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Un film, un libro e un teologo per la Giornata della Memoria

Celebreremo, il prossimo 27 gennaio, la Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime dell’Olocausto, giornata sempre costellata, soprattutto a livello mediatico, da tante storie di sopravvissuti e, ancor più, di vittime della barbarie nazifascista. Quest’anno il panorama culturale in materia è ancora più vasto e ricco di nuovi e interessanti spunti di riflessione. Mi riferisco, in particolare, al milionario film Norimberga, di James Vanderbilt, apparso nelle sale alla fine dello scorso anno: il racconto del più famoso processo al mondo, celebratosi nella città ex-simbolo della potenza propagandistica del regime tedesco e in cui furono condannati i principali gerarchi nazisti, tra cui il Reichsmarschall Hermann Göring, enigmatico e “affascinante” personaggio che spicca in tutta la pellicola. Quello che credo abbia reso unico nel suo genere questo film è stato il libro da cui è stato tratto, poco conosciuto, ma molto interessante: il racconto che il giornalista americano Jack El-Hai fa dell’operato del capitano Douglas M. Kelley, psichiatra militare incaricato di salvaguardare la salute mentale dei gerarchi nazisti, in attesa e durante il processo. (J. El-Hai, Norimberga: Il nazista e lo psichiatra, Solferino, Milano 2025).

Il lavoro di Kelley con i suoi pazienti possiamo definirlo come unico nel suo genere e non poteva certo andare perduto: i test effettuati, le impressioni, le ricerche, i sospetti e le confidenze, ogni parola detta, pensata o scritta durante il suo lavoro a Norimberga, tutto fu raccolto in un quaderno che diventò, poi, un libro dal sapore amaro: 22 Cells in Nuremberg, mai tradotto in italiano. Oggi come allora, dinanzi a tanti orrori, è facile dire che quegli uomini erano pazzi, maniaci, mossi da una radice maligna, diversi da noi. Eppure, Kelley, su 22 pazienti, solo di uno certificò la pazzia. Gli altri, invece, tutti sani, forse tronfi e autocentrati come l’enigmatico Göring, eppure sani. Pensò di poter rintracciare una sorta di germe nazista e, invece, dovette concludere che quei fantomatici mostri altro non erano che uomini come noi. Chi si volesse cimentare nella lettura dell’opera di El-Hai – che sopperisce per la lingua italiana all’originale di Kelley – si troverà dinanzi ad una ventina di uomini comuni, pieni dei loro ideali, delle loro ambizioni, privi forse di una morale che li guidi, ma di certo non pazzi scatenati. Kelley stesso dirà: «Sono certo che anche in America ci siano persone disposte a scavalcare i cadaveri di metà della popolazione americana pur di ottenere il controllo dell’altra metà.» Una conclusione ancora una volta cruda, amara. Eppure, mi sembra essere una descrizione di ciò che ancora oggi accade nel Mondo. Lui parla dell’America, eppure in filigrana si parla di tutto il Mondo, di tutti gli uomini: si parla anche di noi! Si parla di una umanità chiamata a fare, ogni giorno, i conti con una componente negativa che appartiene a tutti e che, più volte nella storia, ha finito per generare i mostri che i libri di storia ci raccontano, ma che sono partiti dall’essere semplicemente uomini: uomini come noi.

Siamo, però, chiamati in queste poche righe a cercare, con l’umiltà di chi si mette in gioco per quanto può, un raggio di luce che possa illuminare le tenebre e consentirci di essere forieri di un messaggio di speranza. Parlando del nazismo e di cosa ha generato, mi viene alla mente come raggio di una luce diversa il teologo Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), pastore protestante tedesco che, all’indomani della sottomissione di una parte della Chiesa protestante al nazismo, aderì alla Chiesa Confessante, opposta al regime, e che pagò di persona, con la vita, la sua lotta contro gli orrori di quegli anni. La produzione di Bonhoeffer potremmo definirla tanto vasta, quanto varia, ma potrebbe interessarci guardare brevemente al concetto di stupidità che il teologo propone. Per noi la stupidità è un difetto della psiche, per lui è un difetto dell’umanità. È stupido chi si lascia abbindolare da manifestazioni di potenza, come quella del regime, chi sceglie di fuggire, abbandonare la propria libertà e sacrificarla in nome di un ideale che resterà sempre e solo ideale, per inseguire una fantomatica libertà intesa come assenza di condizionamenti; ancora, è stupido chi si aggrappa al dovere e finisce per dimenticare che esiste una responsabilità personale, che va oltre ogni comando o ideologia. Dinanzi ad uno scenario simile, con un così grande rischio di diventare stupidi per salvaguardare il nostro piccolo orticello, capiamo cosa un teologo come Bonhoeffer può dirci, ancora oggi: se è tanto facile che un uomo qualunque diventi un dittatore, un sanguinario, un oppressore, siamo chiamati ad essere tutti meno stupidi, ad aprire gli occhi sul mondo, su chi e cosa ci circonda, a trasformare la Fede che professiamo da lettera morta a Fede incarnata e vissuta. Bonhoeffer stesso ci dimostra la necessità di questa scelta radicale: quando gli fu proposto di fare qualcosa per salvare degli ebrei e per combattere attivamente contro il regime, la scelta non gli fu facile. Temeva di rinnegare così la sua Fede, la sua missione; temeva di immischiare in quella scelta la sua Chiesa. Eppure, alla fine scelse di agire. Mise da parte ogni remora, mise in pratica quella che lui definiva semplice obbedienza, rinunciando ad allontanarsi dalla verità con obiezioni che, più che di ricerca di chiarezza, sapevano di ribellione al grande comandamento che sentiva forte dentro di sé: agire. A noi, allora, rimbalza oggi quello stesso bivio: preferisco essere un uomo che responsabilmente sceglie o voglio essere stupido? Dinanzi a tanto male che ancora oggi “azzanna” il Mondo è importante chi scelgo di essere: quei 22 uomini dietro le sbarre di Norimberga scelsero, uomini come Bonhoeffer scelsero. Due scelte diverse, due strade che non erano solo le loro: possono essere anche le nostre.

di Danilo Tuccillo

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