Il prossimo 11 febbraio vivremo la memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes e la XXXIV Giornata Mondiale del Malato. Il tema scelto quest’anno da Papa Leone XIV, “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”, è quanto mai utile per poter guardare alla grotta di Massabielle e riscoprire il messaggio che Maria volle consegnare alla piccola Bernadette Soubirous. La storia del Samaritano ci parla, infatti, di dignità, di un amore che si fa carico dei pesi altrui e che diventa compartecipazione, compassione. Non una compassione come la intendiamo forse noi, un misero “avere pietà”, ma un cum-patior, soffrire insieme.
Lourdes e le 18 apparizioni della bella Signora a Bernadette ci fanno scorgere proprio questo: la compassione. Dobbiamo, anzitutto, guardare per un attimo a chi fosse Bernadette Soubirous. Prima figlia di due mugnai, avrà una infanzia difficile, segnata da una profonda crisi economica della sua famiglia. Povera e ignorante, incapace perfino di imparare il catechismo e, quindi, nemmeno ammessa alla prima comunione; addirittura in paese era chiamata “le petite merde” – mi sembra inutile tradurre. Chi oggi va a Lourdes e visita il cosiddetto cachot, la casa della famiglia Soubirous negli anni peggiori della loro crisi economica, può rendersi conto di che condizioni infime di vita dovesse attraversare quella piccola ragazzina quattordicenne, che andava a raccogliere proprio a Massabielle.
Lì dove sorge la famosa grotta, all’epoca, era terra di nessuno, la sponda del fiume poco raccomandata dove i poveri potevano racimolare qualcosa. Un quadro sconfortante che ci fa, però, trarre una prima importante considerazione: Maria sceglie proprio lei. Proprio la bambina povera, considerata stupida e ignorante. Bernadette non conosceva il francese, parlava solo il guascone – il dialetto di quella zona, a confine tra Francia e Spagna – e la Madonna non si fa problemi a parlare anche lei guascone, a rivolgersi a lei in una lingua che avrebbe compreso. Bernadette si sente da subito guardata da Maria: guardata e non giudicata. Come poi lei stessa dirà, per la prima volta si sente considerata come una persona. Sarebbe riduttivo, in poche righe, riassumere il grande itinerario che Maria e Bernadette compiono nelle diciotto apparizioni, tra l’11 febbraio e il 16 luglio 1858.
Credo, però, che vada citata almeno una di queste apparizioni, per dimostrare come il messaggio di Lourdes sia anzitutto un messaggio di dignità e come, per Bernadette, lo sguardo di Maria sia stato davvero uno sguardo che ridona dignità. È il 25 febbraio del 1858, è un giovedì, e per la nona volta Aquerò – quella là, come Bernadette chiama la bella Signora che non subito le rivela il suo nome – appare nella grotta di Massabielle. Sono presenti circa trecento persone e Bernadette sembra essere diventata pazza: la vedono scavare per terra, sotto alla grotta, e iniziare a bere quell’acqua fangosa che inizia a zampillare.
Come è naturale non riesce, la rigetta, eppure continua finché, pare alla quarta volta, l’acqua diventa pura. Ma non finisce qui: inizia pure a mangiare l’erba che cresce sotto alla grotta. Forse, chi non crede alla presenza della Madonna in quello sperone di roccia, potrebbe darle della pazza, ma, a chi ci crede, allora come per noi oggi, può sorgere il dubbio: perché Maria fa fare tali cose a quella povera ragazzina? Non la sta forse rendendo ridicola agli occhi della folla e agli occhi nostri? Non le sta forse togliendo dignità facendole bere fango e mangiare erba? A rispondere ai nostri dubbi è la stessa Bernadette, che dirà di aver fatto tutte quelle cose per un solo motivo. Non certo perché lo chiede la Madonna: non sapeva fosse la Madonna, Aquerò svelerà il suo nome solo il 25 marzo con la famosa “Que soy era Immaculada Councepciou”. Bernadette lo fa perché si sente, ancora una volta, davvero guardata, guardata con dignità, guardata come si guarda una Persona, con la P maiuscola. In fin dei conti si sente guardata come mai nessuno aveva fatto prima con lei.
E allora, pensa, potrà mai chi mi conferisce tale dignità, chi mi fa sentire così bene, così in pace con me stessa, chiedermi di fare qualcosa di male, qualcosa di sbagliato, di contrario a quella dignità che lei, solo lei, ha saputo donarmi? Ecco, allora, il legame profondo tra quello sguardo di Maria nello sperone di roccia sul fiume Gave e la Giornata del Malato di quest’anno: come nella parabola del Samaritano l’amore riesce a concretizzarsi, a farsi carne nelle mani, nello sguardo e nella premura di quel tale che in viaggio si imbatte nel dolore dell’altro, così Maria ci ha invitato a fare lo stesso, incarnando quell’amore nel suo sguardo e nelle sue parole a Bernadette. E ancora, possiamo dire che, quando questo amore si incarna e ci viene donato, non diventa la bacchetta magica per ogni problema, il Dio tappabuchi che risolve ogni cosa – per citare una delle espressioni più note di Dietrich Bonhoeffer, teologo che abbiamo incontrato nelle scorse edizioni di questo settimanale. Ancora una volta è rivelativa l’esperienza di Lourdes: Bernadette con le apparizioni non risolverà i suoi problemi, anzi.
Dovrà ancora affrontare prove e sofferenze, però, lo farà con uno spirito nuovo. Possiamo dire che lo farà ricordando quello sguardo che l’ha amata, che le ha ridonato dignità, che l’ha resa capace di affrontare ogni difficoltà. E arriverà al termine dei suoi giorni, malata e incompresa, capace di poter dire, come ci dimostra il suo stupendo testamento spirituale, grazie per ogni cosa, soprattutto per le difficoltà e le numerose sofferenze. Con Bernadette, allora, impariamo a sentirci guardati e amati. Impariamo a riconoscere quello sguardo che dona dignità, che è lo sguardo di Dio, manifestato in Maria nella grotta di Massabielle. Forse anche noi, alla luce di quello sguardo, con Bernadette saremo capaci di dire: “per tutto, per Voi assente e presente, grazie! Grazie o Gesù!”
di Danilo Tuccillo




