Un ricordo laico
Veniva a fare il bagno allo scoglio di Costantino, accanto allo Scuopolo, palazzo Malcovati, dove, con i miei figli e tanti amici, trascorrevamo le vacanze: un omino piccolo dai capelli bianchi, il cappellino e l’alto costume da bagno d’altri tempi; si nascondeva dietro quel grande scoglio. Ci accorgevamo che era arrivato perché compariva, in quello stretto passaggio di mare, una piccola flotta di barchette di carta, fatte con i fogli di qualche rivista religiosa, che navigavano un poco, poi rapidamente si afflosciavano e naufragavano. Partita la flotta, lui entrava in acqua e nuotava quasi su un fianco, con un braccio solo, come usavano allora gli anziani. I bambini si divertivano con quelle barchette e noi, dopo aver saputo da Antonietta, la custode dello Scuopolo, chi fosse quel signore (“Don Camillo! Un sant’uomo!!”) l’avevamo soprannominato Don Barchetta. Una mia amica si era spinta fino a immaginare un desiderio di evasione, in quelle barche affidate alle onde.
A distanza di molti anni, quando lo intervistai per il Kaire, ebbi l’occasione di ricordargli quelle sue barchette e lui mi raccontò: “le facevo perché vedevo che c’erano tanti bambini, perché si divertissero…”. Nessun desiderio di fuga, dunque, solo tanto amore per i piccoli. Come mi ha rivelato recentemente uno di questi ‘piccoli’: “Lui ha silenziosamente seminato in me, come io spero di seminare in altri…”
In occasione di quella intervista mi parlò della sua vocazione: una cosa semplice, dovuta più all’incanto di vedere chierichetti e seminaristi e alle preghiere di alcune zie suore che non a una vera chiamata. Ma si dimostrò umile anche in questo: nell’accettare il suo servizio al Signore come una cosa da nulla, fatta quasi più per caso, ma portata avanti per tutta la vita con grandissimo amore, disponibilità, spiritualità e costanza.
Il passaggio finale dell’intervista pubblicata su Kaire n° 29 del 21 luglio 2018 in occasione dei 70 anni di sacerdozio di Mons. D’Ambra
Don Camillo, qual è il ricordo più bello che avete, quello che vi riempie di gioia quando ci pensate?
Il ricordo più bello di tutta la mia vita sacerdotale è quando mi hanno ordinato sacerdote. Non si può immaginare che cosa si sente, bisogna provarlo per capire che cosa vuol dire essere sacerdote. Ripeto, sono diventato sacerdote senza sapere neppure io come; sono stato spinto avanti da un vento in poppa, anche se con tante grosse difficoltà per il tempo di guerra […]. Però poi, diventare sacerdote… Secondo il rito di ordinazione di allora, alla fine veniva spiegata la pianeta, perché il Vescovo la faceva indossare, però la parte di dietro non scendeva completamente, ma era attaccata con due spille sulle spalle. Quando, al termine della Messa, appena dopo la Comunione, il sacerdote si portava davanti al Vescovo e questi toglieva le spille e la pianeta scendeva, il coro cantava in quel momento un versetto del Vangelo che dice “Iam non dicam vos servos, sed amicos meos” non vi chiamerò più servi, ma amici. E fu una cosa così commovente! Durante tutta l’ordinazione ero stato un po’ irrigidito, però nel momento in cui sentii cantare quel versetto, mi commossi: essere chiamato amico da Gesù è bellissimo.




