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In preparazione alla IX Giornata Mondiale dei Poveri, la Caritas diocesana ha vissuto, giovedì 13 novembre, una serata di preghiera comunitaria presso la chiesetta di S. Girolamo in Ischia. La veglia, ispirata al messaggio di Papa Leone per la Giornata Mondiale dei Poveri, ha sottolineato l’importanza di ancorare la nostra vita e quella di tanti poveri all’unica vera àncora capace di sostenere la vita: l’amore di Dio. Ogni giorno siamo chiamati a dare ascolto al grido dei tanti poveri di questo tempo, ma non basta offrire loro accoglienza, ascolto e comprensione. Abbiamo bisogno di riconoscere e indicare loro la strada della speranza autentica che ha il volto di Cristo.

Proprio il messaggio della Giornata Mondiale dei Poveri di quest’anno ci ricorda di aprirci alla vera speranza, che deve riempire e illuminare le storie di ogni uomo, soprattutto di chi vive una vita precaria e in molti casi sull’orlo della disperazione a causa delle tante ferite e fragilità che porta con sé. “Il povero – ci ricorda il Papa nel messaggio – può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione. Egli non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima”. Proprio attraverso la presenza di Dio, che si fa compagno di strada, si scopre il vero tesoro di cui abbiamo realmente necessità, la vera ricchezza che si ricerca.

Quante volte di fronte alla richiesta di un povero ci sentiamo impotenti, se non siamo in grado di rispondergli o se non siamo in grado di offrirgli quell’aiuto materiale di cui ha realmente bisogno? In realtà, il Papa ci ricorda che: “La più grave povertà è non conoscere Dio. È questo che ci ricordava Papa Francesco quando in Evangelii gaudium scriveva: «La peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. […] Hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede». La preghiera davanti a Gesù eucarestia ha permesso allora di riconoscerci quali primi poveri, se ogni gesto di carità non porta i segni della presenza di Cristo. I cristiani, fin dalle origini, hanno voluto identificare la speranza con il simbolo dell’àncora, che offre stabilità e sicurezza.

Come l’àncora viene gettata nelle profondità del mare per dare stabilità alla nave, così la speranza in Gesù rende saldi di fronte alle tempeste della vita. Durante la preghiera, infatti, abbiamo desiderato realizzare un piccolo gesto: lasciare ai piedi dell’altare una povertà del nostro cuore, scrivendola su un foglietto, per accendere una piccola candela, come segno del nostro affidarci nelle mani del Signore. È in Lui che possiamo essere forti nonostante le tempeste della vita ed è Lui a poter illuminarci con la Sua presenza d’amore.

Quasi al termine dell’anno giubilare, ancor di più anche le nostre comunità possono essere sia quell’àncora che quel porto sicuro in cui ogni persona può rifugiarsi. I nostri luoghi possono trasformarsi in case di prossimità per la vita di coloro che abitano le periferie e vivono ai margini a causa delle fragilità di questo tempo. “Tutti siamo chiamati a creare nuovi segni di speranza che testimoniano la carità cristiana, come fecero molti santi e sante in ogni epoca”, ci dice Papa Leone nel suo messaggio. Essere pellegrini di speranza vuole essere per tutti noi un incoraggiamento a rendere visibili nelle nostre comunità quei segni di carità e di speranza che rispondono al desiderio di continuare a camminare accanto alle donne e agli uomini bisognosi di incrociare il nostro sguardo.

Gli ultimi studi presentati da Caritas Italiana confermano come le persone in stato di fragilità aumentano numericamente e presentano difficoltà sempre più complesse e diversificate, specchio di una povertà multidimensionale. È importante non correre il rischio di creare nuove forme individualizzate di assistenzialismo, piuttosto occorre impegnarci a diventare comunità in cui si respira il profumo di novità che viene da quella Parola che mai abbandona e in cui si respira il profumo dell’amore di Dio che si fa carne attraverso il servizio e la gratuità. Ci ricorda il nostro vescovo Carlo nella sua lettera pastorale: “La carità cristiana è dunque il mistero di questo amore di Dio, che si fa concretezza nell’incontro con l’altro”. Lasciamo allora che l’amore di Dio ci trasformi e ci abbracci, spingendoci ad andare oltre l’ordinarietà delle nostre azioni: non esperti di solidarietà, ma testimoni della carità di Dio che nonostante la povertà vince la morte con il dono totale di sé.

Maria Mellusi e Sara Costa

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