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Commento al Vangelo Mt 4,1-11

Chi sei? È la domanda che, da sempre, ognuno di noi porta nel cuore: Chi sono io? Chi sono per le persone che ho accanto? Chi sono per la mia famiglia? Chi sono per Dio? Mercoledì sera, per ciascuno di noi, è iniziata nuovamente la battaglia e la fatica del discernimento, del riprendere in mano la propria vita. La Quaresima ha uno spazio preciso, una terra concreta: il cuore dell’uomo.

Facciamo fatica a stare dentro di noi, con il nostro cuore, con i nostri pensieri, con il silenzio. Eppure il Vangelo ci dice che Gesù «è condotto dallo Spirito». Come se Dio ci suggerisse che il deserto è la condizione giusta: nessuno può restare nel caos per capirsi davvero, per ascoltarsi. Abbiamo bisogno di lasciarci condurre nel deserto, nel luogo del silenzio. Non è un incidente di percorso. È lo Spirito che conduce Gesù lì. Come a dire: ci sono passaggi nella vita che non sono punizioni, ma luoghi di verità.

Gesù è condotto nel deserto per fare i conti con quella polvere con cui l’uomo è stato plasmato. La prima lettura ce lo ricorda: siamo polvere, cenere — come quella che è caduta sul nostro capo e che deve scendere nel cuore. Ma il libro della Genesi ci ricorda anche che non siamo solo polvere: siamo polvere amata, impastata, modellata a immagine di Dio. Per due volte la Genesi ribadisce che siamo polvere plasmata dalle mani di Dio. Se la polvere ci ricorda la fragilità, la limitatezza, la possibilità di sbagliare, quell’essere impastati dalle mani di Dio ci ricorda che siamo abitati da una Presenza, da una Voce: «Siamo figli. Siamo amati. Abbiamo un Padre».

Purtroppo, quando sperimentiamo e abitiamo le nostre fragilità, è proprio lì che sorge la tentazione: mettere in dubbio quella Voce. Il demonio infatti attacca l’identità di Eva nella Genesi e quella di Gesù nel Vangelo: «Se sei Figlio…». Al Giordano il Padre aveva detto: «Tu sei mio Figlio». La tentazione è vivere come se quella voce non fosse mai risuonata. Spesso noi viviamo proprio così: come se quella parola non fosse mai stata pronunciata su di noi. Il demonio chiede a Eva e a Gesù di smettere di fidarsi del Padre. La tentazione è tutta lì: dubitare della propria identità. E quando perdiamo quella voce, quando non ci sentiamo più figli, iniziamo a voler dimostrare, forzare, anticipare, pretendere. Allora comprendiamo il percorso che Gesù compie nel deserto — un percorso che dura tutta la vita e che Matteo riassume in tre grandi tentazioni, tre possibilità concrete di perdere quella voce e quell’identità. La prima tentazione si annida in un desiderio legittimo: voglio essere felice. Dov’è la tentazione? Nel credere che essere felici significhi avere ed essere liberi dal Padre: avere salute, soldi, pane, lavoro. È la tentazione di ridurre tutto al bisogno immediato. «Se puoi, risolvi». Smetti di aspettare da qualcuno la soluzione: fai da solo. Smetti di essere figlio e prendi tu il controllo. Ma Gesù risponde con la Scrittura: «L’uomo non vive di solo pane». Non nega il pane. Dice che non basta. La felicità non è solo soddisfazione dei bisogni. Il cuore umano ha fame di senso, non soltanto di cibo.

La seconda tentazione sta nell’usare il Padre per i propri scopi. È una tentazione sottile, perfino religiosa. Gesù la racconta nella parabola dei due figli: il figlio minore usa il padre per ottenere l’eredità; il maggiore resta in casa, ma pretende una ricompensa. Entrambi, in fondo, usano il padre. Il Padre non si usa: si ama. Gesù rifiuta di manipolare il Padre. Non usa Dio per affermare sé stesso. Spesso usiamo gli altri come “usa e getta”, e talvolta facciamo così anche con Dio. Ma questo non rende felici. Laterza tentazione sta nel sostituire il Padre con un idolo. Fare a meno del Padre. Decidere da soli. È la tentazione di dire: decido io chi mi salva. Scelgo io a chi affidarmi. Scelgo io da chi dipendere. Qui non si tratta semplicemente di potere. Si tratta di adorazione. E l’adorazione è il cuore della fede. Perché ciò che adori, ciò che metti al centro, è ciò che ti definisce. Quante persone mettono il cuore nelle mani di idoli: successo, denaro, immagine, relazioni assolutizzate. Sant’Agostino lo direbbe così: il problema non è amare le cose, ma amarle in modo disordinato (ordo amoris). L’idolo è un amore fuori posto. Dentro questa tentazione c’è una frase pericolosissima: «Non ho bisogno di ricevere. Mi basto». È l’eco della Genesi: «Diventerete come Dio». L’autosufficienza è la grande illusione del peccato. Ma quando sostituiamo il Padre con un idolo non diventiamo più liberi. Diventiamo più schiavi. Gli idoli promettono dominio, ma generano dipendenza. Il Padre, invece, sembra chiedere obbedienza, ma dona libertà. Questo Vangelo, all’inizio della Quaresima, non ci chiede di avere paura delle tentazioni. Ci chiede di attraversarle. Perché il deserto non è il luogo della sconfitta, ma della chiarezza. Gesù nel deserto ci mostra che la vera libertà nasce dalla fiducia. E che la vittoria più grande non è fare cose straordinarie, ma restare figli.

Buon cammino. Buona domenica.

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