Commento al Vangelo Mt 11,2-11
Dio ci sorprende! È questa la logica della terza domenica di Avvento. Dio ci sorprende perché non agisce mai secondo i nostri piani o i nostri desideri. È Colui che ti chiede di fidarti, di operare senza aspettare di essere premiato o confermato nei tuoi propositi. È quanto accade al grande Giovanni Battista.
Matteo ci informa che Giovanni era in carcere: è il tempo della prova. Sono finiti i giorni nel deserto, sono terminate le folle che chiedevano la conversione e pendevano dalle sue labbra. Un film diceva: “Addio sogni di gloria!”. L’attesa non è sempre semplice, e non sempre riusciamo a sostenerla, soprattutto quando nel cammino dobbiamo affrontare momenti difficili.
Giovanni aveva speso tutta la sua vita a preparare la strada; aveva annunciato un Dio potente, un Messia che bruciava i peccati, che distingueva, che divideva, che avrebbe purificato al fuoco l’impurità degli uomini. Pensate quanto questa convinzione abbia segnato i suoi giorni, guidato le sue scelte, fino a farlo apparire come l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento! E pensate a come anche le nostre convinzioni, quando sono forti e assolute, finiscono per condizionare le nostre scelte e la nostra vita.
Ma poi arriva la sorpresa. Quel Messia tanto annunciato non brucia ma disseta, non divide ma si siede a mensa, non giudica tagliando via il male ma perdona. Cosa? Giovanni entra in crisi. Viene meno tutto il senso della sua esistenza. Per chi — o per cosa — ha vissuto? Ha sbagliato tutto?
Ecco allora l’incipit del Vangelo: Giovanni manda alcuni discepoli da Gesù a porgli una domanda che profuma di sincerità, di desiderio di pace, di grazia. Nel buio del carcere, alla fine dei suoi giorni, gli chiede: “Ne è valsa la pena vivere così?” Ho fatto bene o ho sbagliato tutto?
Carissimi, la domanda del Battista ritorna anche nel nostro cuore quando sperimentiamo il fallimento, la fatica, la diversità dei nostri giorni, quando le cose non vanno secondo il nostro volere. Quando la vita non prende la direzione che avevamo immaginato, ecco che il pungolo ci raggiunge, tutti: giovani, adulti, anziani. Ho sbagliato tutto nella mia vita?
La risposta di Gesù è sorprendente: non manda a dire “sì” o “no”, ma invita suo cugino ad allargare le tende, ad allargare lo sguardo. Lo dice anche Isaia nella prima lettura, parlando a un popolo stanco, oppresso in Babilonia, che non vede realizzate le promesse e si sente sconfitto: “Ci sarà una strada, un sentiero.” Lo ripete l’apostolo Giacomo alla sua comunità piena di problemi: “Siate costanti, non lamentatevi, il Signore è vicino!”
Gesù manda a dire a Giovanni — e a noi: “Non fissare gli occhi solo su ciò che vuoi tu e su ciò che vedi sotto il tuo naso. Guarda ciò che accade: c’è chi torna a vedere, chi riprende in mano la vita, chi combatte per trovare un motivo per vivere. Sì, Io ci sono. Sono presente.”
La gioia del Battista deve allora diventare questa: prima di credere che Dio esista, bisogna credere che Dio mi ama. Gesù chiede a Giovanni di togliere le difese, di lasciarlo entrare fin nel profondo della sua cella. Quel Messia ama prima di tutto lui, lì nel carcere. Ama quel cugino — uomo, profeta, coerente, povero, autorevole, affascinante, onesto, libero, essenziale, e infine martire. Ora il grande lavoro di Giovanni è lasciarsi amare dal Messia.
Dio ci sorprende perché non ci chiede di domandarci se la nostra vita sia “valsa la pena”, ma se sia stata spesa nell’amore, anche quando le cose non tornano, anche quando non vanno nella direzione che vorremmo. E il grande lavoro per ciascuno di noi è proprio questo: permettergli di amarci. Ciò che davvero cambia la vita, prima di tutto, è lasciarsi amare.
E così risultano illuminanti le parole di san Giovanni della Croce, che in poche battute racchiude tutto il senso della nostra esistenza: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore.” E probabilmente non solo sull’amore che abbiamo donato — come Giovanni Battista — ma anche su quello che abbiamo saputo accogliere.
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Giovanni aveva speso tutta la sua vita a preparare la strada; aveva annunciato un Dio potente, un Messia che bruciava i peccati, che distingueva, che divideva, che avrebbe purificato al fuoco l’impurità degli uomini. Pensate quanto questa convinzione abbia segnato i suoi giorni, guidato le sue scelte, fino a farlo apparire come l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento! E pensate a come anche le nostre convinzioni, quando sono forti e assolute, finiscono per condizionare le nostre scelte e la nostra vita.
Ma poi arriva la sorpresa. Quel Messia tanto annunciato non brucia ma disseta, non divide ma si siede a mensa, non giudica tagliando via il male ma perdona. Cosa? Giovanni entra in crisi. Viene meno tutto il senso della sua esistenza. Per chi — o per cosa — ha vissuto? Ha sbagliato tutto?
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Carissimi, la domanda del Battista ritorna anche nel nostro cuore quando sperimentiamo il fallimento, la fatica, la diversità dei nostri giorni, quando le cose non vanno secondo il nostro volere. Quando la vita non prende la direzione che avevamo immaginato, ecco che il pungolo ci raggiunge, tutti: giovani, adulti, anziani. Ho sbagliato tutto nella mia vita?
La risposta di Gesù è sorprendente: non manda a dire “sì” o “no”, ma invita suo cugino ad allargare le tende, ad allargare lo sguardo. Lo dice anche Isaia nella prima lettura, parlando a un popolo stanco, oppresso in Babilonia, che non vede realizzate le promesse e si sente sconfitto: “Ci sarà una strada, un sentiero.” Lo ripete l’apostolo Giacomo alla sua comunità piena di problemi: “Siate costanti, non lamentatevi, il Signore è vicino!”
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La gioia del Battista deve allora diventare questa: prima di credere che Dio esista, bisogna credere che Dio mi ama. Gesù chiede a Giovanni di togliere le difese, di lasciarlo entrare fin nel profondo della sua cella. Quel Messia ama prima di tutto lui, lì nel carcere. Ama quel cugino — uomo, profeta, coerente, povero, autorevole, affascinante, onesto, libero, essenziale, e infine martire. Ora il grande lavoro di Giovanni è lasciarsi amare dal Messia.
Dio ci sorprende perché non ci chiede di domandarci se la nostra vita sia “valsa la pena”, ma se sia stata spesa nell’amore, anche quando le cose non tornano, anche quando non vanno nella direzione che vorremmo. E il grande lavoro per ciascuno di noi è proprio questo: permettergli di amarci. Ciò che davvero cambia la vita, prima di tutto, è lasciarsi amare.
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Don Cristian Solmonese
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