Commento al Vangelo Mt 17,1-8
La Quaresima è un tempo, uno spazio, una terra dove poter ritrovare sé stessi, ritrovare le chiavi della propria esistenza. La lotta stanca; affrontare le tentazioni e le prove di ogni giorno tante volte scoraggia. È così anche per i discepoli di Gesù: per loro è troppo difficile seguire questo Maestro, è troppo faticoso capire quello che lui dice. Ma stavolta Gesù esagera: pochi versetti prima aveva detto che le cose per lui non sarebbero andate bene, che stava per essere ucciso e che tutto quello che stavano vivendo stava per finire. Quante volte le brutte notizie ci atterrano, ci scoraggiano, ci gettano nel buio e nello sconforto. Gesù si accorge che gli occhi di quei suoi amici erano coperti da un velo di tristezza e di scoraggiamento e, per questo, permette loro di vivere un attimo di cielo.
È il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima, la Trasfigurazione: è un Vangelo che evangelizza lo sguardo, che per un attimo ti riempie gli occhi di amore e di bellezza per non scoraggiarti, per non lasciare che le prove di ogni giorno atterrino la tua esistenza. Gesù invita i suoi amici a salire, a fare un viaggio, a camminare, così come è successo ad Abramo nella prima lettura. Per noi salire sulla montagna può essere un viaggio semplice, ma è Abramo che ci dice cosa significa mettersi in viaggio: egli, ormai vecchio, un uomo che non si sente più buono a nulla, prossimo alla «pensione», si sente dire: «Lekh leka!». Non è più giovane, è senza entusiasmo, segnato da una vita apparentemente senza benedizione, senza figli; ha perso suo fratello; è fragile, pieno di contraddizioni, con un rapporto difficile con la moglie Sara. Eppure la voce di Dio lo raggiunge e gli dice: «Lekh leka». Traduciamo: «Esci dalla tua terra», ma quel verbo può anche significare «entra in te stesso», comincia un viaggio interiore, guardati dentro e scopriti bello, perché sei ricolmo della bellezza di Dio. Andare in sé stessi o salire una montagna implica tre tappe: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre». Il viaggio, la salita, ha queste tre tappe. Innanzitutto, lasciare la terra, cioè l’idea del possesso. Quanto sangue è stato versato per marcare le proprietà! Quanta amarezza solo per dire: «Questo è mio». Abramo deve abbandonare l’idea di possedere qualcosa. Deve abbandonare l’idea di essere qualcuno perché possiede qualcosa o appartiene a un gruppo, a un luogo, a una parrocchia.
Dopo la terra, ad Abramo è chiesto di lasciare la parentela. È inevitabile essere influenzati dalle persone che ci sono accanto, che ci hanno cresciuto ed educato. L’ambiente in cui cresciamo non sempre ci indica la strada da percorrere; spesso ci tiene bloccati. La famiglia è un luogo straordinariamente fecondo, ma a volte diventa un luogo di giudizio, di manipolazione, in cui, per tenere legati gli altri a sé, li facciamo vivere nei sensi di colpa. Ad Abramo, infine, viene chiesto di lasciare il più difficile degli idoli: la casa del padre. Nella storia di Abramo il padre e il fratello sono morti. Dio chiede ad Abramo di chiudere il negozio che aveva avviato suo padre, suo fratello, per seguire la propria strada. Abramo forse si rende conto di non aver mai scelto la sua vita. Spesso ci ritroviamo a vivere una vita che non abbiamo scelto; spesso ci ritroviamo a svolgere un lavoro che non abbiamo scelto; spesso ci ritroviamo a vivere in un posto che non abbiamo scelto. Ecco la fatica del viaggio, della salita sul monte. Questa salita permette ai discepoli di fare un’esperienza unica: riempire il proprio sguardo di amore. No, amici miei, non è Gesù che si trasforma come Superman sul monte, ma per un attimo lo sguardo di quei tre amici cambia. Per un attimo vedono in profondità, vedono la bellezza che abita nel loro Maestro… e che abita anche in ciascuno di noi. Per capirlo bene, pensiamo allo sguardo degli innamorati: chi è innamorato non si ferma alle apparenze, ma scorge una bellezza profonda che gli occhi superficiali non sanno cogliere. Magari, oggettivamente, quella persona non è eccezionale, ma lo sguardo dell’amore la trasfigura. Ecco cosa accade a Pietro, Giacomo e Giovanni: il loro sguardo diventa profondo, pieno di amore, e così si libera da ciò che impediva loro di riconoscere chi fosse davvero Gesù. Capiscono che Lui è la Legge che guida e la Parola che salva, che libera. Dio sempre ci fa fare delle esperienze di luce per poter affrontare le difficoltà della vita, ma spesso noi non abbiamo mai cominciato quel viaggio, quella salita. Quando ci riusciremo, lasciamo che sia la bellezza a guidare i nostri gesti, le nostre parole, la nostra vita. Dove scorgiamo la bellezza facciamo fatica a mettere altro. Pietro, infatti, dice: «Signore, è bello per noi essere qui!».
Quella luce, quell’esperienza guiderà il nostro cammino, orienterà i nostri passi. È una luce da non dimenticare, soprattutto quando siamo chiamati a ritornare alla solita vita, dove ci sembra che l’oscurità sia più forte di quella luce. La Quaresima è tempo di bellezza. Ma la bellezza chiede la fatica di salire, di uscire, di muoversi. Tutto questo – dice san Paolo – non è sforzo, ma è grazia. Buona domenica!
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Dove scorgiamo la bellezza facciamo fatica a mettere altro
Commento al Vangelo Mt 17,1-8
La Quaresima è un tempo, uno spazio, una terra dove poter ritrovare sé stessi, ritrovare le chiavi della propria esistenza. La lotta stanca; affrontare le tentazioni e le prove di ogni giorno tante volte scoraggia. È così anche per i discepoli di Gesù: per loro è troppo difficile seguire questo Maestro, è troppo faticoso capire quello che lui dice. Ma stavolta Gesù esagera: pochi versetti prima aveva detto che le cose per lui non sarebbero andate bene, che stava per essere ucciso e che tutto quello che stavano vivendo stava per finire. Quante volte le brutte notizie ci atterrano, ci scoraggiano, ci gettano nel buio e nello sconforto. Gesù si accorge che gli occhi di quei suoi amici erano coperti da un velo di tristezza e di scoraggiamento e, per questo, permette loro di vivere un attimo di cielo.
È il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima, la Trasfigurazione: è un Vangelo che evangelizza lo sguardo, che per un attimo ti riempie gli occhi di amore e di bellezza per non scoraggiarti, per non lasciare che le prove di ogni giorno atterrino la tua esistenza. Gesù invita i suoi amici a salire, a fare un viaggio, a camminare, così come è successo ad Abramo nella prima lettura. Per noi salire sulla montagna può essere un viaggio semplice, ma è Abramo che ci dice cosa significa mettersi in viaggio: egli, ormai vecchio, un uomo che non si sente più buono a nulla, prossimo alla «pensione», si sente dire: «Lekh leka!». Non è più giovane, è senza entusiasmo, segnato da una vita apparentemente senza benedizione, senza figli; ha perso suo fratello; è fragile, pieno di contraddizioni, con un rapporto difficile con la moglie Sara. Eppure la voce di Dio lo raggiunge e gli dice: «Lekh leka». Traduciamo: «Esci dalla tua terra», ma quel verbo può anche significare «entra in te stesso», comincia un viaggio interiore, guardati dentro e scopriti bello, perché sei ricolmo della bellezza di Dio. Andare in sé stessi o salire una montagna implica tre tappe: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre». Il viaggio, la salita, ha queste tre tappe. Innanzitutto, lasciare la terra, cioè l’idea del possesso. Quanto sangue è stato versato per marcare le proprietà! Quanta amarezza solo per dire: «Questo è mio». Abramo deve abbandonare l’idea di possedere qualcosa. Deve abbandonare l’idea di essere qualcuno perché possiede qualcosa o appartiene a un gruppo, a un luogo, a una parrocchia.
Dopo la terra, ad Abramo è chiesto di lasciare la parentela. È inevitabile essere influenzati dalle persone che ci sono accanto, che ci hanno cresciuto ed educato. L’ambiente in cui cresciamo non sempre ci indica la strada da percorrere; spesso ci tiene bloccati. La famiglia è un luogo straordinariamente fecondo, ma a volte diventa un luogo di giudizio, di manipolazione, in cui, per tenere legati gli altri a sé, li facciamo vivere nei sensi di colpa. Ad Abramo, infine, viene chiesto di lasciare il più difficile degli idoli: la casa del padre. Nella storia di Abramo il padre e il fratello sono morti. Dio chiede ad Abramo di chiudere il negozio che aveva avviato suo padre, suo fratello, per seguire la propria strada. Abramo forse si rende conto di non aver mai scelto la sua vita. Spesso ci ritroviamo a vivere una vita che non abbiamo scelto; spesso ci ritroviamo a svolgere un lavoro che non abbiamo scelto; spesso ci ritroviamo a vivere in un posto che non abbiamo scelto. Ecco la fatica del viaggio, della salita sul monte. Questa salita permette ai discepoli di fare un’esperienza unica: riempire il proprio sguardo di amore. No, amici miei, non è Gesù che si trasforma come Superman sul monte, ma per un attimo lo sguardo di quei tre amici cambia. Per un attimo vedono in profondità, vedono la bellezza che abita nel loro Maestro… e che abita anche in ciascuno di noi. Per capirlo bene, pensiamo allo sguardo degli innamorati: chi è innamorato non si ferma alle apparenze, ma scorge una bellezza profonda che gli occhi superficiali non sanno cogliere. Magari, oggettivamente, quella persona non è eccezionale, ma lo sguardo dell’amore la trasfigura. Ecco cosa accade a Pietro, Giacomo e Giovanni: il loro sguardo diventa profondo, pieno di amore, e così si libera da ciò che impediva loro di riconoscere chi fosse davvero Gesù. Capiscono che Lui è la Legge che guida e la Parola che salva, che libera. Dio sempre ci fa fare delle esperienze di luce per poter affrontare le difficoltà della vita, ma spesso noi non abbiamo mai cominciato quel viaggio, quella salita. Quando ci riusciremo, lasciamo che sia la bellezza a guidare i nostri gesti, le nostre parole, la nostra vita. Dove scorgiamo la bellezza facciamo fatica a mettere altro. Pietro, infatti, dice: «Signore, è bello per noi essere qui!».
Quella luce, quell’esperienza guiderà il nostro cammino, orienterà i nostri passi. È una luce da non dimenticare, soprattutto quando siamo chiamati a ritornare alla solita vita, dove ci sembra che l’oscurità sia più forte di quella luce. La Quaresima è tempo di bellezza. Ma la bellezza chiede la fatica di salire, di uscire, di muoversi. Tutto questo – dice san Paolo – non è sforzo, ma è grazia. Buona domenica!
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