Costruttori di bombe e artigiani di pace
In queste ore di profonda tensione per la situazione geo-politica del Medioriente e, in modo particolare, dell’Iran, è ritornata alla ribalta dei mezzi di stampa e di informazione la famosa intervista della giornalista italiana Oriana Fallaci all’ayatollah Khomeini, pubblicata dal Corriere della Sera, il 26 settembre 1979. Khomeini aveva instaurato in Iran la cosiddetta “repubblica islamica”, a seguito della rivolta che aveva visto la fuga dello scià Pahlavi. Diventando capo politico incontestato, aveva assunto anche la guida spirituale. A lui successe, poi, come capo supremo, Ali Khamenei, leader supremo fino a qualche giorno fa, quando è rimasto vittima del noto attacco. Fatta questa breve premessa, ritorniamo alla famosa intervista.
Oriana Fallaci, con il suo indomito e noto coraggio, toccò tasti dolentissimi, dando nome a tante atrocità che il nascente regime stava perpetrando. Arrivò persino a togliersi il chador, il velo che le donne iraniane devono usare quando compaiono in pubblico. La cosa che, però, di questa intervista mi ha colpito e che fa nascere questa riflessione è un’altra. Khomeini conclude il dialogo dicendo: «E con ciò la saluto. Addio. Inch’Allah.» Chi conosce il mondo musulmano dirà “Nulla di particolare”: Inshallah è un’espressione molto diffusa: indica la speranza del credente nell’avvenire, un po’ come il nostro Se Dio vuole. Mi ha colpito profondamente, però, perché è da qualche tempo una parola a me molto cara.
L’ho incontrata per la prima volta circa tre anni fa, quando ho conosciuto la storia dei martiri di Tibhirine, sette monaci trappisti del monastero di Notre Dame dell’Atlante, appunto a Tibhirine, in Algeria, sequestrati nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 da un commando del Gruppo Islamico Armato e martirizzati il 21 maggio seguente. L’8 dicembre 2018 sono stati beatificati, avendo la Chiesa riconosciuto il loro martirio. Questa storia è quanto mai affascinante, oltre che indicativa di come, ancora oggi, nel mondo si continui a soffrire e a morire per la propria Fede in Cristo. Ognuno dei sette monaci (a cui se ne aggiungono due, sopravvissuti) con la sua vita ci racconta di una donazione totale a Dio, intesa anche e soprattutto nella fedeltà al popolo algerino.
Per chi volesse approfondirne la loro storia e spiritualità ci sono varie pubblicazioni e un film molto bello, che li ha resi ancora più noti (Uomini di Dio di Xavier Beauvois, 2010). Proprio il priore del monastero dell’Atlante, padre Christian de Chergé, tre anni prima di morire scrive uno stupendo testamento spirituale, annoverabile tra i testi di più alta spiritualità dei nostri tempi. Tanti sono i punti che potrebbero interrogarci di questo intenso testo: il priore scrive di donazione, di fedeltà, di amore per Dio, per la Chiesa e per il popolo algerino. Ma è la conclusione che, credo, racchiuda ogni cosa, oltre che a farci ritrovare il nostro filo rosso dell’Inch’Allah. Scrive: «E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah.» Se qualcuno si sta chiedendo a chi parli, sta parlando al suo ipotetico e futuro assassino. Sì: anni prima è già consapevole del pericolo, ma resta. Le fonti ci riportano numerose discussioni dei capitoli del monastero riguardo al restare o abbandonare. Padre Christian conserva da anni nel suo cuore la risposta: restare!
Il monaco si impegna alla stabilitas loci, a restare sempre nello stesso luogo perché quello è il luogo del suo incontro con Dio. Christian, Luc, Christophe, Michel, Bruno, Celestin e Paul hanno incontrato lì Dio, fino ad incontrarlo nel volto dei loro rapitori. Padre Christian quell’incontro se lo era già immaginato e, nel contemplare quegli occhi, aveva avuto il coraggio di dire grazie. Addirittura aveva sperato di potersi trovare con lui, proprio con il suo possibile assassino, dinanzi a Dio. Insieme: come ladroni pentiti. Il testo, icasticamente, si conclude associando Amen e Inch’Allah. Lasciamo agli studiosi ogni analisi riguardo allo straordinario contributo di Christian De Chergé al rapporto tra cristianesimo e Islam. Noi vogliamo guardare “semplicemente” il fiat del consacrato a Dio, pronto ad offrirsi fino all’effusione del sangue; l’Inch’Allah del monaco che nel volto di ogni algerino, anche di quello che lo decapitava, vedeva il volto di Dio. Fa riflettere come un unico termine, che etimologicamente è affidamento dell’avvenire a Dio, possa assumere significati così differenti.
Da un lato, diventa quasi uno slogan di supremazia, un modo sbagliato di intendere la Fede e la religione stessa: si compia sì la volontà di dio! Ma del dio con la “d” minuscola: il dio del potere, della violenza, del sopruso. Uno slogan gridato con la fierezza di chi crede nella legge del più forte. Dall’altra parte quasi un sussurro, un affidamento. L’abbandonarsi nelle mani di Dio – con la D maiuscola – contemplato per tutta una vita nel volto dell’umanità. Oggi che la guerra imperversa e temiamo di dover raccontare di una terza guerra mondiale – qualcuno diceva anni fa “a pezzi”, oggi invece temiamo arrivi tutta intera – l’umanità è chiamata a scegliere tra due paradigmi: la violenza e la mitezza. Umilmente suggerisco per questa scelta una chiave di lettura, un indizio: i regimi cadono, gli interessi materiali svaniscono con un clic su un pulsante. Sette piccoli fratelli, sette uomini silenziosi, sette storie comuni hanno fatto, invece, scalpore. Il dittatore scompare, loro difficilmente saranno dimenticati. Qualcuno, circa duemila anni fa, a tutto questo ci aveva già pensato. Un poeta contemporaneo ha parafrasato così quelle antiche parole: «Coloro che si fidano della forza sono senza troni: le loro mani sono vuote, i loro tesori sono aria. Coloro che non contano nulla hanno il nido nella Sua mano».
di Danilo Tuccillo




