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Omelia del Vescovo Carlo per la chiusura dell’anno giubilare

Sir 3,3-7.14-17a; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

Nella celebrazione della festa della Santa Famiglia, il Vescovo Carlo ha chiuso l’Anno Giubilare nella cornice della chiesa parrocchiale S. Maria di Portosalvo, sabato 27 dicembre 2025, alla presenza di tutto il clero e di tantissimi fedeli, una cornice festante e riconoscente per un Giubileo che si è rivelato ricco e fecondo. Il brano del Vangelo di Matteo proposto per la Liturgia ci ha presentato la fuga in Egitto della Sacra Famiglia per sfuggire al pericolo della persecuzione di Erode, e il suo successivo ritorno in Israele. Gesù con Maria e Giuseppe, si stabilisce a Nazareth, dove vive una vita ritirata, normale, potremmo dire, nel nascondimento di una quotidianità che rende la sua famiglia simile a tante altre. Ma nel brano sono presenti anche i Magi, tra primi a partire da lontano per adorare il bambino. L’immagine del viaggio – quello della Santa Famiglia verso l’Egitto e quello dei Magi verso il bambino – sono lo spunto da cui il Vescovo Carlo è partito per la sua omelia. Il senso del viaggio – ha detto il Vescovo – congiunge l’apertura del Vangelo di Matteo con la sua chiusura, in particolare con le ultime parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli: “Andate e fate discepoli tutti i popoli della terra”. La dimensione universale del messaggio cristiano si associa al carattere missionario della Chiesa fondata da Cristo:

La Chiesa o è, per sua natura, missionaria, oppure viene meno alla sua identità, viene meno al mandato consegnatole da Cristo e di cui vogliamo esserne attenti testimoni≫.

Ma la presenza dei Magi – ha proseguito – ci pone anche un’altra questione fondamentale: Cristo non è stato riconosciuto da Gerusalemme, luogo dove Dio aveva parlato al suo popolo, sede del Tempio, culla del culto, dei sacerdoti e dei dottori della legge:

Credo che questa esperienza dei Magi sia un invito ad entrare sempre più in profondità nella conoscenza e nella comprensione della Parola nella tradizione della Chiesa, perché, come già ci ricordava Origene nel terzo secolo, conoscere la Scrittura significa conoscere Cristo e la Sua volontà≫.

Inoltre, nella famiglia in fuga è facile intravede il volto di quella umanità in fuga da miserie e violenza di cui ancora oggi siamo spettatori. Nella fuga per sfuggire ad Erode c’è l’immagine dei tanti perseguitati, poveri, immigrati, che sono costretti a lasciare la propria terra per cercare un futuro migliore, spesso nell’indifferenza generata dalla assuefazione all’ingiustizia che caratterizza i paesi maggiormente sviluppati.

Il pensiero del Vescovo è andato poi alle tante famiglie in difficoltà nei territori di Ischia e Pozzuoli:

Nella festa della S. Famiglia penso alle tante famiglie dei nostri territori di Pozzuoli e Ischia alla ricerca di una casa, di un luogo sicuro dove abitare: i recenti eventi geologici e gli abbattimenti disposti dall’autorità giudiziaria hanno generato una vera e propria crisi abitativa e di lavoro; anche le giovani coppie che alimentano il sogno del matrimonio si interrogano sulla difficoltà di trovare una casa per la loro nuova famiglia≫.

Il Vescovo ha poi ricordato alcune fasi fondamentali del Giubileo, chiuso da Papa Leone il 6 gennaio, a partire dal ricordo dei 1700 anni dal Concilio di Nicea, citato da Papa Francesco nella Bolla di Indizione, per sottolineare l’importanza dei sinodi nella storia della Chiesa; il pellegrinaggio giubilare a Roma vissuto insieme dalle Diocesi di Ischia e Pozzuoli segno dell’unità e della universalità della Chiesa; il Giubileo degli adolescenti dei giovani, anche questo vissuto insieme dalle due Diocesi, segno di una Chiesa sempre in uscita. Il Vescovo ha ricordato le parole con cui a Roma sono stati accolti da papa Leone: “Dobbiamo imparare ad abitare un mondo nuovo”, un mondo – ha precisato – nel quale, come nella lettera di san Paolo ai Colossesi, prevalga la carità, vincolo di perfezione:

È dalla carità, carissimi fratelli e sorelle, che deriva il nostro saperci accogliere, sostenerci e comprenderci. È questa capacità di vivere la dimensione della carità che ci conduce sulla strada delle beatitudini evangeliche. Giovanni Crisostomo scriveva: “La nostra vera disgrazia non è tanto il peccato quanto la disperazione” ≫.

Il Vescovo ha concluso ricordando la figura di Maria, donna della speranza, che con il suo sguardo materno ci invita a contemplare Cristo, incarnazione del Verbo, incontro dell’umano con il divino:

Come Maria, con Maria, anche noi siamo chiamati a dire il nostro ‘eccomi’, il nostro sì all’incarnazione del Figlio di Dio. Maria, Madre della speranza, prega per noi≫.

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