Prosegue in Diocesi il percorso di formazione volto alla valorizzazione delle diverse ministerialità, sotto la guida di don Carlo Busiello. Incontro del 13 febbraio
Dopo la presentazione del Decreto Conciliare Ad Gentes, che riporta la missione al centro della vita ecclesiale, (del quale vi abbiamo relazionato nel numero scorso del Kaire) don Carlo Busiello, con chiarezza e competenza, ha proseguito il percorso formativo diocesano, rivolto in special modo, ma non solo, alla formazione per il ministero di Lettorato e Accolitato, con un intervento che ha coniugato missione e ministerialità. La riflessione sulla ministerialità – ha spiegato don Carlo – si rende necessaria in un’epoca in cui la Chiesa vive un grande processo di riforma, una trasformazione chiamata a gran voce da Papa Francesco, che ne ha definito i tratti in Evangelii Gaudium. Non si tratta tuttavia di una scoperta, poiché la ministerialità è presente già nei vangeli, in particolare negli Atti e nelle Lettere del Nuovo Testamento:
«Noi oggi come Chiesa riflettiamo sulla ministerialità per recuperare con maggiore chiarezza e profondità una consapevolezza che appartiene da sempre alla Chiesa, il ministero».
È necessario anche comprendere che la parola ministero deriva dal latino ministerium (diakonìa in greco) e indica il servizio che il singolo dona alla comunità. Se la Chiesa è “tutta missionaria”, come abbiamo imparato leggendo il paragrafo n. 2 di Ad Gentes, e se il concetto geografico di missione nel senso classico del termine si è evoluto con il Concilio Vaticano II nella necessità di missione interna ai paesi dai quali prima partivano le missioni e che oggi sono inequivocabilmente e pericolosamente scristianizzati, è necessario trovare nuove forme di missionarietà e nuovi agenti missionari. È una riforma della Chiesa che passa necessariamente attraverso le Chiese locali e attinge alla fonte primaria dell’evangelizzazione: tutti i battezzati.
«Non possiamo pensare al futuro delle nostre comunità solo in base al numero dei preti disponibili, non bisogna organizzare la Chiesa intorno al prete, ma attorno alla missione».
Il cammino che ci attende – ha detto don Carlo – richiede tempo e pazienza, ma va percorso tendendo presente che esso non è una novità, ma la piena realizzazione di ciò che era già la Chiesa delle origini, i cui aspetti salienti sono stati riportati all’attenzione dei fedeli dal Concilio Vaticano II. I padri conciliari non hanno fatto altro che correggere la rotta nel cammino di una Chiesa che aveva spesso deviato. Don Carlo ha posto l’attenzione per tale motivo anche su alcuni aspetti storici:
già la Chiesa costantiniana aveva clericalizzato i ministeri, conducendo alla separazione tra funzioni presbiteriali e laici; Papa Gregorio, nel Medioevo, aveva definitivamente affossato i ministeri laicali e in seguito, dopo lo sviluppo del Luteranesimo e della Riforma, la Chiesa, con il Concilio di Trento, si era concentrata soprattutto sul rafforzamento del sacerdozio e sulla struttura gerarchica ecclesiale. In tal modo è stata messa da parte la riflessione sulla teologia del laicato. Oggi noi, in realtà, con la riflessione attuale non stiamo facendo altro che recuperare ciò che era prassi nelle Chiesa delle origini, dove i laici erano tutti partecipi di alcune funzioni ministeriali. Ma c’è di più: nella Chiesa delle origini anche le donne svolgevano importanti ruoli all’interno delle comunità. Don Carlo ha ricordato come “pietra miliare della storia recente della Chiesa” la Lettera Apostolica “Spiritus Domini” di Papa Francesco del 2022 con la quale, modificando il Canone 230 par. 1 del Codice di Diritto canonico, si permette l’accesso in modo stabile ai ministeri, con riconoscimento pubblico e rito vescovile, anche alle donne. Si tratta di una svolta significativa che sancisce il superamento definitivo di una concezione clericale dei ministeri, aprendoli ad una partecipazione più ampia dei laici.
Tuttavia – ha sottolineato don Carlo – non bisogna considerare questa apertura come una concessione dettata da un senso di rispetto delle pari opportunità o dalla necessità contingente dovuta alla scarsa presenza di presbiteri, si tratta invece di un diritto/dovere che nasce con ed è connaturato al Battesimo. È ancora il Concilio Vaticano II, con la Lumen Gentium, a fare chiarezza:
«Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale sono ordinati l’uno all’altro, uno non è più importante dell’altro o tra loro in rapporto gerarchico, sono complementari, perché prima di entrambi i sacerdozi esiste l’unico sacerdozio, l’ufficio regale di Cristo, la Chiesa incorpora tutti i suoi membri all’interno di una rete di identità e corresponsabilità comuni per la missione, pastori e laici sono uniti da reciproca necessità, altrimenti si affonda».
Una Chiesa realmente costituita non può dunque fare a meno dei laici, i quali, in quanto battezzati, partecipano della triplice funzione di Cristo: sacerdotale, profetica e regale. Qui don Carlo è sceso nei dettagli, spiegando molto bene cosa questo significhi per ogni laico che risponda alla chiamata ai diversi ministeri:
sacerdotale – il Battesimo inizia il cristiano ad un sacerdozio di esistenza, ancora più radicale di quello di funzione che è proprio del presbitero, tutti sono tenuti a fare della loro esistenza un’opera gradita a Dio;
profetica – non si tratta di predire il futuro, avere apparizioni o rivelazioni, la funzione profetica riguarda l’annuncio della Parola con la propria esistenza;
regale – questa funzione si esprime nel servizio alla società, nella promozione della dignità della persona, nella difesa della vita, nella ricerca del bene comune e quindi trova applicazione nell’impegno politico, nel lavoro, nella cultura, nell’economia e nelle arti.
Citando Giovanni Paolo II, che nella Redemptoris Missio (1990) sottolineava che il primo servizio – o ministero – che possiamo fare a Cristo è il servizio offerto ai fratelli, don Carlo ha proseguito ricordando alcuni servizi liturgici e pastorali ai quali possono essere chiamati i laici, nell’azione pratica e dove mancano i presbiteri: la presidenza delle celebrazioni domenicali, lettura, annuncio e commento della Parola; il laico può inoltre svolgere la funzione di cantore, salmista, può presiedere la Liturgia delle Ore, i funerali, dare alcune benedizioni, distribuire la comunione, portare il viatico, ricevere il consenso degli sposi, amministrare, in casi particolari, il Battesimo.
«Questi ministeri non devono essere vissuti come una clericalizzazione del laicato, ma come servizio autentico alla comunità, nel rispetto dei diversi ruoli, come vocazione, non come supplenza, perché la Chiesa siamo noi, non le strutture».
Naturalmente – ha concluso don Carlo – è necessario un lavoro di discernimento, innanzitutto per riconoscere i doni, poi per evitare di cadere nell’improvvisazione e per promuovere una giusta stabilità ai ministeri. Quindi si rende necessaria per i laici, come già per i presbiteri una adeguata formazione, la quale deve essere permanente, in grado di rendere i laici capaci di svolgere con competenza e maturità i servizi loro affidati.
È solo a partire dagli anni Venti del secolo scorso che la riflessione sulla funzione del laicato ha cominciato a fare capolino nella Chiesa ed è solo con il Concilio Vaticano II che tale riflessione è stata veramente oggetto di attenzione. È passato un secolo, tempistiche ecclesiali – ha sottolineato don Carlo, ma il processo è iniziato e ci avviamo verso una nuova stagione missionaria, verso una Chiesa tutta missionaria e ministeriale, dove ciascuno contribuisce, secondo la propria vocazione, all’unica missione dell’annuncio del Vangelo.




