Parrocchia S. Maria delle Grazie in S. Pietro
Il 23 dicembre dell’anno appena trascorso, noi ragazzi dell’Oratorio Duc in altum della parrocchia Santa Maria delle Grazie in San Pietro, abbiamo messo in scena uno dei capolavori più amati di Charles Dickens: A Christmas Carol.
È stata una serata magica, di quelle in cui il tempo sembra correre troppo in fretta. C’era chi ripassava le ultime battute, chi sistemava il costume, le ragazze intente a truccarsi, altri alle prese con pettinature d’altri tempi, ispirate alla moda di due secoli fa. L’atmosfera era vivace ma raccolta, carica di emozione e concentrazione. Siamo riusciti a mantenere la calma… fino a quando le lancette non hanno segnato le 20:00. Si andava in scena! Salivazione azzerata, sudorazione accelerata: le emozioni correvano veloci vedendo la platea colma dell’auditorium. In quei secondi riaffiorano tutte e tre le settimane di prove intense, i sacrifici, le risate, le difficoltà. Ma non c’era più tempo: non potevamo sbagliare, non c’erano repliche o margini per ripetere una battuta. Le musiche, le entrate, gli attacchi, tutto era stato programmato con precisione. Ogni istante richiedeva presenza, attenzione, prontezza. Dovevamo restare concentrati, come si suol dire, dovevamo restare “sul pezzo”. E quando sono arrivati gli applausi, caldi e sinceri, ogni fatica è stata ripagata. Il nostro impegno era arrivato al cuore del pubblico. E quella, per tutti noi, è stata la vittoria più bella. La più vera! Perché questo è lo spirito dell’Oratorio: non smettere mai di mettersi in gioco, anche quando tutto sembrerebbe suggerire il contrario.
Guardando la rappresentazione, nessuno avrebbe immaginato che fosse stata allestita in meno di un mese. Le parti erano lunghe, le canzoni impegnative, i tempi stretti. Eppure, è proprio in questi momenti che riusciamo a dare il meglio: quando ci affidiamo, senza riserve, a Colui che ci fortifica. Siamo ben consapevoli di non essere professionisti, e che ci siano limiti di tempo, di risorse, di energie, ma questo non ci spaventa. Non ci tireremo mai indietro. Nonostante tutto, scegliamo ogni volta di scendere in campo. È questo il motore che spinse Don Bosco a dar vita al primo Oratorio, ed è questo l’ideale che oggi scegliamo di custodire e tramandare. L’amicizia, quella vera, quella che Gesù ha scelto di vivere con i suoi discepoli, è il legame che ci tiene uniti. È ciò che ci dà forza, entusiasmo e determinazione per portare avanti, insieme, le tante iniziative che ci accompagnano durante l’anno. Il musical è solo la punta dell’iceberg: è ciò che si vede, ma nasce da tanto altro.
È una finestra aperta su un mondo che pulsa ogni giorno, dove ognuno può trovare il proprio posto. Anche chi è esterno alle dinamiche quotidiane, attraverso uno spettacolo può sperimentare l’emozione di sentirsi parte di questa grande famiglia. Accantonato lo spettacolo, cosa ci rimane? La trama non ha bisogno di molte presentazioni: Ebenezer Scrooge, anziano creditore avaro e burbero, conduce un’esistenza spenta, priva di affetti e lontana dai valori autentici del Natale, che disprezza profondamente. Ma è proprio nella notte tra il 24 e il 25 dicembre che riceve la visita di tre spiriti che, attraverso un viaggio nei ricordi, lo porteranno a cambiare radicalmente. Scrooge diventa così un uomo nuovo: generoso, accogliente verso il prossimo, capace di custodire e vivere i precetti del Natale. È questo il messaggio cristiano che il nostro spettacolo ha voluto trasmettere: il Natale, ovvero la nascita del Figlio di Dio, può riscaldare anche il cuore più freddo e ostinato. Lo ricorda anche il profeta Ezechiele (11,19): “Metterò dentro di voi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Toglierò il vostro cuore di pietra e lo sostituirò con un cuore vero, ubbidiente.” Come nella fredda notte di Betlemme, ancora oggi continua a risplendere “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,10) ed è questa la speranza che noi abbiamo scelto di incarnare, diventando angeli nel senso più profondo del termine: messaggeri. L’Inno del Giubileo ci invita a guardare a Gesù, il “Figlio che si è fatto uomo” più di duemila anni fa. Lui ha vissuto tra noi, ha sofferto, è morto sulla croce, ma con questo gesto ci ha aperto la strada per essere uniti a Lui, diventare davvero “uno” con Dio.
Questo significa che, attraverso la sua vita e il suo amore, possiamo trovare una connessione profonda con Colui che è unico e vero. Queste parole vengono da Sant’Agostino, un grande maestro della fede, e proprio questo desiderio di unione è diventato il motto scelto da Papa Leone XIV, per ricordarci quanto sia importante camminare insieme a Gesù e lasciarci trasformare dal suo amore. Il Giubileo non è, quindi, solo un momento di festa per noi ragazzi, ma un invito a guardare dentro di noi, a riscoprire la presenza di Cristo nella nostra vita e a lasciare che la sua luce ci unisca e ci guidi ogni giorno. Un bambino nasce ancora per noi, ed è questa la Speranza che la Chiesa annuncia in questo Anno Santo. Come ha ricordato il Papa dalla balconata della basilica di San Pietro al termine del conclave, “Dio ci ama” e ci invita a volgere il cuore verso di Lui. Ognuno di noi è chiamato a compiere, nel corso della propria vita, un pellegrinaggio: Peregrinantes in Spem, il motto di questo Giubileo, che indica un cammino verso la meta più grande, il Regno dei Cieli. Per questo nuovo anno che si apre, noi ragazzi dell’Oratorio ci auguriamo di riuscire a tenere sempre Gesù vicino, proprio come ci ha ricordato il nostro vescovo Carlo durante la veglia C’era una notte: “Possiamo sempre tenere Gesù tra le braccia e portarLo sulle labbra!”.

















