Riflessioni a margine dell’annuncio di un Giubileo Francescano
Il Vangelo di Giovanni, nella prima parte del capitolo 3 riporta il dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, il buon fariseo che, attratto irrimediabilmente dalle novità in corso, prova a capire, pur non riuscendo a uscire dai propri schemi. Gesù parla a Nicodemo dello Spirito e lo paragona al vento che soffia dove vuole, del quale, pur sentendone la voce, non sai da dove viene né dove va. Proprio per questo, anche oggi, occorre guardare alla diversità dei carismi sotto una doppia luce: guardando da una parte all’eternità del divino e dall’altra alla temporalità dell’esistenza umana, perché la testimonianza del fondatore/trice portatore del carisma è per l’oggi dell’uomo, ma il carisma suscitato dallo Spirito è per sempre. Ciò nonostante, risulta sempre complicato parlare dello Spirito Santo senza rischiare di imprigionarlo nelle nostre parole, o peggio ridurlo in definizioni, che per quanto accurate o studiate, appaiono insufficienti. Per questo, il Cristiano pur potendo fare esperienza dello Spirito nella propria vita, sa che se tenta di parlarne, le parole gli vengono meno. Come fare, quindi, a riconoscerlo in ciascuno di noi, nella Chiesa, nell’umanità, nella storia? Non ci resta che cercare la risposta a tale domanda nelle parole di Gesù. Sempre il Vangelo di Giovanni (14,21) riporta la promessa di Gesù che possiamo riassumere in “a chi mi ama mi manifesterò” e “se mi amate osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce… non vi lascerò orfani”. Quindi se amiamo, come Gesù intende, e osserviamo i suoi comandamenti, in breve, se proviamo a vivere la Sua parola, Egli stesso chiederà al Padre per noi il dono dello Spirito.
Pur conducendo una vita da cristiani impegnati e praticanti, molto spesso, però, la nostra pesante umanità (il nostro “uomo vecchio” come lo definirebbe San Paolo) ci porta a confidare nelle sole forze nostre o della nostra organizzazione e a dimenticare le promesse di Cristo, rischiando, anche inconsapevolmente, di suddividere lo Spirito in tanti rivoli che vivono di vita propria (i movimenti, le associazioni, i cammini, le parrocchie, ecc.), a sminuzzarlo, a inquadrarlo nelle nostre categorie mentali, più o meno importanti. In sostanza, preferiamo vivere l’ordine del giorno dettato dal parroco o dal nostro referente, rimanendo in una zona di comfort, piuttosto che lasciarci sfidare dalle esigenti parole del Cristo che ci chiamano “in uscita” (Papa Francesco docet). Forse anche per questo, invece, lo Spirito suscita continuamente carismi in grado di attualizzare il messaggio divino nelle varie epoche e a garantire nuovi entusiasmi alla Chiesa. San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, al capitolo 12 ci parla già della diversità di carismi, anzi porta ad esempio proprio la diversità dei ministeri per concludere che uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati (Efesini, 4, 4-5).
Riflettevo su queste cose in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco, con conseguente annuncio di un giubileo francescano straordinario per tutto il 2026 da parte di papa Leone. Il carisma francescano, che ispira povertà, carità, pace, fraternità, bene-dizione (la capacità di dire bene!), suscitato dallo Spirito Santo ottocento anni orsono, per rinnovare la chiesa e l’umanità, è tuttora vivo e presente nelle comunità francescane, ma ancor di più è ancora vivo e attuale il suo messaggio in tutte le sue declinazioni. Per sottolineare quanto importante sia stata l’opera dello Spirito in Francesco e in quanti lo hanno seguito e lo seguono tuttora, mi sono “divertito” a cercare collegamenti nella recentissima storia dei carismi attraverso una breve ricerca. Quello che ne viene fuori, a mio sommesso avviso, è che lo Spirito (e quindi Dio Padre con Gesù Cristo, in quanto Trinità perfetta e di relazione) predilige la testimonianza e l’impegno, che possono cambiare il mondo in meglio, secondo la visione di Dio, alla militanza e all’appartenenza che rischiano viceversa di frapporre barriere. Lo Spirito agisce sempre trasversalmente, come il vento appunto, per spingerci a costruire ponti piuttosto che a erigere muri. E quindi, con meraviglia, ho scoperto, ad esempio, che Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, è stata terziaria francescana. La fondazione del movimento si data al 7 dicembre 1943, perché in quel giorno Silvia Lubich si consacrò da laica a Dio per sempre, presso i frati francescani cappuccini di Trento, in qualità di terziaria francescana, prendendo il nome di Chiara, la Santa di Assisi, per la sua ammirazione per essa. Le sue prime intuizioni nacquero proprio nel novero del francescanesimo e fu il suo padre spirituale, il cappuccino padre Casimiro Bonetti a parlarle di un Dio “che la ama immensamente” o di Gesù Crocifisso e Abbandonato, quale mistero del culmine di amore di Dio per l’umanità.
Più recentemente, e siamo al principio degli anni 90, muove i suoi primi passi a Roma l’avventura di Nuovi Orizzonti, fondato da Chiara Amirante, che è stata membro giovanile del movimento dei focolari e nata da genitori anch’essi membri di tale movimento. Non a caso, fino alla sua dipartita, nel 2017, Chiara Amirante aveva scelto come proprio padre spirituale Don Marco Tecilla, primo focolarino maschio a seguire la Lubich. Così come l’attuale presidente, rieletto nel 2025, della Comunità di Sant’Egidio, movimento internazionale fondato da Andrea Ricciardi impegnato nella preghiera, nella pace e nell’aiuto ai poveri, è attualmente Marco Impagliazzo, figlio di quel Dino Impagliazzo, membro laico del movimento dei focolari, scomparso nel 2021 e nominato commendatore nel 2019 dal presidente Mattarella per la sua preziosa opera di distribuzione di pasti caldi e beni di prima necessità ai senzatetto di Roma e fondatore della Onlus “RomAmor” che con i suoi volontari continua a distribuire ogni giorno oltre 250 pasti caldi, oltre che a svolgere assistenza ai carcerati.
Questi sono solo alcuni piccoli esempi, tra quelli che ho potuto rinvenire, ma già così mi sembra d’intravedere un disegno divino compatibile con uno Spirito che soffia dove e come vuole. Dinnanzi al messaggio evangelico, a così tanti testimoni della Fede, a noi non resta che contribuire alla costruzione di una Chiesa comunità, per come possiamo nell’impegno quotidiano, per l’avanzata del regno di Dio nel mondo e la conseguente salvezza e felicità dell’umanità, evitando di rinchiuderci in compartimenti stagni o a dividerci per militanza, per essere sempre più simili alle prime comunità di Cristiani descritte negli Atti degli Apostoli, infatti di loro si diceva :“sono un cuor solo e un’anima sola” !
di Piero D’Ambra




