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Quali Cristiani per una politica nuova?

La scelta di non scegliere alla luce delle parole dei nostri Vescovi

Con largo anticipo rispetto alle elezioni regionali, e pure alla campagna elettorale iniziata quasi a ridosso del silenzio elettorale, i Vescovi campani, riuniti in assemblea, ci hanno consegnato un comunicato, datato 14 ottobre, in vista del voto per il governo della nostra regione. Un messaggio che può essere agevolmente riassunto in quattro punti fondamentali: una chiamata generale alla responsabilità; un invito a combattere l’astensionismo recandosi alle urne; l’attenzione alla Campania tutta, con la valorizzazione delle differenze e delle specificità; la chiara espressione di ciò che la Chiesa, lungi dal voler manovrare o gestire la cosa pubblica, chiede a chi si candida e, potenzialmente, è chiamato a governare la nostra regione.

Se la lettura del comunicato, nelle settimane precedenti al voto, è stato un buon invito a recarsi ai seggi e ci ha consegnato l’immagine di una Chiesa che cerca di essere attenta alla realtà in cui vive, leggerlo a posteriori diventa un invito profondo alla riflessione su ciò che le elezioni hanno significato. Non si tratta certamente di discutere su chi ha vinto, chi ha perso o dello scenario futuro di governo, ma di focalizzare la nostra attenzione ad un dato oltremodo significativo: in Campania ha votato solo il 44% degli aventi diritto. E poco cambia la situazione se guardiamo alle altre regioni chiamate domenica e lunedì scorsi alle urne: la Puglia si è attestata al 41,83%, e il Veneto al 44,6%.

I Vescovi della CEC nel loro comunicato hanno scritto che «Restare a casa significa rinunciare a quella porzione di futuro che ciascuno può costruire, lasciando che siano altri a determinare il destino della nostra regione. In un tempo in cui sfiducia e rassegnazione rischiano di spegnere l’energia civile, ricordiamo che ogni cittadino è portatore di valore e responsabilità. Ogni assenza pesa sul bene comune; ogni partecipazione, invece, diventa seme di speranza, fiducia e impegno condiviso.»

Dinanzi al fatto che in nessuna delle tre regioni chiamate al voto si sia riusciti a raggiungere anche solo la metà dei votanti (situazione simile ad altre regioni andate alle urne negli scorsi mesi), credo che la soluzione non sia quella di cavalcare l’onda di tanti giornali che titolano in prima pagina sulla malattia, la piaga dell’astensionismo ed espressioni simili, forse d’impatto ma fini a sé stesse. Potrebbe, invece, essere più utile rileggere le parole dei nostri Vescovi – fa riflettere come forse solo la Chiesa sia stata capace di dare una parola autorevole in merito – domandandoci perché tanti oggi scelgono di rinunciare a costruire una parte del proprio futuro, perché si sceglie di pesare con la propria assenza sul bene comune, invece di gettare, con la propria presenza, semi di speranza e impegno.

Tante volte chi non vota giustifica la sua scelta con la sfiducia totale nei confronti delle istituzioni e dei suoi rappresentanti: crede che il proprio voto non faccia la differenza perché il sistema così è e così resterà. Possiamo leggere questa scelta di non scegliere come un disincantamento verso la cosa pubblica, a cui tanti cercano di rispondere con promesse elettorali, favori più o meno leciti che ti portano alle urne non per coscienza ma per convenienza, e chi più ne ha più ne metta. Ancora una volta, solo i Vescovi (o per lo meno loro sono tra i pochissimi che lo hanno fatto) ci hanno offerto una chiave di lettura diversa: non mielosa e favolistica, piuttosto capace di gettare uno sguardo ‘positivo’ e, potremmo dire, evangelico sulla realtà: «Non lasciamo che prevalgano cinismo o rassegnazione: il nostro voto è un atto di speranza e di fraternità, capace di costruire relazioni, città e comunità più solide. È tempo di credere che, insieme, possiamo scrivere una pagina nuova di democrazia, partecipazione e bene comune.»

Purtroppo, i dati ci parlano di una larga fetta della popolazione che forse a questa scommessa di democrazia, partecipazione e bene comune non crede più di tanto. Potremmo, per risolvere questa dicotomia tra parole e fatti, recuperare quella che prima dicevamo essere la richiesta chiara della Chiesa ai futuri eletti: coerenza, coraggio e visione.

Parliamo di una coerenza tra parole e fatti, tra programmi e interventi concreti, tra ideali che ormai non esistono più e politiche concrete che spesso ci parlano più di convenienze che di valori. Cerchiamo un coraggio che sia capace di andare oltre i soliti cliché, di superare quella sorta di stallo politico che ci fa credere che tutto resti sempre uguale, a prescindere che a vincere sia x o y. Dobbiamo recuperare una visione, fondamento alla coerenza delle parole e al coraggio dei fatti. Forse qui siamo chiamati a soffermarci e chiederci di quale visione abbiamo bisogno per una politica del genere, che rischia di diventare ideale e troppo poco concreta. I nostri Vescovi risponderebbero che necessitiamo di «[una politica che dia] speranza ai giovani, dignità al lavoro, sostegno alle famiglie e cura ai più fragili.» Anche qui, però, vediamo il rischio di teorizzare troppo e lasciare da parte la realtà. Credo che una giusta visione, una giusta risposta, ce la diano le parole che San Paolo VI, già cinquant’anni fa, consegnava alla Chiesa: «La politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri». Ecco la visione che cerchiamo, che concretizzi parole, fatti e coraggio d’azione: non una politica delle parole, ma una politica del Cristiano impegnato, a partire dall’atto del voto, con cui ognuno esercita il suo potere di cittadino. Quindi, non solo quale visione per una politica nuova, ma quali Cristiani per una politica nuova?

di Danilo Tuccillo

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