Login

Lost your password?
Don't have an account? Sign Up

La dirompenza della realtà nelle contraddizioni

Quando la Speranza incontra l’eccedenza dei simboli

Sabato 25 ottobre la nostra chiesa diocesana, insieme alla chiesa di Pozzuoli, ha vissuto l’esperienza del pellegrinaggio giubilare al Soglio di Pietro. È già la data del nostro pellegrinaggio ad eccedere negli incroci di storia che sono ben oltre la portata dei nostri calcoli. Insieme a noi, infatti, popolo d’Ischia e Pozzuoli, sono stati pellegrini i fedeli e i sacerdoti con i loro vescovi delle diocesi di Aversa, Catanzaro, Rossano; diverse comunità del novarese e numerosi fedeli di istituti religiosi, movimenti e associazioni. Tutta la Chiesa italiana, poi, era in fermento per la votazione del documento di sintesi del cammino sinodale sulla sinodalità; ancora, proprio al pomeriggio di sabato era atteso in Vaticano il pellegrinaggio Summorum Pontificum – la celebrazione per i fedeli che vivono la dimensione liturgica nella riforma di San Pio V –. A Roma, insomma, nello stesso giorno sembrava radunarsi la Chiesa nei suoi mille volti: tutti quelli che nelle categorie umane risultano essere agli antipodi, erano lì, insieme, con lo stesso desiderio: varcare Cristo-porta per celebrare la Misericordia di Dio.

L’eco sui giornali e sui media locali del “sentire” di quel po’ di popolo che ha voluto unirsi al suo vescovo Carlo nel recarsi a Roma, delle parole del Papa all’udienza e del nostro Pastore durante l’omelia della S. Messa, dice di un fatto che, in qualche modo, ha segnato un nuovo inizio. Una Pasqua per la nostra Chiesa locale che, però, rischia di passare inosservata perché in fondo, come tante altre celebrazioni o eventi organizzati, ci ha “pulito la coscienza”: abbiamo spuntato sul nostro calendario un impegno, ci siamo tolti un altro pensiero…

Eppure la Chiesa, come Corpo di Cristo, vive una stagione di fermento non indifferente. Il fermento attuale, però, rischia di essere più orientato alla Babele biblica che alla Pentecoste. Infatti, non solo usiamo linguaggi che parlano “agli interni” e che fuori non dicono più nulla ma, anzi, proprio nel linguaggio ad intra rischiamo di vivere un’ulteriore separazione: ai piani alti si sprecano fiumi di parole che cercano affannosamente di dire alla Chiesa “come dovrebbe essere”, ai piani bassi, invece, un sotto-testo di affaticamento generale, una disillusione e una paura del domani così diffusi che anche le liturgie domenicali, in fondo, se non fosse per il Signore Gesù che ugualmente viene, passano davanti agli occhi miopi della nostra fede senza riuscire a infondere la forza e la gioia dirompenti del Dio in cui crediamo.

C’è uno strappo già evidente fra le “correnti sinodali” e le “nostalgie liturgiche” che proprio sabato sono convogliate a Roma. Noi nel mezzo, piccolini, quasi insignificanti in queste macro-categorie, guardiamo alle nostre contraddizioni, ai problemi isolani, e pensiamo che non hanno nulla a che fare con questi grandi incontri-scontri. Papa Leone probabilmente ai più dei presenti, sabato, ha detto “qualcosa” di spirituale, ma in realtà ha voluto consegnare a ciascuno, anche a noi piccoli e insignificanti, un desiderio profondo che è molto più che un’emozione momentanea. È una richiesta rivolta alla vita di fede matura e responsabile di ciascuno: la comunione.

Il fatto che il Santo Padre ci abbia regalato l’immagine, prelevata dalla storia, di un desiderio di comunione vissuto da un uomo “qualunque” – il Cusano – ci dice di tutta la frammentarietà che stiamo vivendo come società, e quindi come Chiesa, oggi. E il nostro Vescovo, con lungimiranza, ha ribadito la nostra tensione costitutiva alla conversione come architrave di questo cammino di comunione. Qui le parole incrociano i fatti e chiedono di essere “calate” nella celebrazione che ci ha coinvolti; dai discorsi dei “massimi sistemi” allora proviamo a passare a “noi” e al nostro vissuto.

 La teologia si muove su frontiere sempre più ampie: la Chiesa semper reformanda, si interroga, prova a ricomprendersi e si scopre sempre più marginale nella storia dell’uomo contemporaneo e per questo meno “autoritaria”, meno “presuntuosa” nell’imporsi ma ugualmente desiderosa di sposare questa Terra, questa umanità, questo tempo, per dirgli il ti amo che Dio in Gesù ci ha rivelato e continua a svelarci nell’annuncio della Sua Parola.

Ora, davanti a grandi temi, problemi, contraddizioni, le parole del Santo Padre ci dicono di una postura che possiamo assumere tutti, indipendentemente dal “ruolo”, nella vita di fede: Sperare è non sapere. Noi non abbiamo già le risposte a tutte le domande. Abbiamo però Gesù. Seguiamo Gesù. E allora speriamo ciò che ancora non vediamo. Diventiamo un popolo in cui gli opposti si compongono in unità. Ci addentriamo come esploratori nel mondo nuovo del Risorto. Gesù ci precede. Noi impariamo, avanzando un passo dopo l’altro. È un cammino non solo della Chiesa, ma di tutta l’umanità. Un cammino di speranza (Leone XIV).

Dalle Sue parole, l’evidenza di quanto abbiamo vissuto insieme e che merita di essere riletto: incontrare il successore di Pietro, essere “risvegliati” dal Suo discorso, aver celebrato con il nostro Vescovo – diciamocelo, con onore e orgoglio! – proprio lì dove la Chiesa tutta si raduna da ogni parte del mondo, varcare la Porta Santa, ci dicono di un movimento interiore che è proprio lo stesso che Papa Leone ci ha consegnato: comunione.  E qui la tensione che “portiamo a casa” e che possiamo calare nel quotidiano delle nostre piccole comunità: io e te, diversi, in-scontro su tante questioni della nostra vita, possiamo non solo convivere ma convergere a quel Dio, che in Gesù, parla a te, a me, a ciascuno di noi!

Come può avvenire questo? Non con i discorsi – si riducono a polemiche o idee scollate dalla realtà – ma nella Celebrazione. Celebrazione di noi stessi? Assolutamente no! Anzi, forse proprio della nostra miseria. Ma la nostra miseria non è l’alibi per celebrare fragilità sempre più narcisistiche – nella Chiesa il pendolo dell’ego oscilla tra l’esibizionismo del singolo-sacerdote-influencer e i fallimenti pastorali travestiti da “umiltà” – ma l’occasione per riscoprire, nel celebrare, la grandezza dello stare insieme.

Stare insieme, però non basta. Non è la reale grandezza. Noi non stiamo insieme “fra di noi” ma siamo radunati attorno ad un’Eccedenza che proprio nello spezzarsi raggiunge nel profondo le vite spezzate di ciascuno. Che prima il Papa ci abbia incontrati e che poi il nostro Vescovo abbia spezzato la Parola per noi è “l’antecedenza” di quell’unica frazione che ci ha restituito il senso del nostro essere, insieme, lì: Gesù, Pane di Vita, lì per noi.

Quali percorsi pastorali? Quali progetti? E adesso? Cosa si farà insieme alla Chiesa di Pozzuoli? …quante domande, quante risposte mancate ci ricorda il Papa. Un’unica risposta però ci sta davanti: fermati e contempla (contemplare lo ha ricordato anche il vescovo Carlo)! Contempla la pochezza e le contraddizioni di una Chiesa-umana, specchio di ciò che sei anche tu, che a fatica procede nell’annuncio di Gesù ma che non molla proprio perché Gesù non la molla.

Forse abbiamo bisogno di “più Roma”, di più momenti e spazi dove prima ancora che darsi da fare per fronteggiare problemi abbiamo l’umiltà di fermarci, insieme, come Chiesa di ogni ordine e grado e riscopriamo la nostra fonte, il perché siamo Chiesa! Il nostro contributo, poi, alla vita della Chiesa non va liquidato con l’umilismo, ma va convertito perché sia vissuto sempre più nel servizio profetico così come Gesù ce l’ha consegnato. E in che modo vivremo la nostra profezia di persone impegnate in parrocchia o di preti indaffarati, di seminaristi in cammino “segregati” nella formazione? Nella capacità di entusiasmare! En-Theos-ousìa: comunicare-comunionare l’eccedenza di Gesù che è in mezzo a noi; nel Suo esser-ci fedele (Lui a noi, non il contrario!) non ci abbandona!

Allora sì, Roma ’25 è l’accesso a una stagione rinnovata: ai nostri passi stanchi l’entusiasmo del cammino viene restituito dallo Spirito Santo con un avviso di garanzia chiaro: non conta la capacità performativa delle nostre azioni. Conta la comunione che solo da Gesù viene e a Lui possiamo ridarla nel nostro “modo di stare”, di vivere da Cristiani; di resistere insieme agli urti di questa società accelerata che anche alla Chiesa chiede sempre più risposte-risorse ma che, in fondo, ha il terrore di sentirsi dire qualcosa di vero: fermati “mondo”, e abbi il coraggio di guardarti come sei, perché il tuo Dio ti guarda e vuole amarti. Coraggio! Corriamo il rischio “di guardarci” e di lasciarci guardare da Gesù. Di convertire lo sguardo, prima, e solo allora avremo l’entusiasmo necessario per capire se e cosa cambiare delle nostre comunità, cosa fare, dove andare. Alfa ed Omega non sono nostre categorie: è Dio-Trinità che, oggi, nonostante noi, con-Eccedenza continua a precederci!

di Francesco Ferrandino

Condividi su:

Facebook
WhatsApp
Email
Stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*

su Kaire

Articoli correlati

Salute a voi (Mt 28, 9)

La salute è definita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità”. Ciò vuol dire

Il Regno di Dio dà gioia al cuore

Papa Leone durante l’Angelus di domenica 7 dicembre ha parlato del Regno di Dio e di come questo sopraggiunge quando l’uomo e la natura accolgono lo Spirito Santo nella propria

Non si può delegare la carità

Consiglio Pastorale Diocesano del 2 dicembre, l’intervento del Vescovo Carlo “I poveri li avete sempre con voi” (Mc 14,7), questa citazione dal Vangelo di Marco, ripetuta più volte dal Vescovo