La santità non ha mai fine

Il Papa ha autorizzato la promulgazione di cinque Decreti del Dicastero delle Cause dei Santi. Continuando il discorso iniziato la settimana scorsa, presentiamo oggi i tre venerabili – un sacerdote ligure, un frate cappuccino indiano e un laico bresciano – di cui sono state riconosciute le virtù eroiche.

Il parroco di Bussana

Dal 21 febbraio è venerabile, Francesco Lombardi nasce il 24 febbraio 1851 a Terzorio, in Italia. Manifesta presto la vocazione al sacerdozio e nel 1864 è accolto nel Monastero di Santa Scolastica a Subiaco, dove resta fino al 1867, anno in cui rientra a casa per le sue fragili condizioni di salute. Prosegue nonostante tutto gli studi ecclesiastici e il 19 agosto 1874 è ordinato presbitero. Nominato dapprima amministratore parrocchiale e poi parroco nel paese di Bussana, nella sua Liguria, esercita qui il suo ministero per 47 anni, distinguendosi per l’intensa vita spirituale e di preghiera, la predicazione della Parola di Dio, la promozione della pratica religiosa e della catechesi a bambini e adulti, e per la cura prestata ai luoghi di culto. Si adopera per la diffusione della devozione al Sacro Cuore di Gesù e diviene guida e riferimento per tanti fedeli. A loro non risparmia il suo sostegno, soprattutto quando si verifica il devastante terremoto del 23 febbraio 1887, durante la celebrazione della Messa del mercoledì delle Ceneri, che provoca 54 vittime e distrugge la chiesa e parte del paese. Il sacerdote si adopera per far costruire al posto della vecchia chiesa un santuario dedicato al Sacro Cuore, che nel tempo diviene meta di pellegrinaggi e centro di spiritualità, e realizza, inoltre, diverse opere sociali tra le quali un asilo, un laboratorio per il lavoro delle ragazze, un ricovero per gli anziani e un orfanotrofio. Sulla scia dell’enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, promuove una Società Operaia di Mutuo Soccorso alla quale affianca una Cassa rurale. Nel 1902 impianta una tipografia per la pubblicazione di un periodico dedicato al Sacro Cuore e prosegue il suo apostolato in molteplici forme. Muore a Bussana il 12 febbraio 1922. Pregava tanto e dedicava tempo all’adorazione eucaristica, recitava frequentemente il Rosario, anche mentre passeggiava per la strada, e raccomandava ai fedeli di coltivare la preghiera. Diverse le iniziative pastorali, da lui promosse, tra le quali l’apostolato della preghiera, i martedì eucaristici e gli esercizi spirituali.

Il frate cappuccino dell’India

Tra i nuovi venerabili, Theophane, al secolo Michael Koodalloor, è originario della regione indiana del Kerala, vi nasce il 20 luglio 1913, a Kottapuram. Riceve in famiglia una solida formazione cristiana e nel 1929 entra nel Seminario diocesano minore dell’arcidiocesi di Verapoly. Dopo aver approfondito la conoscenza del carisma e della spiritualità di San Francesco d’Assisi, attratto dalla vita religiosa francescana, sceglie di entrare nel convento dei cappuccini a Farangipet e il 31 ottobre 1933 veste il saio francescano assumendo il nome di Theophane. Ordinato sacerdote il 20 aprile 1941, assume gli incarichi di direttore dei postulanti, pastore della cappella e membro del gruppo dei missionari cappuccini per i ritiri spirituali a Kollam. Nel 1947 viene nominato guardiano del Convento del Sacro Cuore a Kunnam e quindi parroco prima a Tiruchirapally e poi, fino al 1958, a Kotagiri, dove inoltre insegna Sacra Scrittura e omiletica nel locale Seminario teologico cappuccino. Cappellano presso varie Congregazioni religiose femminili, si dedica a molte attività pastorali e di promozione sociale fra le caste della popolazione indiana. Trasferito a Ponnurunni, fa edificare un convento dedicato a San Bonaventura, insieme a una chiesa e a un Seminario per le vocazioni cappuccine. Muore il 4 aprile 1968. Considerato uno dei più apprezzati predicatori cappuccini dell’epoca, era ritenuto un santo sacerdote, apprezzato per la sua umiltà e per la disponibilità verso i bisognosi e gli ultimi. Ha vissuto intensamente lo spirito di povertà di San Francesco d’Assisi, accogliendo con carità fraterna e generosità tutti quelli che lo avvicinavano, sia laici che religiosi, dispensando loro conforto spirituale e materiale. Come insegnante è sempre stato attento e disponibile a chiarire le perplessità e i dubbi dei suoi studenti. Ha ricevuto da Dio alcuni doni spirituali e, per certi versi, da alcuni è stato paragonato a padre Pio da Pietrelcina, specialmente per il modo di accogliere e pregare per coloro che si rivolgevano a lui. La fama di santità, già diffusasi in vita, si è ampliata dopo la morte.

Un venerabile laico bresciano

Pure lui venerabile, Fausto Gei nasce a Brescia il 24 marzo 1927. Di famiglia cattolica, frequenta l’Oratorio della Pace, retto dai Padri Filippini, tra i quali padre Carlo Manziana, futuro arcivescovo di Crema, che diviene suo direttore spirituale. Il giovane Fausto matura presto un’intensa sensibilità sociale e civile e nel marzo del 1945, accusato di svolgere attività antifascista, è trattenuto in carcere per alcuni giorni insieme ad un sacerdote e altri giovani. Nel dopoguerra completa gli studi superiori e nel 1946 si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università di Pavia. Poco dopo gli viene diagnosticata la sclerosi a placche e a causa della perdita dell’uso delle gambe è costretto ad abbandonare lo studio. Dopo un primo periodo di forte turbamento interiore, accetta la sua condizione, determinato a viverla come un apostolato nella Chiesa e nel mondo. Il progredire della malattia gli toglie pian piano l’uso delle mani e poi della parola. Conosce Luigi Novarese, aderisce al Movimento dei Volontari della Sofferenza da lui fondato e diviene il responsabile per la diocesi di Brescia. Nel 1962 aderisce anche dell’Associazione dei Silenziosi Operai della Croce, pure costituita da Novarese, e se ne fa promotore nella diocesi, emettendo ogni anno la professione dei consigli evangelici, in conformità con gli Statuti. Fausto s’impegna inoltre per evangelizzare il mondo degli ammalati, cercando di sostenere nella fede i sofferenti e incoraggiandoli ad avere un ruolo attivo nella vita della Chiesa. Tutto ciò attraverso “l’apostolato della penna”, intrattenendo una fitta rete di corrispondenze con molti malati, prodigandosi inoltre perché vi fossero sacerdoti dediti all’assistenza spirituale degli infermi. Le sue condizioni di vita peggiorano a causa di un edema polmonare. Muore il 28 marzo 1968. Fausto Gei è stato un ardente testimone del Vangelo nonostante l’infermità fisica che ha contrassegnato la sua esistenza ma che ha trasformato in una opportunità per aiutare gli altri, in particolare chi viveva le sue stesse sofferenze. Con il suo impegno ha sensibilizzato anche le autorità civili e religiose circa gli effettivi bisogni delle persone malate e delle loro famiglie. Devoto alla Madonna, la invocava quotidianamente con la preghiera del Rosario, che considerava un’“arma indispensabile per vincere la sofferenza” portando con fede la croce.

di Tiziana Campisi, Vatican News

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