Sul Dio vivente e sulla Chiesa vivente… della Trinità!
Alle provocazioni lanciate la settimana scorsa nell’accostare astensionismo e sinodalità, proponiamo questa settimana un primo lancio-slancio. È solo un’introduzione. Un tentativo (forse azzardato) di entrare nei problemi e nelle contraddizioni che abitiamo come società e come Chiesa, con uno sguardo nuovo. Alla denuncia segue necessariamente uno sguardo di bene.
Questo sguardo di bene su dinamiche complesse viene da due voci autorevoli che proveremo in poche battute a far dialogare. Il titolo mantiene in corsivo a sua volta due titoli autoriali: il testo di Pierangelo Sequeri Addio a Dio? Sul Dio vivente, e il testo di Bruno Forte La Chiesa della Trinità. Non cercheremo di incollare citazioni testuali dai libri presi in considerazione (sarebbe vero e proprio anacronismo!) ma ci lasceremo sollecitare da letture del reale che permettono di assumere una postura differente, propositiva… di fede!
Più che esaminare il testo in sé, dal Sequeri preleviamo i contenuti (del testo) offerti nel discorso tenuto dal teologo lo scorso 10 novembre all’Università Cattolica durante il convegno: Nel nome di Dio? Tra crisi delle religioni e manipolazioni del potere. Dai suoi discorsi recepiamo degli assiomi a mo’ di slogan, per darci delle coordinate di lettura. A queste analisi, risponderà idealmente, l’arcivescovo di Chieti-Vasto. Seppur il testo di Forte risulterà essere “passato”, i contenuti ci permettono di ritornare all’origine. Per questo ha senso dirci, alla luce dell’insistenza di Papa Leone sul tema, cosa e come si è Comunione! E allora veniamo a noi. Accogliamo dal Sequeri tre nuclei tematici: 1. la compatibilità cristologica; 2. il religioso come solo pulsione; 3. l’evangelizzazione “depressa”.
1. Con una lunga premessa a cornice, il teologo evidenzia come per secoli ci siamo concentrati, come Chiesa, su due piani differenti: abbiamo usato la dottrina per portare avanti le nostre strutture, ma per dialogare con il mondo abbiamo chiesto alla fede di tacere; ci siamo concentrati, cioè, sui preamboli. Abbiamo passato secoli a dimostrare la ragionevolezza di diversi temi legati alla fede razionale (Dio esiste? Quale libertà? Da dove il male? etc.) per paura di un fideismo di ritorno. Sì, ma oggi? Dobbiamo compiere oggi un atto di digiuno necessario! O ti parlo di Gesù, o è meglio che oggi stia zitto.
2. La religione come sistema di valori o di riflessione non conta nulla nell’occidente globale. Ma la religione è finita? No, anzi! C’è un ritorno al religioso pulsionale. Un bisogno, davanti alle sfide di questo mondo complesso e frammentato di un contenitore che trasudi ricette di sopravvivenza. Questa è l’anticamera dei fondamentalismi. L’Islam ci precede (per moltissime questioni strutturali) nel costruire forme dell’estremo, ma i cattolici, oggi non sono da meno! Le frange estreme della liturgia preconciliare e il bisogno di identificarsi in forme rigide di struttura ecclesiale sono l’evidente “bisogno di un nido difensivo”
3. Ultimo “slancio” alla luce delle considerazioni precedenti che il Sequeri lancia, viene dall’esperienza dell’abate medievale Otlone di Sant’Emmerano, primo (a suo modo e con gli strumenti che aveva) ad autodiagnosticarsi una forma così grave di tristezza da essere oggetto di studio, oggi nella storia della psicologia, come caso di depressione maggiore. L’assioma dell’abate sembra essere proposto come un termometro per la salute della nostra Chiesa (Europea e Italiana): credo in tutte le verità di fede, ma la fede non ha più alcun peso, non ha alcun valore. Senza mezzi termini: tutti ci crediamo, eccome, ma tutti in fondo siamo “ammalati” di questa fatica essenziale. L’abate ne uscirà gemmando, germinando, cioè fondando altre comunità monacali perché altri, anche se a me non dice più granché, possano sperimentare l’incontro con Gesù.
L’ultima provocazione, evidentemente, è quella che raccogliamo con più urgenza. Alla diagnosi umanamente sconfortante sulla nostra salute di credenti, segue, una preoccupazione del Sequeri: siamo ossessionati dall’evangelizzazione, c’è un nervosismo dell’evangelizzazione, quasi fossimo preoccupati del fatturato! Al nostro sforzo ossessivo, allora, al tentativo di annaspare per non affogare si propone come zattera di salvataggio la meta stessa della navigazione: la Comunione. La Comunione, allora, non come destino ultimo (come terra all’orizzonte in un naufragio) e non come auto-protezione dei pochi rimasti!
Non a caso, infatti, una lettura “protezionista” della comunione, rischia anche di interpretare ambiguamente i primi passi del Santo Padre Leone. Quasi fosse un nostalgico che dopo le spinte in avanti del suo predecessore debba “tirare i freni”. Al contrario, ai chilometri percorsi con papa Francesco, ora, il compito di Papa Leone di dare nuovo carburante, altrimenti più che camminare in avanti, la vita del popolo cristiano rischia di rotolare verso dirupi esistenziali, verso dispersioni non calcolate, verso nuove fratture. E allora “cos’è” o “chi è” questa Comunione? Dalle pagine del Forte, una prima proposta di Speranza. È dalla sezione sullo Spirito Santo del testo La Chiesa della Trinità che attingiamo la triplice dimensione della Comunione secondo l’arcivescovo teologo: come communio sancta, poi come communio sanctorum.
In primis, allora, come dono del Santo. È lo Spirito Santo che tesse le fila e della storia (nel senso globale) e della vita di fede di ciascuno. Se non contatto nella mia preghiera l’azione dello Spirito Santo, posso far anche del bene, ma non viene da Dio. E come faccio, allora, a non perdere questo rapporto? Questa origine è custodita nella vita della Chiesa dal secondo “livello” della comunione: la sanctorum. Prima ancora che la dimensione eterna, ricorda il Forte, è quella dei santi che il Santo ci dona: i sacramenti! Il ritorno alla Celebrazione, allora, non è garanzia di “sopravvivenza” allo sfarinamento generale. È, invece, avere chiara la postura di noi credenti. Senza Messa, senza celebrazione del Presente per eccellenza, ma dove vogliamo andare? E allora, in ultimo, la comunione dei santi “umani”. Non solo dei santi riconosciuti, ma dei credenti – San Paolo nelle sue lettere parla proprio dei santi come credenti!
Assodata, in sintesi, la depressione latente e il tentativo di trovare una quadra all’inquadrabile, perché chiediamo Comunione alla Chiesa? Per un nuovo ecclesiocentrismo? Per dirci, cioè, in maniera implicita “i buoni ad ogni modo siamo noi interni”? Forse la Comunione (come tempera con cui dipingere il quadro complesso della vita ecclesiale contemporanea), più che un argine strutturale o una “motivazione” spirituale che giustifichi lo stile sinodale, è una condizione-di-base.
Interessante intercettare nelle parole del Forte un filo conduttore: la carità. Scrive: il dono primo e più necessario è la Carità […] è la “forma” della Chiesa santa e apostolica, il suo principio vivificante e strutturante. Questa postura sgombera il campo da alcuni modi di pensare che ci appartengono: Non vado a Messa lì perché quel “don” non mi soddisfa…; non posso “operare” in parrocchia perché quelle catechiste sono arpie…; in quel coro non c’è un buon clima… etc. a queste considerazioni “appiccichiamo” sopra la fede rassegnata: vabbè, credo a Dio, mi faccio la comunione, mi confesso, poi cerco di fare un po’ di bene. E che differenza c’è, allora, fra il “supplemento” dell’Eucarestia dei credenti e gli ideali che guidano gli attivisti o le associazioni del mondo laico che fanno più bene (e meglio) di noi?
Accogliamo come risposta-provocazione due righi apparentemente insignificanti, sempre dal Forte: secondo l’ininterrotta tradizione della fede lo specifico della preghiera cristiana non è pregare un Dio, ma pregare in Dio, rivolgendosi nello Spirito per il Figlio al Padre. Un gioco linguistico che ha una portata rivoluzionaria, anche per le nostre prassi. “Restando” sul focus della questione sinodale: possiamo assumere anche uno stile di preghiera (quasi fosse un nuovo stile carismatico) nel proporre assemblee, nel tracciare cammini, nel programmare azioni pastorali. Ma come preghiamo? Come celebriamo? Starci dentro, stare-con. In e con sono probabilmente la lente migliore con cui guardare e guardarci.
Ai nostri bilanci, sempre in negativo, si impone quindi una conversione di sguardo: siamo con Gesù? Guardiamo nello Spirito? Ci sentiamo in rapporto con il Padre? Senza questo dialogo interiore, rafforzato (non immaginario!) e calato nel quotidiano, il nostro agire pastorale e il nostro riflettere si trasforma in teatralità, in una farsa a più livelli. San Paolo nell’inno alla Carità ci offre gli elementi di discrimine: posso fare la qualunque, finanche spostare montagne, ma le mie radici? Io sono radicato nell’Amore, in questa comunione-trinitaria? Qui la spinta, come per Otlone, per consegnare ad altri il Vangelo, nonostante le nostre stanchezze.
di Francesco Ferrandino




