente la popolazione locale, in gran parte musulmana. Arriverà a ricevere anche 150 malati al giorno tra le mura del monastero. È stimato e amato da tutti e tanto si prodiga con i malati durante la guerra d’Algeria (1954-1962), che viene sequestrato dal Fronte di liberazione nazionale. Dopo pochi giorni, però, viene liberato: non è giunto ancora il momento della palma del martirio.

Quando la comunità monastica si trova, qualche anno dopo, dinanzi alla scelta di restare o andare via, fratel Luc è irremovibile: difende la necessità assoluta di restare lì, di non tradire la loro vocazione. In una lettera alla famiglia, del 1994, scrive che, se non morirà di morte violenta, vuole che al momento della morte gli si legga il racconto del figliol prodigo, quasi come per contemplare, già in vita, quelle braccia del Padre che si aprono a lui. E poi – la sua ironia è icastica – vuole che qualcuno gli faccia bere pure un sorso di champagne: vuole dare un addio festoso a quella terra che, in fin dei conti, è così bella e ha tanto amato. Fratel Luc, oltre che medico, è anche il cuoco del monastero e, dopo il rapimento, la notte tra il 26 e il 27 maggio del ’96, i due monaci scampati trovano in cucina due pentole con della minestra e dei fagioli rossi. È l’una e un quarto di notte e il piccolo fratello del monastero ha già adempiuto alla sua cura per la comunità. Ora, però, con tutta la comunità va a preparare un altro banchetto, si prepara ad imbandire la mensa nella Gerusalemme del Cielo. Appena due mesi prima, il 24 marzo, scrive: «Non penso che la violenza possa estirpare la violenza. Non possiamo esistere come uomini se non accettando di farci immagine dell’Amore, come si è manifestato nel Cristo che, giusto, ha voluto subire la sorte dell’ingiusto».

Per approfondire la figura di fratel Luc possono essere utili: C. Henning – T. Georgeon, Fratel Luc di Tibhirine: monaco, medico e martire, LEV, Città del Vaticano 2025; B. François, Fratel Luc, monaco e medico di Tibhirine. 15 meditazioni, Gribaudi, Milano 2015

di Danilo Tuccillo

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