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Don Camillo, Hodie et Semper

Ieri mattina un messaggio: «don Camillo è volato in paradiso». Ieri, 11 febbraio, in un giorno dedicato alla Madonna. E io voglio credere – con la semplicità con cui lui ci ha insegnato a credere – che sia stata proprio Lei a venirlo a prendere, sotto quel manto che tante volte ci ha indicato come rifugio e strada, per condurlo davanti a quel Signore che ha amato e servito per oltre cento anni di vita: «il Signore non mi ha sedotto, mi ha attirato».

Per me e la mia famiglia don Camillo non è stato solo un sacerdote. È stato affetto, casa, memoria viva. Era l’ultimo legame tangibile con la mia bisnonna Lucia, con zi’ Nina, con nonna Libera, con zio Pietro, ma anche con un mondo che ho scoperto e abitato attraverso la sua memoria, fino a sentirlo mio. Un mondo che, tramite lui, continuava ad esistere e a parlarmi. Oggi quel mondo sembra più lontano, ma so che ora tocca a noi custodirlo, nella fedeltà agli insegnamenti ricevuti.

Mi conosceva da prima che nascessi, nella pancia di mia madre. E oggi tutti ci sentiamo un po’ più orfani. Ma siamo anche immensamente grati a Dio per averlo avuto come dono nella vita. Grati per ogni abbraccio, per ogni sorriso. Per averci insegnato, con l’esempio, che la fede non ha bisogno di clamore, ma di coerenza, di mitezza, di amore.

Avrò avuto tre o quattro anni quando iniziano i miei ricordi. Veniva a portare la Comunione alle donne anziane di casa: mi mettevano una camiciola di lino bianco e io mi sentivo un piccolo chierichetto. Aspettavo monsignore come si aspetta la Befana, perché arrivava sempre carico di santini antichi per me, che tirava fuori sbottonando la talare all’altezza del petto: gesto che, ai miei occhi di bambino, lo faceva sembrare quasi un uomo magico più che un prete. Quei santini li custodisco ancora, incipit delle mie collezioni. C’era qualcosa di solenne e di festoso insieme in quelle visite: il sacro che entrava in casa, ma con il suo sorriso.

Poi, crescendo, la nostra vita si è intrecciata ancora di più. Tanti momenti sull’altare, tante messe servite mentre lui celebrava, i “Te Deum” cantati a pieni polmoni, le novene vissute come attese luminose, le processioni, i rientri dell’Incoronata a fine festa (quante accoglienze solennissime con fiori e incenso!). Le passeggiate lente, i confronti mai banali, le parole misurate e sapienti. I libri che mi consigliava, incisioni e stampe che mi regalava, “le carte antiche” che sapeva studiare come fossero pagine vive di storia e di fede. Con lui ho imparato che la tradizione non è polvere, ma radice; che la cultura è un atto d’amore; che la fede può essere colta e insieme semplicissima.

Nel 2022, per la presentazione de «La Castellana d’Ischia», don Camillo volle esserci nonostante tutto. Con i suoi quasi novantasette anni illuminò l’arciconfraternita e ricevette una standing ovation che fece tremare il cuore a me e a Giorgio. La sua presenza fu possibile, oltre che per la sua tenacia, anche grazie all’impegno generoso di don Giuseppe Nicolella, che ha vegliato sulla sua vecchiaia fino alla fine. Seduto al primo banco, tra me e Giorgio, per tutta la sera: averlo accanto resterà una delle emozioni più grandi della mia vita.

Mi ha formato.

Mi ha “fatto fratello” nella Congrega, ponendomi sulle spalle quella mantella che ricorda il manto dell’Incoronata. Quel manto che gli abbiamo fatto baciare l’ultima volta, lo scorso 29 agosto. E oggi voglio immaginarlo proprio così: accompagnato sotto quel manto, consegnato alla misericordia di Dio, accolto da porte spalancate.

Don Camillo è stato per tutti noi un simbolo rarissimo di semplicità e spiritualità autentiche. Uomo di Dio, buono, sensibile, colto, saggio. Roccia sicura su cui poggiare il piede quando la fede tenta di vacillare. Guida discreta, presenza amorosa, testimone di oltre un secolo di vita ischitana. Abbiamo conosciuto un “santo” e affermarlo non è una esagerazione ma una consapevolezza concreta.

Caro monsignore,
amatissimo don Camillo,
se oggi il cielo si è fatto più ricco, noi siamo più poveri. Ma la vostra eredità resta. E vi promettiamo che non andrà dispersa.
Vi amiamo tutti.
E io vi amerò per sempre. Hodie et semper… in Paradiso.

di Francesco Esposito

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