Mi sono imbattuto, di recente, in una riflessione interessante di Tommaso Sorgi, cattolico laico impegnato, padre di famiglia ed ex deputato (dal 1953 al 1972), scrittore e professore di sociologia all’università di Teramo, sua terra natale. Scomparso nel 2018 a 96 anni, Sorgi ha dedicato i suoi studi alla ricerca delle fondamenta “agapiche” della socialità, che, detta così, suona un po’ troppo accademico. In parole povere, la sua attività divulgativa si è concentrata sul dimostrare come, l’amore fraterno (agapé) vissuto in ogni situazione della vita, può cambiare alla radice le relazioni umane, sostituendo al desiderio di guerra, ai conflitti, alle divisioni, alle incomprensioni, la ricerca della pace e della fraternità universale. È stato un convinto assertore che la “salvezza” dell’uomo viene non solo per l’aldilà ma agisce, qui e ora, anche nella vita terrena, rendendola migliore.

San Giovanni della Croce aveva già condensato il medesimo pensiero in un famoso motto: “Dove non c’è amore, metti amore e troverai amore“. Questo insegnamento invita a rispondere all’assenza di affetto o al negativo che ci può arrivare da persone o circostanze con un atto volontario di amore, sostenendo che tale atteggiamento generi, di conseguenza, amore stesso nell’ambiente circostante, trasformandolo. Il Sorgi riflette, poi, su come il Cristiano, molte volte, sia impegnato a fare: una preghiera, la volontà di Dio, le cose per amore o per educazione o per rispetto, ecc. Ovvero, sembra che il messaggio evangelico si limiti a ispirarci una condotta non diversa da quella tenuta dall’uomo “comune”, che, pur edificante, non si trasforma, come dovrebbe, in un radicale cambiamento di vita. E di conseguenza, la fede stessa, pur avvolgendoci non ci pervade, rimane a sé stante, cioè ci accompagna, è con noi, ma non ci trasforma.

L’autore, ricordando San Paolo che, ai Galati, scrive “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, ci invita a riflettere sull’unione mistica tra il credente e Cristo, indicandoci come, attraverso la fede, l’antico ego, il portato personale di convinzioni, pensieri, esperienze, definito da San Paolo come “uomo vecchio” venga sostituito dalla presenza di Gesù, il quale guida la nostra vita terrena, vissuta ora nell’amore e nella fede nel Figlio di Dio. Di conseguenza, fatti così, saremo pronti ad abbandonare il fare e a intraprendere finalmente l’essere. Riusciremo, con l’aiuto divino, a “essere” preghiera, “essere” volontà di Dio, “essere” amore per gli altri e per il mondo. Ma come si fa a “essere” cristiani? Occorre che ognuno di noi compia il personalissimo sforzo di “morire” a sé stesso, come ci insegnano i Padri della Chiesa e i grandi mistici. Che non è solo un atto di mortificazione personale ma scelta “ascetica” di vita. D’altronde, quando sono pieno di me, non c’è spazio per l’altro, quando inseguo la visibilità, o i primi posti nell’assemblea, come i farisei di evangelica memoria, quando non sono disponibile all’ascolto, convinto, al contrario, di aver tante cose da dire, difficilmente riuscirò a comprendere l’altro. E non si tratta di essere “pieni” di difetti correggibili attraverso l’esercizio delle virtù, ma anche i “buoni” propositi possono essere d’ostacolo se non aiutano a far crescere il rapporto o la comunità. Tutti questi ostacoli generano incomprensioni che, come si sa, sono l’anticamera del giudizio e del conflitto.

Viceversa, l’atteggiamento del cristiano dovrebbe tendere al “sacro”, nel senso di maturare la capacità di rendere “solenne” ogni azione, ogni parola, ogni sguardo, ogni gesto. Così facendo, qualunque sia il compito che si stia svolgendo: lavoro, svago, famiglia, comunità, celebrazioni, possono trasformarsi in “liturgia” cioè in preghiera. La storia personale diviene sacra perché abitata dal divino; perché il nostro non è un Dio lontano che sta aldilà dell’empireo, ma un Dio presente che interviene nella storia personale e comunitaria, che cammina con noi. D’altronde è proprio questa la nostra fede: il credere che Il Signore si faccia presente, ci stia accanto, sia dentro di noi e negli altri e ancora “scriva” vangeli e diffonda la buona novella attraverso la vita dei suoi figli, oggi.

Con questo atteggiamento interiore si può “essere” cristiani allora, per compiere quelle opere di testimonianza che cambiano il mondo circostante. Come ci dice San Giacomo nella sua lettera “la fede senza le opere è morta”. Non si tratta di “salvarsi” o di meritare il paradiso, il premio futuro, attraverso le pratiche e le opere – non è un concorso a punti il nostro – ma di concorrere, con il Creatore, a rendere migliore il mondo in cui viviamo, per realizzare quel regno di Dio che Gesù ci invita “a cercare” prima di ogni altra cosa. E con quale modalità? Se non bastasse il comandamento “nuovo” portato da Gesù, ci soccorre il solito San Paolo con il celeberrimo “inno alla Carità” contenuto nella prima lettera ai Corinzi “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna”. “Queste, dunque, le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”. Dovrà dunque essere la carità la modalità operativa che ispira il modus operandi del cristiano, tutto il resto viene di conseguenza.

Ma c’è di più. Un cammino di santità personale può cambiare sé stessi, ma un cammino di santità comunitario può cambiare il mondo e le vicende umane. Ce l’ha promesso Gesù stesso. Giovanni, nel suo Vangelo, riporta gli eventi dell’ultima cena. Gesù ha appena lavato i piedi ai discepoli e consegnato loro il comandamento nuovo. Poi aggiunge un’altra frase “da questo riconosceranno che siete miei discepoli“. Dunque, è questo il segno distintivo del cristiano: l’amore reciproco: i prodigi sono conseguenza di questo amore. La prova che il cammino del cristiano è comunitario risiede, ancora, in un’altra promessa di Gesù: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Gesù promette la sua presenza reale e spirituale ovunque due o più persone si riuniscano in suo nome, pregando e vivendo secondo il suo amore, sottolineando l’importanza della comunione fraterna e dell’unità, piuttosto che la semplice preghiera comune.  Riunirsi nel nome di Gesù significa trovarsi insieme con fede, uniti nel suo amore e con lo scopo di mettere in pratica i suoi insegnamenti, attraverso la mutua e reciproca carità prima di ogni altra cosa. Così facendo, il divino accompagnerà i nostri passi: non saremo più solo pii individui che attraversano il mondo evitando contaminazioni, ma un popolo intero in cammino, forte della presenza in sé del Divino. E così Gesù, maestro e Signore, camminerà ancora per le vie del mondo, facendo nuove tutte le cose e gli ambiti umani.

di Piero D’Ambra

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