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Quando i padri cedono il passo ai figli

Il 2026 nei suoi primi mesi ha strappato due presbiteri alla nostra chiesa diocesana. Umanamente lo sconforto di certi bilanci sembra restituire un quadro di incertezze così marcate da non riuscire a vedere altro, a vedere oltre. Dopo don Vincenzo Fiorentino ora anche don Camillo d’Ambra. Due lutti in poco tempo che sembrano porre la parola fine non solo a un’epoca ma a un certo modo di vivere, di porsi, di “essere”. Insomma, la perdita degli ultimi baluardi – di quelle figure sacerdotali solide a cui si guarda con rispetto e stima – piccona i cuori già stanchi. Lo scorrere veloce del quotidiano restituisce un’immagine sempre più opaca della nostra realtà. Stanchi, smarriti, dove andiamo? Se anche i “migliori” ora non ci sono più, cosa ci resta davvero? A chi possiamo guardare?

Ci sono immagini che la Parola di Dio sa offrire al popolo dei credenti, e che permettono di recuperare la postura della Fede: dall’esperienza esodale del popolo d’Israele impariamo la necessità del distacco, l’obbedienza alla realtà, il dispiegarsi – mai chiaro fin da subito – della Storia (di Salvezza) nella storia di storie di questo popolo. Dopo Mosè, Giosuè; dopo Giosuè, i giudici. Questa staffetta nella fede ha attraversato il dolore e la paura, lo smarrimento del popolo, finanche “retrocedendo” nella fede, e il continuo richiamo alla conversione.

Guardando a Israele, come Chiesa di Ischia ci chiediamo, in fondo, a che punto siamo della nostra storia? Con Giosuè attendiamo di varcare una terra (una stagione) nuova? O forse con i giudici facciamo i conti, a cadenza quasi “ripetuta”, con le nostre contraddizioni e quasi “sfrontatamente” siamo pronti a pretendere anche noi un re? Ancora, pur avendo guide sapienti come i re, forse siamo pronti anche noi a dimenticare quante volte il buon Dio ci è stato vicino, fedele, liberandoci dalle tante nostre schiavitù?

Raccogliamo dai sacerdoti-baluardo della nostra diocesi un’eredità così gravosa che non bastano le poche spalle “presbiterali” rimaste a trascinarla, ma serve la schiena di tutto il nostro popolo perché questa eredità continui a camminare per le strade della nostra isola, a essere trasmessa. La statura, poi, dell’amato don Camillo non può essere ridotta a pochi slogan che guardano al “santino da comodino” come l’umile sacerdote che non dava problemi o il “bravo studioso” che ha dato buoni risultati alle sue ricerche. È tutto giusto, ma è tutto troppo poco.

Portiamo con noi, invece, i dubbi che animavano la coscienza del penitenziere e i suoi sogni di studio che lo spingevano ad andare sempre oltre fra i testi e le fonti dell’archivio. Portiamo con noi la radicale appartenenza alla Chiesa (nel riferimento costante e ossequioso al Papa) e all’isola la cui storia in tutte le sue forme ci parla, proprio perché condiziona dal di dentro il nostro modo di essere e di agire. A questi tratti umani e propri della persona guardiamo a partire da un’ulteriore radicalità: l’innesto in Gesù. Don Camillo, come don Vincenzo, malgrado limiti e difetti non ha mai smesso di sforzarsi in questo gioco-di-innesti. Radicarsi nel Vangelo, assaporare la presenza Eucaristica, contemplare – anche nei fratelli più scomodi – nel quotidiano con le sue sfide, il Volto Santo di Gesù. O in Lui, o niente. Senza Lui né lo studio forsennato, né il ministero avrebbero avuto grossi “frutti”. Questo innesto si gioca sulla parola che come eredità al 75° di sacerdozio rimarcava nel discorso finale della celebrazione: la perseveranza.

Già, per stare “in piedi” come Chiesa possiamo recuperare da questa esperienza centenaria il gusto della perseveranza. Perseveranza che fa rima con pazienza. Pazienza che fa rima con attesa. Attesa che fa rima con desiderio. Desiderio che per essere abitato chiede tutto lo sforzo di lasciarci a nostra volta abitare dal Mistero. Questo senso di stupore per il mistero è la chiave di volta perché oltre cento anni si possano vivere nella Pace. A questo “senso di continuità” che ha attraversato la vita di don Camillo nel tratto principale della sua persona – l’umiltà – risponde idealmente un pathos che di primo acchito sembra non esser né proprio né vicino a una persona schiva e umile quale era il Monsignore. Il patire, però, è il duplice volto del perseverare: da una parte lega la persona alla dimensione più passionale dell’amore, dall’altra questa stessa dimensione non è altro che il sacrificio. Amore e dolore, ragione e pace, umiltà e cultura, altro non sono che forme dicotomiche e al contempo complementari della fede, della perseveranza nella fede. E allora a che punto siamo del nostro cammino? Alla tappa cruciale in cui vediamo i padri cedere il passo a noi figli. Non saremo mai pronti per un passo decisivo del genere…ora, però, inevitabilmente tocca a noi. Ci basterebbe essere padri di una buona idea canterebbe Niccolò Fabi, ma forse, sempre con le parole del noto cantautore, altro non ci spetterebbe se non di riscoprire che siamo già custodi del Fuoco e che Salutiamo il presente | Ormai fuori dal gioco | Oscilliamo da sempre | Tra il sentirci essenziali | E il non essere attuali | Un po’ modernisti | Un po’ nostalgici tristi. Caro don Camillo, caro don Vincenzo, cari padri tutti: visitate la nostra nostalgia, solo così ravviveremo il fuoco e torneremo a sperare, a perseverare… insieme!

di Francesco Ferrandino

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