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Io c’ero

Non capita spesso di poterlo dire, quando si tratta di eventi che trasudano storia.

Non c’ero quando è finita la II guerra mondiale, non c’ero quando l’uomo è sbarcato sulla Luna.
C’ero, invece, sabato 30 agosto, in mezzo a una folla incredibile che ha invaso il porto di Genova. D’accordo, il livello di “storia” che si scriveva non era certo da libri di scuola, eppure si respirava un clima di consapevolezza assolutamente unico.

Negli anni ci sono state migliaia di manifestazioni contro questa o quella guerra, in solidarietà a un popolo o a un’etnia sofferente. E diciamolo, davvero di rado sono servite a qualcosa.

Quello di sabato, però, è stato un evento diverso (e forse per questo i giornali nazionali l’hanno lasciato nel quasi totale silenzio, concentrandosi sulla piccola manifestazione a Venezia): la folla non era lì per manifestare. No. Era lì per accompagnare delle barche che stavano salpando.

50 mila persone hanno augurato “buon vento” a delle piccole barche a vela che sono partite per unirsi a una enorme flotta che cercherà, pacificamente e legalmente, di rompere il blocco navale imposto da Israele che impedisce gli aiuti umanitari a Gaza.

Ed è questo che trasudava storia.

Là dove la politica resta in silenzio (se non peggio), oggi il popolo non solo alza la voce, ma si mette in azione.

Ci sono stati altri tentativi simili, decine. Ma erano singole navi, e sono state TUTTE facilmente bloccate.

Questa volta è una flotta, che parte da tanti porti in tutto il Mediterraneo, che si unirà in acque internazionali e che arriverà compatta a destinazione.

L’esito è tutt’altro che certo.

E l’ansia la si respirava forte.

Soprattutto negli occhi di quei volontari che salivano su quelle barche, mollando gli ormeggi.

Ma a differenza degli altri tentativi, tutti terminati con arresti e distruzione dei viveri, questa volta chi partiva non era solo.

Quelle 50 mila persone non erano lì a dire “bravi”, ma a dire “siamo qui con voi”.

L’organizzazione è partita anche dai camalli del porto, gli stessi che qui a Genova hanno già bloccato due navi che trasportavano armi, in due diversi momenti.

E, sabato, il segnale è stato chiaro e netto: “se perdiamo il contatto con la Flotilla anche solo per 20 minuti, noi blocchiamo tutto: i nostri ragazzi devono tornare a casa sani e salvi” (parole testuali). E non verrà bloccato solo il porto di Genova. La rete è internazionale, e ognuno di quei volontari lascia a casa tanti amici in tutta Europa. Sarà tutta l’Europa che vedrà un blocco generale.

Forse assisteremo a qualcosa che la mia generazione non è più abituata a vedere: il popolo che forza la mano dei governi.

Può essere una semplice illusione, è certo. Ma dà in qualche modo la misura della potenza di quest’atto. Quelle navi, arrivando in Palestina, saranno il megafono con cui il popolo europeo esprimerà tutto lo sdegno per il barbaro genocidio che si sta compiendo.

E non sarà solo una voce, agevolmente ignorabile. Questa voce porta aiuti concreti, che non sarà facile bloccare.

Qualcuno mi ha chiesto: perché tutto questo non è stato fatto per la guerra in Ucraina?

C’è una sottile, ma enorme differenza: qui stiamo assistendo ad un atto di forza che non è paragonabile a una guerra. Gaza è grande quanto la città di Genova, ed è attualmente chiusa come un ghetto, e costantemente bombardata. L’80% delle case è rasa al suolo, sono rimasti cinque ospedali che funzionano al 20% delle possibilità. Manca acqua, elettricità, cibo. Non è una guerra, è un genocidio.

Ed è surreale pensare che chi lo sta compiendo è figlio o nipote di persone che hanno subito una sorte simile.

Ma non è stata una manifestazione contro il popolo ebraico. Non è stata spesa una sola parola contro gli israeliani. Questa non è una “guerra di religione”, è l’azione di pochi potenti contro un popolo inerme.

Inoltre, c’è un altro fattore: per l’Ucraina i governi europei hanno espresso duramente il loro sdegno.

Qui i governi europei nel migliore dei casi restano in silenzio.

Ed è per questo che si rende necessaria una soluzione “dal basso”.

Il popolo sente la frustrante necessità di fare qualcosa.

Ma non è un popolo guidato dal politicante di turno, o da ideologie di parte.

Certo, Genova è sempre stata profondamente antifascista. Ma non era un atto “di sinistra”.

No: sabato su quel palco è salito un prete (portavoce del Vescovo, impossibilitato a partecipare, ma sempre presente durante tutta la parte organizzativa e più volte ringraziato dai portavoce di Music for Peace), e poco prima un musulmano, un portuale e persino un influencer.

La solidarietà non ha partiti (è stato espressamente richiesto di non portare nessun tipo di bandiera, tranne quelle palestinesi). La solidarietà è umana.

Il popolo, l’umanità, non può restare in silenzio davanti a una barbarie simile.

E anche questo trasudava di storia: la solidarietà trasversale, che va oltre i partiti, le fazioni, le ideologie e le fedi religiose.

Ed ecco, allora, il senso di quelle 50 mila torce accese sulla sopraelevata, a portare una luce in questo momento così buio della storia.

Perché dove le ideologie ci vogliono divisi, siamo stati capaci di unirci, di camminare a braccetto comunisti e preti, vecchi e giovani, avvocati incravattati ed extracomunitari. Fuori da ogni pensiero di parte, ma solo con la consapevolezza di essere tutti fratelli, tutti fatti di carne e sangue, tutti capaci di piangere per ogni bambino ucciso, tutti col desiderio di far finire questa atrocità disumana. Siamo umani. Restiamo umani.

di Alessandro Privitera

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