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Le origini della Chiesa di Ischia

In questi ultimi anni nell’ambito dell’isola e della diocesi di Ischia, si è assistito a un notevole sviluppo di studi sulla sua storia religiosa, artistica e civile grazie anche al contributo offerto da coloro che hanno curato l’Archivio Storico Diocesano che, nonostante abbia subito nel corso dei secoli, per varie vicende, la perdita di un notevole patrimonio documentario, offre ancora un notevole patrimonio documentario da poter studiare.

L’attenzione degli studiosi si è soffermata particolarmente sui primi secoli di attività e sulle origini della diocesi, nonché sulla successione dei vescovi nel corso del secolo XIII. Benche P. F. Kehr scriva che “le origini della chiesa d’Ischia sono molto incerte”, F. Ughelli nella sua scheda sulla diocesi indica quale primo vescovo di cui si abbia notizia, Pietro, che firma gli atti del terzo Concilio Lateranense celebrato da papa Alessandro III nel 1179 insieme con Sergio, arcivescovo di Napoli, e gli altri vescovi suoi suffraganei come riporta D. Mansi nella sua raccolta degli atti dei vari concili.

Anche il canonico Vincenzo Onorato (1739-1829), arcidiacono della cattedrale d’Ischia, nella sua opera: «Ragguaglio istorico topografico dell’isola d’Ischia» rimasto il manoscritto 439 del fondo San Martino della Biblioteca Nazionale di Napoli, ci presenta il nome di Pietro quale primo vescovo. Inoltre, sostiene che anteriormente al secolo XII la nostra Isola sarebbe stata guidata da un archimandrita, o “corespiscopo”, che avrebbe fissato la sua dimora sulla parte montana dell’Isola, esattamente in un villaggio dove il vescovo Bartolomeo Bussolaro agostiniano originario di Pavia, realizzò a sue spese alcune fabbriche nel 1374 e altre opere in altri centri di culto sparsi per l’Isola.

Bisogna ricordare però che lo stesso Onorato riferisce che in una pergamena ancora esistente nell’archivio della cattedrale nel secolo XVIII, si leggeva che nel 1080 il Capitolo censiva una sua proprietà. Inoltre, nella biografia dell’alcantarino San Giovan Giuseppe della Croce (Ischia 15 agosto 1654- Napoli 5 marzo 1734) il suo biografo fra Diodato dell’Assunta, parlando dell’antica famiglia Calosirto alla quale apparteneva il Santo, scrive che nel 1108 un antenato del suo “per nome Jacopo Calosirto era canonico della cattedrale”, e che anche questa notizia proveniva da un’antica pergamena. Queste pergamene, naturalmente, oggi non esistono più.

Se la data del 1179 costituisce un inequivocabile punto di partenza per la storia della Chiesa di Ischia, tuttavia sembra che sia necessaria, a giudizio di Nicola Cilento, una più approfondita lettura del rogito datato “sull’isola maggiore” (cioè Ischia) 12 maggio 1036 quarta indizione anno secondo di Michele imperatore di Costantinopoli, con il quale il conte Marino Melluso e sua moglie Teodora donano i beni che posseggono sull’isola d’Ischia, a Pietro, venerabile abate del monastero di Santa Maria in Cementara dell’Ordine di San Benedetto, da localizzare nell’attuale zona di Lacco Ameno, beni che confinano con “la terra del nostro episcopato della santa sede della stessa nostra isola”.

La chiave di volta starebbe proprio in queste espressioni che potrebbero far pensare proprio all’esistenza di una sede episcopale già organizzata alla data del 1036. Questa però può essere presa solo come ipotesi di lavoro, perché manca qualsiasi altro riferimento documentario. Il catalogo dei vescovi riportato da F. Ughelli, dopo il vescovo Pietro, cita nel 1206 il nome di Amenio ricavandolo, afferma, dai monumenti esistenti nell’antica cattedrale, quella che si trovava sul castello e che fu bombardata, profanata e dissestata dalla flotta anglo-borbonica nel 1809 nel corso della spedizione voluta da Ferdinando IV per la riconquista del regno di Napoli.

Dopo Amenio, l’Ughelli non ricorda altri nomi di vescovi fino al 1305, quando riporta il nome di Fra Salvo, che però viene ricordato come vescovo di Ischia già nei documenti angioini nel 1295. Questo lungo silenzio nella successine dei vescovi nel corso del secolo XIII, è stato colmato negli ultimi decenni da vari studiosi che hanno riscontrato i nomi e le date di almeno altri sette vescovi e ci hanno fatto conoscere altri documenti e privilegi concessi dai papi alla chiesa di Ischia. Tra questi la conferma del privilegio del capitolo della cattedrale di eleggere il proprio vescovo e altri privilegi concessi alla comunità civile dell’Isola. Un contributo notevole in queste ricerche è venuto anche dallo studio dei Registri Angioini, ricostruiti e pubblicati dagli anni Cinquanta in poi del secolo scorso, particolarmente attraverso i vari ordini regi per la consegna ai vescovi dei contributi dello stato loro dovuti sia sulla bagliva che sulla produzione di allume e dello zolfo che si estraevano lungo le pendici del monte Epomeo, particolarmente durante gli anni del regno di Carlo I d’Angiò.

La successione episcopale diventa regolare dopo l’episcopato di fra Pietro la cui presenza sull’isola d’Ischia parte dal 1306, come ci viene documentato da una bolla, oggi ancora esistente sebbene in una copia del secolo XVII, emessa il 12 giugno di quell’anno in favore della comunità di Forio a proposito della chiesa e parrocchia di San Vito. Questo documento ci attesta anche che, in seguito all’eruzione del monte di Fiaiano verificatasi tra gli anni 1300 e 1303, si verificò di conseguenza la distruzione del villaggio nel quale sorgevano la cattedrale e il palazzo del vescovo presumibilmente nella zona vicina all’odierno porto d’Ischia. In questa occasione, la lava vulcanica produsse il cosiddetto “Arso”, cioè zona completamente bruciata sulla quale fino ad alcuni decenni fa si estendeva una meravigliosa pineta, distrutta dalla proliferazione di un deleterio parassita.

La localizzazione della cattedrale in questo villaggio distrutto dall’eruzione ci viene documentata da una bolla di papa Innocenzo IV, datata da Anagni il 3 ottobre 1243 nella quale viene transuntata un’altra bolla del 16 dicembre 1239 con la quale il vescovo d’Ischia Matteo e il capitolo della sua cattedrale concedevano al monastero di Santo Stefano dell’Ordine di San Benedetto dell’isola di Ventotene alcune prerogative spettanti al vescovo di Ischia, che allora estendeva la sua giurisdizione anche su quell’isola. Infatti l’isola di Ventotene, nell’arcipelago delle isole Ponzane, solo nel 1774, per decreto regio, passò sotto la giurisdizione del vescovo di Gaeta.

I documenti più antichi che si riferiscono alla chiesa di Ischia, sia quelli ecclesiastici compresi quelli pontifici che quelli civili, particolarmente quelli riporti dai Registri Angioini, ci attestano che fino al 1406 la chiesa di Ischia veniva chiamata: “Chiesa Insulana”, nonostante che il toponimo “ Iscla” o “Ischia maggiore” e simili in seguito, sia comparso la prima volta in una lettera di papa Leone III con la quale informa Carlo Magno di una devastazione operata nell’anno 812 tra i 18 e il 21 agosto sull’isola d’Ischia con ben quaranta navi dai “Mauri”, dopo aver invaso e prodotto distruzioni in altre zone rivierasche del Sud Italia, e particolarmente sull’isola di Ponza dove distrussero alcuni monasteri. Invasioni e distruzioni da parte dei Saraceni l’isola d’Ischia le ha subite prima e dopo l’anno 812 e fino al 1268 addirittura a opera dei Pisani, che erano stati amici nel corso del secolo XII, epoca nella quale gli armatori ischitani possedevano addirittura un fondaco in quella città. Inoltre, proprio nel corso del secolo XIII, esattamente nel 1228 e nel 1274, l’Isola subì due terribili terremoti che produssero, tra l’altro, anche gravi sconvolgimenti sulla morfologia del territorio.

di Agostino Di Lustro

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