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Memorie di sale e di sacro

Ischia non è solo un’isola di mare e turismo; è uno scoglio di tufo intriso di preghiere, salsedine e nostalgia, dove la terra e l’anima si fondono in un unico racconto di fede. Prima di diventare la rinomata meta di accoglienza che il mondo oggi celebra, l’Isola Verde è stata per secoli una terra di emigranti, un luogo di addii consumati sui moli mentre il fumo del bastimento a vapore svaniva all’orizzonte. Chi partiva “pe terre assaj luntane”, verso le banchine di Buenos Aires in Argentina, le fertili valli della California, o le lontane coste dell’Australia, portava con sé una valigia di cartone e un legame viscerale con le proprie radici, un filo che non si sarebbe mai spezzato grazie a una pietà popolare profonda e carnale.

​Questa devozione si manifestava non solo nelle preghiere, ma in atti di estrema concretezza che hanno plasmato il tessuto sociale e religioso dell’isola: gli ex benefici parrocchiali. Erano i lasciti di chi, in procinto di affrontare l’oceano o di chi, giunto alla fine della vita senza figli a cui tramandare i propri averi, decideva di donare terre, case o vigneti alla parrocchia. Questi beni venivano affidati alla Chiesa nella figura del parroco, per la fiducia incrollabile che si riponeva in lui: l’uomo di Dio che accompagnava ogni famiglia in ogni fase della vita, dalla culla all’ultimo respiro. Non erano semplici atti di carità, ma contratti spirituali suggellati da un legame umano profondo, per garantirsi il suffragio eterno affinché la celebrazione delle messe mantenesse vivo il loro nome e la loro anima nel cuore della comunità, anche a migliaia di chilometri di distanza o nel silenzio dell’eternità.

Camminando oggi tra i borghi, si percepisce ancora questa eredità di memorie sacre e profane che rivive in un’architettura spontanea fatta di tufo e necessità. Qui, le case hanno scale ripide che si arrampicano verso l’alto, snocciolandosi gradino dopo gradino come i grani di un rosario di pietra che sale per trovare la luce e scorgere il mare. Questi borghi, con i loro vicoli stretti e i muri calcinati dal sole, sono riflessi di un passato che non vuole svanire, terra di santi che sono presenze di famiglia: c’è San Giovan Giuseppe della Croce, il “Santo delle cento pezze”, il cui abito rammendato è diventato il vessillo di una santità vicina agli umili; c’è la terra di Forio, dove il fiero San Vito vigila dall’alto sui vigneti eroici e sulle fatiche dei viticultori, e Santa Restituta, approdata dal mare per restare per sempre nel cuore di Lacco Ameno.

​Il giorno della festa, il borgo si risveglia con il fragore dei fuochi della diana, che annunciano al mondo il trionfo della fede prima che la processione solenne si snodi tra i vicoli. È lì che lo splendore del rito si rivela in tutto il suo fulgore: mentre il profumo dell’incenso si spande nell’aria mescolandosi all’odore della salsedine, i preti avanzano indossando abiti finemente ricamati con oro e argento, riflessi di una gloria celeste che illumina la fatica quotidiana dei pescatori e dei contadini. Nelle navate, il sacro si fa tangibile nelle Madonne vestite con abiti di seta damascata e adornate con capelli veri, donati dalle donne dell’isola per sciogliere un voto, quasi a voler prestare alla Vergine la propria stessa umanità.

​Le pareti delle sacrestie, poi, sono i veri archivi della gratitudine: lì, appesi tra i mobili antichi e l’ombra del sacro, si trovano gli ex voto, i cuori d’argento e le tavolette dipinte che narrano di tempeste scampate e di ritorni insperati, testimonianze mute di un dialogo incessante tra l’uomo e il cielo.

In questo intreccio di lasciti testamentari, tradizioni popolari e riti centenari, Ischia si rivela come un santuario a cielo aperto, dove ogni pietra e ogni preghiera raccontano la storia di un popolo che, pur partendo verso l’ignoto, non ha mai smesso di appartenere profondamente al suo scoglio.

di Pina Trani

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