Ultimamente è stato pubblicato, dal Centro Ambrosiano, un piccolo libro (M. Delpini, Ma essa non cadde, Centro Ambrosiano, Milano 2025), che raccoglie il discorso alla città di Milano dell’Arcivescovo, Mons. Mario Enrico Delpini, del 5 dicembre 2025, tradizionale messaggio rivolto ai cittadini e alle istituzioni civili milanesi, in prossimità della festa del santo patrono Ambrogio.
Eventi simili, soprattutto nelle grandi metropolie della nostra Italia, diventano sempre un’occasione per levare la voce contro innumerevoli disagi e ingiustizie, che, in certi contesti, sembra essere rimasta solo la Chiesa a denunciare.
Il messaggio del 2025 del presule milanese ha avuto come titolo “Ma essa non cadde. La casa comune responsabilità condivisa.” L’espressione – che certamente ci ricorda un tema nodale del magistero di Papa Francesco, che dedicò proprio alla cura della casa comune la sua seconda enciclica – nelle righe del messaggio diventa indicativa non solo dell’ambiente civile milanese, ma anche di tutta una serie di realtà economiche, sociali, amministrative, educative, carcerarie, che oltrepassano i confini meneghini e giungono in ogni angolo del nostro Paese.
Mons. Delpini ha toccato, tra gli altri, anche il noto problema abitativo di Milano, legato a discutibili scelte urbanistiche, affitti che arrivano sempre più alle stelle e alloggi bloccati. Questo passaggio colpisce particolarmente, perché credo interessi da vicino anche la nostra isola, segnata da una profonda crisi abitativa, dovuta anche ai tragici eventi sismici e idrogeologici, e al dramma degli abbattimenti che fanno discutere tanto l’opinione pubblica, quanto gli incartamenti e le aule di tribunale.
«Città che non vogliono cittadini
Chi cerca casa in città si vede chiudere le porte in faccia. Chi cerca casa non di rado si trova davanti persone (o agenzie) senz’anima e senza scrupoli: “Non hai abbastanza soldi, né credito”; “Non sei abbastanza italiano”; “Non voglio fastidi, preferisco lasciare la casa vuota”; “Dare casa a te e alla tua famiglia mi rende meno che utilizzare gli spazi per affitti brevi”. Sembra che la città non voglia cittadini. Si usano le case per fare soldi, invece che per ospitare persone. Forse poi i cittadini rimasti si lamenteranno per la mancanza di operai, infermieri, insegnanti, camerieri, tranvieri…»
In queste righe si parla di Milano, ma, non essendo esplicito il riferimento, potremmo immaginare benissimo che si parli di Ischia. È tristemente noto che, all’indomani degli ultimi due tragici eventi del sisma e dell’alluvione, tante porte si siano chiuse in faccia a chi vi bussava. Un po’ come per i casi sopra descritti, anche qui si è assistito a giustificazioni ciniche e spoglie di ogni possibile dignità: “Non affitto la mia casa ai terremotati”; “Non voglio dare la casa agli alluvionati”; “Poi chissà tra quanti anni se ne vanno”; “La affitto tre mesi l’estate e mi frutta il doppio o il triplo di un anno all’isolano”.
A questo modo di ragionare, carico di egoismo e superficialità, si sono poi aggiunte le diatribe legali sugli abbattimenti, i problemi giuridici e i vari polveroni mediatici del momento, tutte sovrastrutture costruite sempre sul dolore di persone che si sono viste senza un tetto, senza un focolare: immagini che certamente richiamano la tristezza di una città che non vuole cittadini.
Il nostro Vescovo Carlo, a nome di tutta la Chiesa di Ischia, ha più volte alzato la voce sulla questione casa, individuando – e ancora una volta in questo la Chiesa si pone come una delle poche, se non l’unica, voce – il rischio di generare, innescando questi meccanismi di privazione, nuove forme di povertà, che si vanno ad aggiungere alle tante già presenti e cumulate (crisi economica, precariato, lavoro stagionale, crisi post-pandemica, ecc.).
Presentato il problema, andrebbe ipotizzata una soluzione, per evitare di scadere nelle “chiacchiere da bar”. Per Milano, l’Arcivescovo ha opposto al crollo sempre più imminente della casa comune il «Farsi avanti», il saper dire, ognuno nel suo stato e nella sua condizione, «non voglio essere complice della caduta della casa».
Farsi avanti tutti, proprio tutti: l’amministratore, il professionista, l’imprenditore, il cittadino comune. Tra tutti, i primi a farsi avanti sono una coppia di sposi. Un farsi avanti che, ancora una volta, sembra parlare direttamente al nostro contesto isolano.
«Si fa avanti una coppia di sposi.
Noi ci facciamo avanti, noi ci prenderemo cura della casa comune e del suo futuro. Noi avvertiamo la forza e la bellezza del nostro amore. La vita è così bella, se vissuta in un rapporto d’amore, che siamo contenti dei nostri tre figli. Preferiamo vivere in cinque in tre stanze che pensare di vivere in cinque stanze una vecchiaia triste e solitaria. […] Noi non saremo complici.»
Chi sta a contatto col tessuto sociale ischitano – quello reale e concreto e non la fantasticheria dell’isola ricca e felice, stile boom anni ’80 – sa come questa difficoltà cammini a braccetto con il disagio abitativo. Sa quante famiglie faticano ad andare avanti e quante, nonostante tutto, facciano con amore sacrifici su sacrifici. Eppure, vuoi per l’incertezza lavorativa, vuoi per le case che mancano, vuoi per una vita che costa sempre più, anche a Ischia, oggi, ci sono tanti che preferiscono vivere soli in cinque stanze più che in cinque in tre stanze.
La domanda che nasce è allora se noi, nel nostro quotidiano, nel nostro impegno familiare, sociale, cristiano – in definitiva umano – vogliamo essere o no complici. Essere complici non significa altro che restare a guardare inermi la casa comune che cade. Altrimenti? Altrimenti potremmo scegliere di essere non complici, ma corresponsabili.
«La casa non cade perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e renderla abitabile.» Questo significa essere corresponsabili. Questo significa essere cristiani: sognare e realizzare una casa abitabile, per me, ma anche e soprattutto per tutti.
di Danilo Tuccillo




