Terza e ultima parte delle riflessioni scaturite dall’astensionismo al voto
Nel percorso ideale che stiamo compiendo, siamo stati sollecitati dall’astensionismo, come sintomo di una crisi allarmante nel campo della democrazia, per poter evidenziare una crisi ecclesiale altrettanto importante. Crisi da vivere, non da nascondere. Di qui, il tentativo di scoprire dietro il lessico che negli ultimi anni come Chiesa stiamo imparando, quali posture di fede vengono richieste al credente. Fra queste, la necessaria esperienza della Comunione. Continuando a riscoprire la Comunione, sarà sempre il testo di Bruno Forte La Chiesa della Trinità ad accompagnarci, in modo particolare i capitoli centrali (6 e 7) saranno il luogo dove attingeremo categorie, concetti e argomenti.
Il titolo, però, dice di uno sguardo più ampio, oltre la spiritualità e la vita ecclesiale in senso stretto. Ci lasceremo interpellare, infatti, da contraddizioni quotidiane e preoccupazioni che piombano sulle nostre teste. Il servizio della trasmissione televisiva Report del 14 novembre ha indagato su aspetti ideologici dell’America “bene” odierna che lasciano senza parole. La nascente ideologia del quoziente intellettivo ci dice da una parte di estremismi a briglie sciolte che, in forza della disponibilità economica, possono davvero decidere delle sorti del mondo; dall’altra di un cambio d’epoca avvenuto. Il virtuale non è alle porte. Il virtuale si è imposto nelle nostre vite.
Con la questione del virtuale, una rilettura rapida degli ultimi anni: l’era Covid ha svelato tutto il potenziale del virtuale di cui oggi continuiamo a beneficiare (collegamenti rapidi, identità digitali, servizi accessibili). Poi l’arrivo dell’intelligenza artificiale a uso e consumo di tutti. Insomma, il virtuale è pane quotidiano. E con il virtuale, il bombardamento di informazioni, di stimoli, di immagini e suoni a cui siamo esposti, dalla sveglia al mattino fino a quando (diciamocelo francamente) a forza ci imponiamo, dopo un tempo più o meno lungo di scrolling nel letto, di posare il cellulare a sera.
Questa sovraesposizione che avrebbe dovuto restituirci in termini spazio-temporali libertà, in realtà ci imbriglia. E in questo imbrigliamento si sta giocando un cambio di prospettiva notevole: “drogati” di virtuale, in realtà, ci stiamo addormentando per paura di soffrire ulteriormente. A queste poche parole corrispondono una serie sterminata di studi, tra questi le posizioni interessanti della dott.sa Daniela Lucangeli, che segue il filone delle neuroscienze, con le quali rende servizievole il dato scientifico all’emotivo umano.
Cosa c’entra tutto ciò con la sinodalità, con la Chiesa, con la Fede? È il nostro mondo che cambia e con lui stiamo cambiando anche noi. La Chiesa, a differenza di altre stagioni dove ha potuto cavalcare l’onda del potere, oggi è davvero marginale. Il tentativo, infatti, di vivere il virtuale appare tante volte goffo. In ogni caso, per come è concepito il mondo dei social, la Chiesa come “noi” non riesce ad emergere. Anzi, i tanti “io” della Chiesa molte volte formano più partiti di quanti già non ne esistano nella vita comunitaria.
Ancora, il virtuale è luogo di informazioni, di messaggistica ma non di incontro. Si incontrano immagini, parole ma non presenze – basti pensare quanto oggi ragazzi e adulti dialoghino con profili immaginari o generati artificialmente! – e qui si gioca il nocciolo della questione di Fede: noi cristiani possiamo veicolare messaggi nel virtuale, ma la presenza di Gesù, non “possiamo passarla” oltre questa nuova quarta parete.
Che fine fa la Fede e la Chiesa in questa prospettiva apocalittica? Proviamo a recuperare la categoria di Chiesa-sacramento. Chiesa, certo, come rifugio, ma non come fuga dal mondo. Ancora, Chiesa certo come realtà stratificata e complessa ma che non può e non deve cadere nel tranello algoritmico della frenesia commerciale-virtuale di questo nuovo mondo. In ultimo, Chiesa certo “in briciole” (sono le briciole del Corpo di Gesù a sanificare, salvare, tenere in piedi questo nostro mondo!), ma non per questo frammentata. I tanti “io” sono pronti a sparire perché rimanga Cristo?
Non ci sono ideali passati di moda da riproporre per tenere in piedi e insieme la Chiesa. C’è, invece, un modo di contemplare la realtà tutta e quindi la Chiesa, che ci permette non solo di credere ancora, ma di tornare a sperare, ancora. Cos’è Chiesa-sacramento? È una bella immagine quella di una Chiesa che è segno. Segno tangibile. Ma in fondo è quello che proviamo a fare da sempre, in modo particolare negli ultimi decenni con tante opere-segno nella carità, con documenti che denuncino-annuncino profeticamente. Cos’è, più profondamente? Un “ottavo” sacramento? Una realtà “metafisica” che a mo’ di occhiali da sole permette di leggere segni dei tempi imperscrutabili?
La Chiesa come comunità di credenti che sperimentano la Comunione è sacramento: segno tangibile per il mondo, lievito per la società. Perché non lo sia soltanto nella sua “natura”, è necessario che ciascuno scopra di essere chiamato a ricevere il dono della Comunione e a desiderare di costruirlo, di fermentarlo. Consapevoli, però, che la Chiesa non è il Regno. Che la Chiesa annuncia il Regno. Che il Regno è nelle mani di Dio e a Lui il compito di “donarcelo” quando e come vorrà.
E allora come tornare ad essere segno se nessuno ci ascolta? Se i nostri amboni sono sempre più superati dai tanti palcoscenici virtuali? Con una Chiesa tutta carismatica e tutta ministeriale. Una Chiesa che assorbe le contraddizioni e le presenta costantemente all’altare, perché il mistero del memoriale di Cristo infonda lo Spirito su noi credenti. In altre parole, segni concreti della presenza del Signore possiamo esserlo se e solo se lasciamo che carismi e ministeri camminino, insieme, come due polmoni necessari e inscindibili. Dove troveranno ossigeno questi polmoni? Solo nella vita di preghiera.
“Supereremo” la crisi del virtuale? Chissà, forse saremo sempre più marginali. Questo però migliorerà la nostra postura di fede. Non conteranno più i nostri fiumi di parole, forse neanche i tanti curricula di opere buone e grandi azioni pastorali. Parlerà di noi e per noi l’Amore infuso dalla e nella Comunione. Anche se staremo zitti. Il lievito non parla. La luce neanche. E la luce non ha a che fare con “i fari” degli show o le luminarie natalizie. È luce gentile nel buio. È voce silenziosa tra i rumori del mondo.Quando impareremo a tacere per far parlare il nostro Dio? Quando come Chiesa, più che “conservare” (salvare) quel che si può, lasceremo che la Profezia nella vita spirituale ci ridoni Gesù? Quando lasceremo che le complessità e i frammenti delle nostre vite siano impastati nella fede, per fuggire le logiche di potere che serpeggiano nelle nostre comunità? Alzate il capo, la vostra liberazione è vicina!
di Francesco Ferrandino




