Pediatri, psicologi ed esperti riuniti al MUDIS per affrontare una delle sfide educative più urgenti del nostro tempo
Sabato 24 gennaio il MUDIS – Museo Diocesano di Ischia ha ospitato un incontro che molti genitori stavano aspettando. Non uno di quei convegni dove ti ritrovi sommerso da tecnicismi incomprensibili, ma un momento di confronto vero su una domanda che ci assilla tutti: che rapporto devono avere i nostri figli con smartphone, tablet e computer?
L’iniziativa, promossa dal Rotary Club di Ischia Distretto 2101, ha visto la partecipazione del Dott. Nicola Impagliazzo (pediatra), della Dott.ssa Antonella Grandinetti (Psicologa e Direttore del Dipartimento Dipendenze di Salerno) e della Dott.ssa Fernanda Maio, specialista del benessere digitale. Tre voci diverse, tre prospettive complementari su un tema che sta diventando urgente non solo nelle nostre case, ma a livello internazionale.
Basti pensare che in Francia il presidente Macron ha proposto di vietare l’uso dei social network ai minori di 15 anni. È la prima nazione europea, ma non l’unica, a voler seguire le orme dell’Australia, dove il bando è già attivo. Un segnale forte che conferma come la questione del rapporto tra infanzia e tecnologia sia ormai una priorità di ordine sociale, ben oltre i confini delle singole famiglie.
Un salto generazionale senza precedenti
Il Dott. Impagliazzo ha aperto il confronto con una prospettiva storica: cosa è cambiato negli ultimi trent’anni? La differenza tra chi è nato negli anni ’90 e chi nasce negli anni ’20 non è solo una questione di gadget più moderni o connessioni più veloci. È un cambiamento antropologico.
I bambini di oggi crescono in un ecosistema completamente diverso. Dove noi scoprivamo il mondo attraverso il gioco all’aperto, le ginocchia sbucciate e le ore passate a inventare storie, loro hanno accesso istantaneo a tutto. O meglio, a una versione filtrata, accelerata e spesso distorta di tutto.
E qui arriviamo al cuore del problema: cosa succede davvero quando mettiamo un tablet in mano a un bambino di due o tre anni? Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di capire a cosa esponiamo i nostri figli e quali potrebbero essere le conseguenze a lungo termine.
I segnali d’allarme che non possiamo ignorare
La Dott.ssa Grandinetti ha portato sul tavolo dati concreti, quelli che emergono dalla sua esperienza quotidiana nel Dipartimento Dipendenze. Le casistiche di disagio giovanile legate all’uso problematico della tecnologia stanno aumentando in modo preoccupante: difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno, ansia sociale, isolamento.
Non stiamo parlando di casi sporadici, ma di tendenze che attraversano tutte le fasce sociali. Il digitale, usato male, può diventare una fuga, un rifugio che sostituisce le relazioni reali invece di integrarle.
Il ruolo decisivo dei genitori
Ma è stato l’intervento della Dott.ssa Fernanda Maio a spostare il focus nel punto più delicato: noi adulti. Perché se è vero che i nostri figli sono nativi digitali, è altrettanto vero che noi genitori siamo spesso all’oscuro di ciò che avviene nel mondo digitale.
La specialista del benessere digitale ha dimostrato con chiarezza che una corretta cultura digitale in famiglia si traduce automaticamente in un uso più sano della tecnologia da parte dei figli. Non si tratta di proibire o di controllare ossessivamente, ma di educare all’uso consapevole.
Il messaggio è forte: la tecnologia deve restare al nostro servizio, non trasformarsi nel nostro padrone. E questo vale tanto per un bambino di otto anni quanto per un genitore di quaranta.
La forza del “villaggio digitale”
Una delle riflessioni più interessanti emerse dal convegno riguarda la necessità di creare una rete di regole condivise. Non basta che ogni famiglia stabilisca le proprie norme: serve un terreno comune tra genitori, insegnanti e scuola.
Come recitava una delle slide proiettate durante l’incontro: “La sfida per un utilizzo più sano del digitale si vince soltanto insieme”. Se famiglia e scuola mandano messaggi diversi, il bambino resta in mezzo e le regole si trasformano in una negoziazione continua, estenuante e inefficace.
Serve invece un quadro unico: poche scelte chiare, coerenti e sostenibili per tutti. Non una somma di opinioni personali, ma un vero e proprio patto educativo che riduca conflitti, pressione sociale ed eccezioni quotidiane. Un villaggio digitale sicuro dove i nostri figli possano crescere protetti, ma non isolati dal mondo.
Tecnologia sì, ma con quale consapevolezza?
La domanda che ha aperto il convegno – tecnologia sì o tecnologia no – trova forse una risposta più sfumata di quanto ci aspettassimo. Non si tratta di schierarsi con i tecnofili entusiasti o con gli apocalittici che vorrebbero tornare all’era pre-digitale.
Si tratta invece di assumere un ruolo attivo, di formarci come adulti per poter guidare i nostri figli in questo territorio ancora in gran parte inesplorato. Di riconoscere che la tecnologia è uno strumento potente che può aprire opportunità straordinarie, ma anche esporre a rischi concreti.
L’incontro ha avuto il merito di non offrire ricette preconfezionate, ma di stimolare una riflessione collettiva. Ha messo intorno allo stesso tavolo competenze diverse – mediche, psicologiche, educative – per costruire quella visione comune di cui c’è tanto bisogno.
Perché alla fine, come genitori, non possiamo permetterci di improvvisare. I nostri figli meritano che prendiamo sul serio questa sfida, che ci informiamo, che collaboriamo. Che costruiamo insieme quel villaggio digitale dove possano crescere sereni, consapevoli e liberi di scegliere che ruolo far giocare alla tecnologia nelle loro vite.




