Commento al Vangelo Mt 5,17-37
Antonello Venditti, in un suo brano, afferma che: «Ci vuole tutta una vita per andare dalla pelle al cuore». Questa frase, semplice e disarmante, dice bene il cammino che Gesù propone nel Vangelo di oggi. Non un cambiamento di superficie, non un’aggiustatina morale, ma un passaggio profondo: dalla pelle al cuore, dall’apparenza alla verità, dall’esteriorità all’interiorità. È esattamente ciò che Gesù fa quando afferma di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a portarla a compimento.
Dopo averci detto che siamo sale e luce, Gesù entra nel dettaglio, affronta la questione concreta della Legge, dei comandamenti. E compie un’operazione meravigliosa: non ribalta tutto, non cancella la Legge, ma la riporta all’origine, all’intuizione profonda di Dio. Il compimento non avviene aggiungendo regole, ma entrando là dove nascono le scelte. Gesù, prendendo seriamente e fino in fondo la Legge di Mosè, sposta tutto: non basta più “fare il bene”, occorre diventare persone riconciliate. La giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei non è più rigida, è più vera. È una giustizia che nasce dal cuore. I farisei avevano creato un grosso sistema di catalogazione: giusto o sbagliato, puro o impuro, consentito o vietato. Un modo rassicurante per orientarsi, che però poteva diventare una trappola. Anche noi spesso ci sentiamo tranquilli quando riusciamo a “mettere una situazione a posto”, collocandola in uno schema religioso già noto. Ma Gesù chiede di più. Chiede di superare la giustizia dei farisei e dei dottori della Legge.
Con un coraggio disarmante, Gesù dice: «Ma io vi dico». Nessuno aveva mai osato parlare così. Solo Dio può stare “dentro” la Legge e, allo stesso tempo, al di sopra di essa. Gesù lo fa perché conosce il cuore di Dio e il cuore dell’uomo. Per questo egli va all’origine perché lo sbaglio non dice mai chi siamo.
Il primo esempio riguarda l’uccisione: non è solo l’omicidio a distruggere la vita, ma l’ira che coviamo, il disprezzo che coltiviamo, la parola che umilia. La violenza non inizia dalle mani, ma dal cuore. E finché non scendiamo lì, dalla pelle al cuore, continueremo a illuderci di essere a posto solo perché non abbiamo superato certi limiti evidenti.
La stessa logica vale per la riconciliazione. Non è un gesto opzionale, ma il luogo in cui la fede diventa concreta. Non si può pregare Dio ignorando le ferite che abbiamo aperto negli altri. Il culto gradito a Dio passa da relazioni sanate. Il Vangelo non separa mai il rapporto con Dio da quello con i fratelli.
Gesù entra poi nel territorio delicato e fragile del desiderio. Non condanna il corpo, non mortifica l’amore, ma smaschera lo sguardo che “possiede” invece di “custodire”. Anche qui il problema non è solo ciò che facciamo, ma ciò che permettiamo al cuore di diventare. Il Vangelo non reprime il desiderio: lo purifica, lo orienta, lo rende capace di dono. Gesù smaschera la logica predatoria, quella che riduce l’altro a oggetto, a strumento di piacere, a qualcosa di funzionale a sé. La fedeltà, allora, non è solo “non tradire”: è condividere un sogno, essere compagni di viaggio, collaboratori della crescita reciproca delle anime. È passare, ancora una volta, dalla pelle al cuore. Quando Gesù parla del matrimonio e della parola data, difende la serietà dell’amore e il peso delle scelte. In un tempo in cui tutto è provvisorio, Egli ricorda che l’amore vero non è usa e getta. Non per imprigionare l’uomo, ma per salvarlo dalla superficialità che consuma tutto e lascia vuoti.
Infine la parola: “Sia il vostro sì, sì; il vostro no, no”. È l’invito a una vita senza maschere, senza doppi registri. Quando il cuore è unificato, anche la parola diventa credibile. Non servono giuramenti quando la vita parla da sé.
Gesù allora non sta dicendo di lasciare perdere i precetti, ma di non fermarsi lì. Il rischio dei farisei è sempre attuale: restare alla superficie e perdere il cuore. Il “di più” che Gesù chiede non è altrove: è già dentro di noi. È tornare all’origine, là dove la Legge non schiaccia, ma custodisce. Per questo risuonano con forza le parole del Siracide: «Se vuoi osservare i comandamenti, essi ti custodiranno». Non per diventare “buoni cattolici”, ma per essere uomini e donne liberi.
Mt 5,17-37 è una pagina che ci mette a nudo. Non alza l’asticella per schiacciarci, ma per condurci in profondità. Ci dice che Dio non si accontenta di una fede di superficie, di una religiosità “di pelle”. Vuole arrivare al cuore, perché solo lì la Legge diventa promessa compiuta, e l’amore smette di essere un ideale per diventare una possibilità reale. Seguire Gesù è accettare questo lento e necessario passaggio: dalla pelle al cuore. Un cammino che dura tutta la vita, ma che vale la vita intera.
Dalla Pelle al Cuore
Commento al Vangelo Mt 5,17-37
Antonello Venditti, in un suo brano, afferma che: «Ci vuole tutta una vita per andare dalla pelle al cuore». Questa frase, semplice e disarmante, dice bene il cammino che Gesù propone nel Vangelo di oggi. Non un cambiamento di superficie, non un’aggiustatina morale, ma un passaggio profondo: dalla pelle al cuore, dall’apparenza alla verità, dall’esteriorità all’interiorità. È esattamente ciò che Gesù fa quando afferma di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a portarla a compimento.
Dopo averci detto che siamo sale e luce, Gesù entra nel dettaglio, affronta la questione concreta della Legge, dei comandamenti. E compie un’operazione meravigliosa: non ribalta tutto, non cancella la Legge, ma la riporta all’origine, all’intuizione profonda di Dio. Il compimento non avviene aggiungendo regole, ma entrando là dove nascono le scelte. Gesù, prendendo seriamente e fino in fondo la Legge di Mosè, sposta tutto: non basta più “fare il bene”, occorre diventare persone riconciliate. La giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei non è più rigida, è più vera. È una giustizia che nasce dal cuore. I farisei avevano creato un grosso sistema di catalogazione: giusto o sbagliato, puro o impuro, consentito o vietato. Un modo rassicurante per orientarsi, che però poteva diventare una trappola. Anche noi spesso ci sentiamo tranquilli quando riusciamo a “mettere una situazione a posto”, collocandola in uno schema religioso già noto. Ma Gesù chiede di più. Chiede di superare la giustizia dei farisei e dei dottori della Legge.
Con un coraggio disarmante, Gesù dice: «Ma io vi dico». Nessuno aveva mai osato parlare così. Solo Dio può stare “dentro” la Legge e, allo stesso tempo, al di sopra di essa. Gesù lo fa perché conosce il cuore di Dio e il cuore dell’uomo. Per questo egli va all’origine perché lo sbaglio non dice mai chi siamo.
Il primo esempio riguarda l’uccisione: non è solo l’omicidio a distruggere la vita, ma l’ira che coviamo, il disprezzo che coltiviamo, la parola che umilia. La violenza non inizia dalle mani, ma dal cuore. E finché non scendiamo lì, dalla pelle al cuore, continueremo a illuderci di essere a posto solo perché non abbiamo superato certi limiti evidenti.
La stessa logica vale per la riconciliazione. Non è un gesto opzionale, ma il luogo in cui la fede diventa concreta. Non si può pregare Dio ignorando le ferite che abbiamo aperto negli altri. Il culto gradito a Dio passa da relazioni sanate. Il Vangelo non separa mai il rapporto con Dio da quello con i fratelli.
Gesù entra poi nel territorio delicato e fragile del desiderio. Non condanna il corpo, non mortifica l’amore, ma smaschera lo sguardo che “possiede” invece di “custodire”. Anche qui il problema non è solo ciò che facciamo, ma ciò che permettiamo al cuore di diventare. Il Vangelo non reprime il desiderio: lo purifica, lo orienta, lo rende capace di dono. Gesù smaschera la logica predatoria, quella che riduce l’altro a oggetto, a strumento di piacere, a qualcosa di funzionale a sé. La fedeltà, allora, non è solo “non tradire”: è condividere un sogno, essere compagni di viaggio, collaboratori della crescita reciproca delle anime. È passare, ancora una volta, dalla pelle al cuore. Quando Gesù parla del matrimonio e della parola data, difende la serietà dell’amore e il peso delle scelte. In un tempo in cui tutto è provvisorio, Egli ricorda che l’amore vero non è usa e getta. Non per imprigionare l’uomo, ma per salvarlo dalla superficialità che consuma tutto e lascia vuoti.
Infine la parola: “Sia il vostro sì, sì; il vostro no, no”. È l’invito a una vita senza maschere, senza doppi registri. Quando il cuore è unificato, anche la parola diventa credibile. Non servono giuramenti quando la vita parla da sé.
Gesù allora non sta dicendo di lasciare perdere i precetti, ma di non fermarsi lì. Il rischio dei farisei è sempre attuale: restare alla superficie e perdere il cuore. Il “di più” che Gesù chiede non è altrove: è già dentro di noi. È tornare all’origine, là dove la Legge non schiaccia, ma custodisce. Per questo risuonano con forza le parole del Siracide: «Se vuoi osservare i comandamenti, essi ti custodiranno». Non per diventare “buoni cattolici”, ma per essere uomini e donne liberi.
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