Carissimo Monsignore! Carissimo don Camillo!
Migravisti in sideribus! Sei andato tra le stelle! Non credo ci sia modo migliore per descrivere il tuo ingresso nella Liturgia celeste. Quante stelle da questa terra hai amato e invocato e quante stelle sicuramente ti avranno accolto in Cielo: Maria, la Tutta Bella, che non ti sei stancato, nella tua secolare vita, di invocare Madre della Libera, Castellana della nostra isola, come ti aveva insegnato il tuo maestro, mons. Onofrio Buonocore; San Giovan Giuseppe della Croce, il tuo e nostro concittadino e patrono, che tanto hai amato e che, sono convinto, davvero sentivi tuo consanguineo; il venerabile parroco don Giuseppe Morgera, che tanto hai studiato e di cui tanto hai scritto. Insomma, in vita non sei stato solo e siamo certi, nemmeno al tuo arrivo dall’altro lato, ti sarà mancata la compagnia.
Noi, invece, ci sentiamo un po’ più poveri: la nostra Chiesa oggi si sente un po’ più povera! Ci consola, però, il fatto che non ci hai lasciato a mani vuote. Cento anni di vita di certo non sono pochi, ma soprattutto settantasette anni e più di ministero sacerdotale sono cosa rara. E – credo – proprio questi lunghi decenni sono il migliore testamento, il migliore lascito che tu oggi puoi fare a questa nostra Chiesa, santa eppure umana, come ancor meno poeticamente ci ricorderebbe Sant’Ambrogio. Mentre il mondo vive un continuo e inarrestabile vortice di cambiamenti, progressi e – sempre più – regressi; mentre pure la Chiesa si trova ad affrontare turbini e cicloni da ogni parte; mentre tutto sembra essere opinabile e, quasi, ci sentiamo come il filosofo Putnam, cervelli telecomandati in una vasca; ecco, mi sembra che la tua vita, caro don Camillo, voglia dirci qualcosa di diverso. Mi pare che il lento scorrere dei tuoi lunghi anni – passati non nel clamore della fama, ma nella santità di un “semplice” quotidiano – quasi ci sussurri una parola, tanto semplice quanto complessa: Scelta. Sia chiaro: Scelta con la S maiuscola. Non le scelte osannate, come fuochi di paglia, di chi sceglie rinnegando o tradendo. Non parliamo delle scelte di mercato, le scelte di convenienza, calcolate a tavolino. No! Parliamo della Scelta di amare. Tu, don Camillo, sei stato un innamorato. Un innamorato timido, schivo eppure convinto. E come succede con ogni vero innamorato, non sono mai servite le parole per dimostrarlo.
Ci ha pensato lo sguardo, ci hanno pensato le tue azioni, ci ha pensato ognuno dei cento anni che il Signore ti ha donato di vivere: lunghi anni di silenzioso amore per quel Dio che prima di tutti ti ha amato. Quale eredità più bella potevi lasciarci, caro Monsignore? In seminario, poche settimane fa, qualcuno ci ha freddati con una domanda tagliente: «Dio vi basta?» È difficile rispondere a una domanda così: l’orgoglio porterebbe a rispondere di getto: «Sì!» quasi come Pietro che, impavido, si dichiara pronto a difendere a spada tratta il Maestro. Poi, però, si fanno i conti con la realtà; li dovette fare Pietro, li dobbiamo fare tutti. Dio vi basta? A te, don Camillo, forse davvero Dio è bastato. Non sarà stato semplice, non sarai stato perfetto e i tuoi settantasette anni di sacerdozio saranno sicuramente stati costellati di cadute e difficoltà – i “santo subito” li lasciamo a Roma – eppure, Dio ti è bastato, perché gli sei stato fedele. Il 4 novembre scorso hai compiuto, tra un mare di affetto, 100 anni e hai detto una cosa che mi ha colpito profondamente e mi ha fatto comprendere che davvero a te Dio è bastato: «Dio è tutto per noi […] siamo contenti di essere cristiani!» Vedere un uomo che ha scelto di seguire il Signore e che, raggiunto l’apice, forse inaspettato, della sua vita, dopo lunghi decenni di silenziosa sequela, è ancora capace di dire che per lui Dio è tutto, che è contento di essere cristiano – e pure prete – davvero diventa una testimonianza, un esempio. Forse dovremmo ogni giorno iniziare a dire che anche per noi Dio è tutto, che anche noi siamo contenti di essere cristiani. Allora, forse, anche a noi Dio basterà.
Grazie, don Camillo! Grazie, perché ci hai insegnato che l’amore si coltiva nel silenzio. Grazie, perché ci hai ricordato che il prete è anzitutto uomo di Dio, uomo di preghiera, e senza quello non si può donare nulla agli altri. Ora, mentre contempli con la tua Madonna il volto di Dio, – e forse riprendi con i tuoi antichi maestri e confratelli qualche discorso o studio lasciato in sospeso qualche decennio fa – prega per noi. Prega soprattutto per chi, come te, ha scelto di dire “Sì” alla chiamata di Dio; per chi, come te, ha Scelto, con la S maiuscola: Scelto che Dio gli basta.
di Danilo Tuccillo




