Quarta Assemblea Sinodale Diocesana – 26 gennaio 2026
“Andate e fate discepoli tutti i popoli”, con queste parole, che troviamo nel Vangelo di Matteo (Mt 28,18-20), Gesù invita i discepoli ad ammaestrare le nazioni, battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnare a osservare i suoi comandamenti e a passare il mandato ai loro successori. Nella visione che ha preceduto il Concilio Vaticano II, la missione derivante da questo mandato di Cristo era vista semplicemente come una “funzione” della Chiesa, la quale era chiamata ad annunciare il Vangelo fino ai confini del mondo e sussisteva finché non si formava là una comunità cristiana stabile e organizzata. Il carattere missionario non era costitutivo della Chiesa, ma solo attività temporanea e geograficamente, oltre che storicamente, determinata. Il Concilio Vaticano II ha invece affermato che la Chiesa è per sua natura missionaria in quanto originata dalla missione di Cristo, a sua volta frutto dell’amore di Dio per l’uomo. Questo punto fondamentale viene espresso in modo specifico nel testo Ad Gentes, uno dei nove Decreti che, insieme alle quattro Costituzioni e le tre Dichiarazioni, costituiscono la preziosa documentazione frutto del lavoro dei padri conciliari negli anni tra il ’62 e il ’65. Questo Decreto, che riporta la missione al centro della vita ecclesiale, è stato il tema della Quarta Assemblea Sinodale che si è svolta il 26 gennaio nella Sala San Giovanni Paolo II dell’Episcopio. L’Assemblea si è aperta con un ricco e articolato intervento di don Carlo Busiello, al quale è seguita la ormai consueta discussione nei tavoli sinodali.
Don Carlo, dopo aver illustrato la genesi, la lunga elaborazione conciliare e la struttura del Decreto, ha spiegato come il Concilio abbia, attraverso Ad Gentes, superato la nozione giuridico – territoriale di missione preconciliare, fondando il concetto stesso di Chiesa nella attività missionaria e di evangelizzazione. Tale attività – ha spiegato– radica la missione della Chiesa nella Trinità:
«Non è la Chiesa che si dà una missione, è la volontà di Dio che affida la missione al suo Figlio Gesù e all’opera dello Spirito Santo: la Chiesa senza missione non avrebbe necessità di esistere, la Chiesa esiste per essere missionaria, il Padre è la sorgente originaria e inesauribile ed è all’origine del disegno salvifico originale, da cui scaturiscono le missioni del Figlio e dello Spirito Santo che sono il fondamento teologico di ogni dinamismo missionario».
Dunque, la Chiesa è per sua natura missionaria e deriva tale natura dalla missione di Cristo; essa è inviata alle genti, ad gentes, cioè a tutti i popoli, come sacramento di salvezza ed è quindi segno e strumento, come Cristo, mediante il quale si realizza la salvezza. L’attività specifica della Chiesa missionaria è innanzitutto finalizzata alla evangelizzazione mediante la Parola:
«La Chiesa, il seme della Parola, comincia a vivere con strutture stabili e si può parlare di ‘plantatio ecclesiae’. Le Chiese così formate sono definite dal Decreto come chiese nuove, particolari o locali, non sono realtà periferiche e incomplete, ma autentiche espressioni della Chiesa universale».
In tal modo il Concilio supera il concetto di chiese indigene ed elimina l’accento prima posto sull’adattamento esteriore o sull’origine etnica; le chiese giovani devono essere in grado di assumere e valorizzare le ricchezze culturali dei popoli e il Vangelo deve e può incarnarsi nelle tradizioni, nei saperi e nelle forme delle culture di arrivo. Con il Decreto si pone anche l’attenzione sui soggetti che diventano responsabili dell’attività missionaria: non solo vescovi, presbiteri e religiosi, ai quali certamente spetta un ruolo primario, ma la Chiesa intera, tutti i battezzati, in particolare i laici, secondo i propri carismi e ministeri. Il Decreto propone in sostanza il concetto di corresponsabilità ripreso da Papa Francesco e proposto nell’attuale Sinodo.
Nella parte conclusiva del suo intervento, don Carlo Busiello ha sottolineato quanto sia stata importante e decisiva la svolta prodotta dal Decreto, che ha ridimensionato il concetto di missione, sganciandolo dalla consueta immagine dell’Africa o del Centro America. Ad Gentes risulta innovativa non perché ha annullato la missione verso il mondo non cristiano, lontano geograficamente, ma perché ha anticipato la necessità di sottolineare che essa è dimensione costitutiva della Chiesa e che la missione è concepibile e necessaria anche verso le realtà di vecchia tradizione cristiana, come la stessa Europa, concezione che è stata sviluppata soprattutto nelle fasi del post Concilio, attraverso l’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, di Papa Paolo VI (1975), la Lettera enciclica Redemptoris Missio di Papa Giovanni Paolo II (1990) e in Evangelii Gaudium di Papa Francesco (2013).
Se ancora in molte chiese – ha concluso don Carlo – la missione è ancora recepita come settore specialistico, confinata cioè nelle diverse iniziative della Giornata Missionaria, la Veglia o le offerte occasionali, dove spesso manca una reale conversione delle strutture ecclesiali in senso missionario, il Sinodo sta dando una grande spinta nella direzione voluta da Papa Francesco dove il senso della missionarietà si coglie nel concetto di “Chiesa in uscita”, cioè di una Chiesa permanentemente missionaria, in grado di superare la logica conservativa del “si è sempre fatto così”, una Chiesa nella quale emerge una visione della missione non come conquista, ma come testimonianza del Vangelo nella storia. «Tuttavia la sfida resta quella di passare da una ricezione a parole a una ricezione trasformativa capace di incidere sulle scelte concrete delle comunità e chiese locali per lasciare alle future generazioni una Chiesa autenticamente missionaria e in uscita».




