Commento al Vangelo Gv 1,29-34
Si riparte carissimi amici! Dopo il tempo di Natale, la Chiesa ci fa entrare nel cosiddetto tempo ordinario. Ma ordinario non significa banale. È il tempo dove bisogna incarnare la notizia del Natale, quello che abbiamo celebrato proprio qualche settimana fa. È il tempo in cui torniamo alle domande decisive, quelle che contano davvero. Cosa significa che Gesù è venuto per me? Cosa significa che questo Dio che si fa carne mi salva? Come mi salva se sono sempre a contatto con la mia fragilità e i miei problemi? È Giovanni Battista che ci aiuta a dare una risposta a queste domande. Giovanni è uno che ha le idee chiare, ma ha dovuto faticare e non poco. È un profeta, ha seguito una vocazione radicale, ha attirato folle.
Eppure, nel momento decisivo, fa una cosa sorprendente: indica un altro. Non parla di sé, non si mette al centro. Dice semplicemente: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Questa è la sintesi della sua vita. Questo è lo scopo di tutta la sua esistenza: indicare Gesù. Attraverso questa frase sembra consegnare a tutti noi e alla Chiesa l’unica missione: indicare Gesù. La vera Chiesa è come Giovanni Battista: parla, predica ma alla fine indica chiaramente Gesù, spiegando che tutta la missione è in quel dito indicativo con cui in tutta la storia dell’arte ha rappresentato il Battista. La predicazione della Chiesa allora è una predicazione che sa scavare uno spazio nei cuori delle persone affinché possa esserci posto per Dio. Una predicazione che prepara la conversione attraverso la nascita del desiderio di vivere diversamente. Le parole del Battista fanno breccia nel cuore di tutti perché intercettano un fuoco nascosto sotto la cenere. Sono parole a volte dure ma mai parole violente che fanno del male. Sono un po’ come gli scossoni che qualcuno ti dà affinché tu non prenda sonno nel momento più delicato della tua vita. Ma fermiamoci un attimo sull’immagine usata da Giovanni: perché indicare Gesù significa indicare un agnello. Non è un’immagine tenera o poetica. È un’immagine potentissima, carica di tutta la Bibbia.
L’agnello è il segno di chi dona la vita, di chi porta addosso qualcosa di cui non ha colpa, di chi si lascia spezzare per liberare gli altri. Giovanni sta dicendo una cosa chiarissima: Gesù non è venuto a farci stare un po’ meglio. È venuto a liberarci. E qui dobbiamo essere onesti. Tante volte abbiamo ridotto Gesù a un maestro di buoni sentimenti, a uno che ci regala qualche frase motivazionale per “vivere bene” o addirittura ad un semplice antidolorifico o antidepressivo. Ma se Gesù fosse solo questo, non ci servirebbe a nulla. Gesù è il Salvatore. È Colui che toglie il peccato. E cosa significa essere liberati dal peccato? Non significa diventare improvvisamente perfetti. Significa una cosa molto più concreta e molto più vera: non essere più costretti a peccare. A non essere più schiavi delle nostre ferite, delle nostre paure, dei nostri compromessi. Gesù ci libera così: donandoci lo Spirito, cioè un’esperienza di amore così profonda da cambiarci dall’interno. Perché l’amore vero libera. Solo chi si sente amato è davvero libero.
Chi non si sente amato, prima o poi, si piega, si svende, si adatta. Giovanni ci dice che Gesù è l’uomo su cui è sceso ed è rimasto lo Spirito. Su di lui si è posato l’amore ed è Lui che può farci vivere un’esperienza di amore che non passa, che non si cancella, che non si dimentica. Ma attenzione: questo amore non si capisce, non si sa a priori ma si sperimenta. Ed è qui che il Vangelo ci sorprende ancora. Giovanni Battista ammette una cosa disarmante: non aveva capito. Gesù era lì, tra i suoi discepoli, “dietro di lui”, e Giovanni non se n’era accorto. Non se lo immaginava così. Non pensava che il Messia stesse crescendo in mezzo ai suoi discepoli, che il Messia si sarebbe messo in fila tra i peccatori. Non aveva capito nulla. E questa è una grande lezione per noi. La fede non nasce da ciò che pensiamo di sapere su Dio. Nasce dal desiderio di incontrare un Mistero che ci supera. Dio non si possiede, non si chiude in una formula. Dio si cerca.
Giovanni ci insegna che la fede non è indottrinamento, ma relazione. L’amore non si impara a memoria. L’amore si vive. Non puoi dire “ti amo” senza incontrare l’altro, senza guardarlo negli occhi, senza lasciarti coinvolgere. Così è per Dio. La dottrina non serve a chiudere il cammino, a mettere dei confini, ma a indicare una direzione. Nella fede non si dice mai: “È così, punto e basta”. Al massimo si dice: “È lì, guarda!”. Infine, Giovanni riconosce Gesù non da segni esteriori, ma da qualcosa che accade dentro di lui: «Mi è stato detto». È un’esperienza spirituale. Non spettacolare, non clamorosa. È il discernimento. La capacità di riconoscere dove c’è Dio e dove c’è solo una sua imitazione. È questo che nasce da una vita spirituale vera. Per sperimentare Dio ci vuole una sana e seria vita spirituale e non una vita sacramentaria “a puntate”, una preghiera “all’occasione”, una formazione assente e una lettura biblica mandata a memoria dal catechismo. Siamo seri con la nostra vita e con Dio. Buona domenica!
Siamo seri con la nostra vita spirituale
Commento al Vangelo Gv 1,29-34
Si riparte carissimi amici! Dopo il tempo di Natale, la Chiesa ci fa entrare nel cosiddetto tempo ordinario. Ma ordinario non significa banale. È il tempo dove bisogna incarnare la notizia del Natale, quello che abbiamo celebrato proprio qualche settimana fa. È il tempo in cui torniamo alle domande decisive, quelle che contano davvero. Cosa significa che Gesù è venuto per me? Cosa significa che questo Dio che si fa carne mi salva? Come mi salva se sono sempre a contatto con la mia fragilità e i miei problemi? È Giovanni Battista che ci aiuta a dare una risposta a queste domande. Giovanni è uno che ha le idee chiare, ma ha dovuto faticare e non poco. È un profeta, ha seguito una vocazione radicale, ha attirato folle.
Eppure, nel momento decisivo, fa una cosa sorprendente: indica un altro. Non parla di sé, non si mette al centro. Dice semplicemente: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Questa è la sintesi della sua vita. Questo è lo scopo di tutta la sua esistenza: indicare Gesù. Attraverso questa frase sembra consegnare a tutti noi e alla Chiesa l’unica missione: indicare Gesù. La vera Chiesa è come Giovanni Battista: parla, predica ma alla fine indica chiaramente Gesù, spiegando che tutta la missione è in quel dito indicativo con cui in tutta la storia dell’arte ha rappresentato il Battista. La predicazione della Chiesa allora è una predicazione che sa scavare uno spazio nei cuori delle persone affinché possa esserci posto per Dio. Una predicazione che prepara la conversione attraverso la nascita del desiderio di vivere diversamente. Le parole del Battista fanno breccia nel cuore di tutti perché intercettano un fuoco nascosto sotto la cenere. Sono parole a volte dure ma mai parole violente che fanno del male. Sono un po’ come gli scossoni che qualcuno ti dà affinché tu non prenda sonno nel momento più delicato della tua vita. Ma fermiamoci un attimo sull’immagine usata da Giovanni: perché indicare Gesù significa indicare un agnello. Non è un’immagine tenera o poetica. È un’immagine potentissima, carica di tutta la Bibbia.
L’agnello è il segno di chi dona la vita, di chi porta addosso qualcosa di cui non ha colpa, di chi si lascia spezzare per liberare gli altri. Giovanni sta dicendo una cosa chiarissima: Gesù non è venuto a farci stare un po’ meglio. È venuto a liberarci. E qui dobbiamo essere onesti. Tante volte abbiamo ridotto Gesù a un maestro di buoni sentimenti, a uno che ci regala qualche frase motivazionale per “vivere bene” o addirittura ad un semplice antidolorifico o antidepressivo. Ma se Gesù fosse solo questo, non ci servirebbe a nulla. Gesù è il Salvatore. È Colui che toglie il peccato. E cosa significa essere liberati dal peccato? Non significa diventare improvvisamente perfetti. Significa una cosa molto più concreta e molto più vera: non essere più costretti a peccare. A non essere più schiavi delle nostre ferite, delle nostre paure, dei nostri compromessi. Gesù ci libera così: donandoci lo Spirito, cioè un’esperienza di amore così profonda da cambiarci dall’interno. Perché l’amore vero libera. Solo chi si sente amato è davvero libero.
Chi non si sente amato, prima o poi, si piega, si svende, si adatta. Giovanni ci dice che Gesù è l’uomo su cui è sceso ed è rimasto lo Spirito. Su di lui si è posato l’amore ed è Lui che può farci vivere un’esperienza di amore che non passa, che non si cancella, che non si dimentica. Ma attenzione: questo amore non si capisce, non si sa a priori ma si sperimenta. Ed è qui che il Vangelo ci sorprende ancora. Giovanni Battista ammette una cosa disarmante: non aveva capito. Gesù era lì, tra i suoi discepoli, “dietro di lui”, e Giovanni non se n’era accorto. Non se lo immaginava così. Non pensava che il Messia stesse crescendo in mezzo ai suoi discepoli, che il Messia si sarebbe messo in fila tra i peccatori. Non aveva capito nulla. E questa è una grande lezione per noi. La fede non nasce da ciò che pensiamo di sapere su Dio. Nasce dal desiderio di incontrare un Mistero che ci supera. Dio non si possiede, non si chiude in una formula. Dio si cerca.
Giovanni ci insegna che la fede non è indottrinamento, ma relazione. L’amore non si impara a memoria. L’amore si vive. Non puoi dire “ti amo” senza incontrare l’altro, senza guardarlo negli occhi, senza lasciarti coinvolgere. Così è per Dio. La dottrina non serve a chiudere il cammino, a mettere dei confini, ma a indicare una direzione. Nella fede non si dice mai: “È così, punto e basta”. Al massimo si dice: “È lì, guarda!”. Infine, Giovanni riconosce Gesù non da segni esteriori, ma da qualcosa che accade dentro di lui: «Mi è stato detto». È un’esperienza spirituale. Non spettacolare, non clamorosa. È il discernimento. La capacità di riconoscere dove c’è Dio e dove c’è solo una sua imitazione. È questo che nasce da una vita spirituale vera. Per sperimentare Dio ci vuole una sana e seria vita spirituale e non una vita sacramentaria “a puntate”, una preghiera “all’occasione”, una formazione assente e una lettura biblica mandata a memoria dal catechismo. Siamo seri con la nostra vita e con Dio. Buona domenica!
Condividi questo articolo
Ultimi articoli
Cambiare lo sguardo
Oltre le merci, il volto umano del mare
La foresta continua a crescere
Riscoprire le nostre origini senza infrangere il
I vescovi indicano alla politica la via
Una casa per ogni fragilità
Categorie popolari
Articoli correlati
Cambiare lo sguardo
Commento al Vangelo Mt 13,1-23 «Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire
Oltre le merci, il volto umano del mare
Dall’appello di Papa Leone XIV a Lampedusa alla devozione di Ischia Ponte – Riflessioni sulla giornata dei marittimi tra solitudini globali e porti di accoglienza Il mare unisce ciò che
La foresta continua a crescere
Dopo aver dedicato la nostra riflessione di domenica scorsa a un evento che ha toccato la Chiesa universale, torniamo alla nostra Chiesa locale, volgendo lo sguardo al mese che è
Riscoprire le nostre origini senza infrangere il passato
Quando la tecnologia si fa custode dell’anima Spesso guardiamo alla tecnologia come a una forza proiettata esclusivamente verso il futuro, capace talvolta di distoglierci dalle relazioni umane e dal valore