Un corso della Pontificia Università della Santa Croce, in collaborazione con la FISC, per formare i comunicatori cattolici all’era dell’AI
C’è una parola che rimbalza ovunque, nelle redazioni come nei salotti, nelle aule universitarie come nei corridoi delle aziende: intelligenza artificiale. Spesso evocata con un misto di fascino e timore, raramente compresa davvero. Per questo motivo, e con la convinzione che anche il nostro piccolo settimanale diocesano debba guardare avanti con occhi aperti, ho partecipato al MOOC “Intelligenza artificiale per comunicatori e giornalisti: visione d’insieme”, proposto dalla Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce in collaborazione con la Federazione Italiana Settimanali Cattolici (FISC).
Il percorso si articola in cinque moduli tematici che coprono un arco molto ampio: dalla storia dell’intelligenza artificiale e del suo impatto sul mondo della comunicazione e del lavoro, fino alle questioni di regolamentazione ed etica, passando per la pratica concreta della professione. I moduli teorici, tenuti dal professor Giovanni Tridente, alternano rigore accademico e taglio giornalistico, mentre quelli pratici — curati da rev. José Enrique García Rizo e dal professor Raffaele Buscemi — scendono nel dettaglio operativo: come usare l’AI per preparare un articolo, come generare sintesi, grafiche, audio e video a supporto della notizia.
Personalmente ho trovato il corso ricco di informazioni e spunti concreti. La rivelazione più interessante? Scoprire funzionalità e aspetti degli strumenti che uso ogni giorno nel mio lavoro di designer, che semplicemente non conoscevo. L’AI non è solo ChatGPT o una chatbot generica: è un ecosistema che sta già cambiando il modo in cui si ricerca, si scrive, si racconta.
Il giornalismo, negli ultimi trent’anni, ha già attraversato rivoluzioni che sembravano letali: l’avvento di Internet, la rivoluzione dei social media, il crollo della carta stampata. Eppure ha resistito, si è adattato, ha trovato nuove forme. Oggi si trova di fronte a qualcosa di ancora più profondo: algoritmi, modelli linguistici e chatbot capaci di produrre testi articolati in pochi secondi, con una velocità e una precisione crescenti. La domanda che molti si pongono — e che il corso affronta con serietà — non è se l’AI sostituirà il giornalista, ma come il giornalista potrà fare la differenza quando l’AI sarà ovunque.
La risposta, a mio avviso, sta proprio nell’umanità. Quando il novanta per cento delle notizie sarà confezionato da sistemi automatici, ciò che resterà prezioso sarà il punto di vista, la sensibilità, la capacità di stare dentro la realtà con le proprie domande. Un giornalista di paese, che conosce il nome del sindaco, che era in chiesa quando è morto quell’anziano artigiano, che sa leggere le sfumature di una comunità, possiede qualcosa che nessun Large Language Model potrà mai davvero replicare. A patto, però, di non ignorare gli strumenti che il presente mette a disposizione.
Non è un caso che sia proprio la Chiesa, attraverso le sue istituzioni accademiche e la rete dei settimanali cattolici, a promuovere questo tipo di formazione. Papa Francesco aveva dedicato la 58° giornata delle Comunicazioni Sociali nel 2024 proprio a questo tema, con il titolo “Intelligenza Artificiale e sapienza del cuore”. In quel documento il Pontefice aveva chiarito con precisione che l’IA potrà contribuire positivamente al giornalismo solo se lo affiancherà senza sostituirlo. Lo stesso tema è stato ripreso da Papa Leone XIV quest’anno con il documento “Custodire voci e volti umani”, in cui mette in guardia dal rischio di un affidamento acritico all’IA come se fosse onnisciente. Questi messaggi danno una direzione precisa per chi appartiene indifferentemente a piccole o grandi testate e crede nel valore umano della comunicazione.
Questo corso è stato un passo in quella direzione. Piccolo, ma concreto. Come, del resto, il lavoro che cerchiamo di fare ogni settimana su queste pagine.




