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Il Vangelo della felicità possibile

Commento al Vangelo Mt 5,1-8

Il Vangelo delle Beatitudini non nasce come un discorso astratto o riservato a pochi spirituali d’élite. È la vita stessa di Gesù che ci viene offerta. Le beatitudini sono il modo di come Gesù guarda la vita degli altri e la sua stessa vita. Potreste dirmi: “ma Gesù è pazzo allora! Nessuno vuol essere povero, nessuno vuole piangere, nessuno vorrebbe essere calunniato!”. Se ci fermassimo a meditare le beatitudini in questo modo allora avrebbero ragione coloro che ci accusano di aver inventato la fede come “oppio”, cioè come contentino alle pene del presente. Le Beatitudini non sono degli incoraggiamenti, non sono dei “premi di consolazione per i perdenti”, ma sono otto percorsi di vita. Gesù infatti, è concreto, non astratto, ci parla della vita reale e di quella attuale, non di quella futura. Il testo si apre dicendoci che Gesù sale sul monte, vede la folla, guarda in faccia la vita reale della gente e comincia a parlare. Non chiede condizioni particolari, non seleziona i migliori: annuncia una felicità possibile, concreta, sorprendente. Le Beatitudini non sono un ideale irraggiungibile, ma una fotografia della vita quando è abitata da Dio. A lui interessa la vita concreta abitata da Dio, non quella futura. Allora Gesù non dice: “Beati quelli che non soffrono”, ma “Beati voi che soffrite”. Sa che una vita non è possibile senza ricevere e dare delle ferite. Però in quelle ferite ci annuncia un Vangelo, ci dice che la vita anche se si ferisce non è più prigioniera delle ferite. È qui lo scandalo del Vangelo: la felicità non coincide con l’assenza di problemi, ma con una presenza che cambia il modo di stare dentro i problemi. Le Beatitudini non negano il dolore, lo attraversano.

“Beati i poveri in spirito”. Non è un elogio della miseria, ma della libertà. Povero in spirito è chi non si crede autosufficiente, chi smette di salvarsi da solo, chi accetta di aver bisogno. È il contrario dell’orgoglio spirituale e del controllo ossessivo sulla vita. È l’uomo che finalmente si fida. E proprio a chi si svuota, Dio può donare il Regno.

“Beati quelli che sono nel pianto”. Non perché il pianto sia bello, ma perché Dio non si spaventa delle nostre lacrime. Anzi, le raccoglie. C’è un pianto sterile che chiude, come il piangersi addosso e c’è un pianto fecondo, che apre, frutto di un perdono donato o ricevuto. Le Beatitudini ci dicono che anche le nostre fragilità possono diventare un luogo di incontro con Dio, se smettiamo di nasconderle.

“Beati i miti”. Non i deboli, ma coloro che hanno rinunciato alla violenza, anche quella sottile dell’arroganza, del giudizio, del bisogno di avere sempre ragione. Il mite è chi ha imparato a non reagire con l’istinto, ma con il cuore. È chi ha capito che il perdono è la giustizia che supera quella umana perché non lascia strascichi di odio. È chi non occupa spazio togliendolo agli altri. Ed è proprio così che eredita la terra: perché non la possiede, la custodisce.

“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”. Non chi si accontenta, non chi si rassegna. È beato chi sente dentro una mancanza, un’inquietudine santa, una fame di felicità e di serenità che lo porta a cercare un mondo vero, relazioni più giuste e anche una Chiesa più evangelica. La fame e la sete non sono un difetto: sono il segno che siamo vivi. Quando non proviamo più niente, quando non desideriamo più significa che siamo morti. Dio riaccende i nostri desideri e la fame e la sete di giustizia sono i nostri indicatori vitali.

“Beati i misericordiosi”. Qui il Vangelo diventa estremamente concreto. Misericordioso è chi ha fatto pace con la propria fragilità e per questo non schiaccia quella degli altri. Misericordioso è chi cerca di riempire ogni giorno le proprie miserie, le proprie ferite amando e amandosi. È chi smette di usare la legge per difendersi e inizia a usare il cuore per salvare. La misericordia non è buonismo: è lo stile di Dio.

“Beati i puri di cuore”. Non i perfetti, ma gli unificati. Puro è chi non vive di doppiezze, chi non ha una maschera per ogni occasione, chi ha un cuore semplice, integro, orientato. È chi smette di complicare tutto e torna all’essenziale. E proprio chi ha un cuore così può “vedere Dio”, cioè riconoscerlo all’opera nella vita quotidiana.

“Beati gli operatori di pace”. Non i pacifici per carattere, ma coloro che costruiscono la pace pagando di persona. La pace evangelica non è assenza di conflitti, ma capacità di non lasciare che il male abbia l’ultima parola. Operare la pace significa accettare la fatica del dialogo, del perdono, della riconciliazione. E chi vive così assomiglia a Dio, tanto da essere chiamato figlio.

“Beati i perseguitati per la giustizia”. Qui Gesù toglie ogni illusione: vivere le Beatitudini ha un prezzo. Chi sceglie il Vangelo spesso diventa scomodo, provoca, inquieta. La persecuzione non è cercata, ma accade quando la vita evangelica smaschera le menzogne del mondo. Eppure, Gesù afferma con forza che proprio a questi appartiene il Regno dei cieli.

E infine: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. Qui il discorso si fa personale. Gesù non parla più in astratto: guarda i suoi discepoli e dice “voi”. È come se dicesse: non stupitevi, non scoraggiatevi. La fedeltà al Vangelo può costare cara, ma non è mai inutile. C’è una gioia più grande, una ricompensa che non viene meno, una comunione profonda con i profeti di ogni tempo. Le Beatitudini, dunque, non sono un elenco di cose da fare, ma una rivelazione di ciò che accade quando lasciamo entrare Dio davvero nella nostra vita. Sono la buona notizia che la felicità non è altrove, non è rimandata, non è riservata a pochi: passa attraverso le nostre ferite, i nostri limiti, la nostra umanità. Seguire le Beatitudini significa smettere di inseguire le felicità bugiarde e avere il coraggio di credere che il Vangelo dice la verità sull’uomo. Anche oggi. Soprattutto oggi. Buona domenica!

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