Durante la catechesi dell’udienza generale Papa Leone XIV continua il suo ciclo di catechesi parlando della Lumen gentium: «…la Chiesa è una comunità di uomini e donne che condividono la gioia e la fatica di essere cristiani, con i loro pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristo che ci accompagna nel cammino della vita. Eppure, tale aspetto – che si manifesta anche nell’organizzazione istituzionale – non è sufficiente a descrivere la vera natura della Chiesa, perché essa possiede anche una dimensione divina. Quest’ultima non consiste in una perfezione ideale o in una superiorità spirituale dei suoi membri, ma nel fatto che la Chiesa è generata dal disegno d’amore di Dio sull’umanità, realizzato in Cristo. La Chiesa, perciò, è allo stesso tempo comunità terrena e corpo mistico di Cristo, assemblea visibile e mistero spirituale, realtà presente nella storia e popolo pellegrinante verso il cielo. La dimensione umana e quella divina si integrano armoniosamente, senza che l’una si sovrapponga all’altra; così la Chiesa vive in questo paradosso: è una realtà insieme umana e divina, che accoglie l’uomo peccatore e lo conduce a Dio. Per illuminare tale condizione ecclesiale, la Lumen gentium rimanda alla vita di Cristo. Infatti, chi incontrava Gesù lungo le strade della Palestina, faceva esperienza della sua umanità, dei suoi occhi, delle sue mani, del suono della sua voce. …Alla luce della realtà di Gesù, possiamo adesso tornare alla Chiesa: quando la guardiamo da vicino, vi scopriamo una dimensione umana fatta di persone concrete, che a volte manifestano la bellezza del Vangelo e altre volte faticano e sbagliano come tutti. Tuttavia, proprio attraverso i suoi membri e i suoi limitati aspetti terreni, si manifestano la presenza di Cristo e la sua azione di salvezza. …In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il “metodo di Dio”: Egli si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire».
Il serafico padre Francesco era di un’umiltà profonda, lui stesso vedeva dentro di sé solo il peccato e si sentiva continuamente bisognoso della misericordia di Dio, anche se era cosciente che, nonostante ciò, molti gli andavano dietro perché Dio era con lui. “Sul far del mattino frate Pacifico tornò a lui. Francesco stava allora in orazione davanti all’altare, e Pacifico si pose ad aspettarlo fuori del coro, in preghiera dinnanzi al Crocifisso. E messosi a pregare, fu elevato e rapito in cielo, – se con il corpo o fuori del corpo, solo Dio lo sa, – e vide in cielo molti troni, fra i quali uno più alto e glorioso di tutti, fulgente e adorno d’ogni sorta di pietre preziose. Ammirandone la bellezza, cominciò a pensare fra di sé di chi fosse quel trono. E subito uscì una voce: «Questo fu il trono di Lucifero, e in luogo di lui vi si assiderà l’umile Francesco». Tornato in sé, ecco uscire verso di lui Francesco. Pacifico gli cadde ai piedi con le braccia strette a croce. Considerandolo come già in cielo, assiso su quel trono, gli disse: «Padre, perdonami, e prega il Signore che abbia pietà di me e rimetta i miei peccati». Francesco tese la mano e lo tirò su, e comprese che nella preghiera aveva avuto una visione. Appariva infatti tutto trasfigurato e parlava a Francesco, non come a uno vivente nella carne, ma quasi già regnante in cielo. Poiché Pacifico non voleva raccontare al Santo la visione, cominciò a parlare di argomenti del tutto estranei e tra l’altro domandò: «Fratello, che pensi di te stesso?». Rispose Francesco: «Mi sembra di essere più peccatore di chiunque altro al mondo». Immediatamente all’anima di Pacifico fu detto: «Da ciò puoi conoscere che la visione risponde a verità. Come Lucifero venne cacciato da quel trono per la sua superbia, così Francesco meriterà per la sua umiltà di essere esaltato e di assidervisi» (FF 1750)”.
Papa Leone conclude: «La carità genera costantemente la presenza del Risorto. “Voglia il cielo – affermava Sant’Agostino – che tutti pongano mente solo alla carità: essa solo, infatti, vince tutte le cose, e senza di essa tutte le cose non valgono niente; ovunque essa si trovi, tutto attira a sé”».



