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Chi racconta il vangelo? Chi è chiesa?

Commento al Vangelo Lc 10,1-12.17-20

Io trovo che in questo nostro tempo molti nodi stiano vendendo al pettine e non è una brutta cosa, anzi! Una cosa fondamentale e importante secondo me è il passaggio un po’ traumatico che stiamo facendo ormai da qualche decennio, ma che ormai è abbastanza evidente nella Chiesa italiana, su cosa significa essere Chiesa.

Abbiamo vissuto per un sacco di tempo convinti che la nostra bella Italia fatta di Santi, poeti e navigatori fosse, come dire, connaturalmente cristiana e da un certo punto di vista è vero: le parrocchie sono ancora presenti ovunque, esiste una profonda identità cristiana all’interno del popolo italiano, ovunque ci troviamo ci sono ancora belle manifestazioni di religiosità popolare, tutti difendono giustamente i simboli cristiani, ma questo non significa essere discepoli e quando ci troviamo davanti a eventi complessi che obbligano da un certo punto di vista a schierarsi, ci rendiamo conto se quello che noi pensiamo deriva dal Vangelo oppure no, rispetto alla vita comune, rispetto alla conoscenza dell’altro, rispetto all’amare il prossimo, a perdonare il nemico, al rispetto, alla possibilità di amarsi, alla proposta evangelica sull’economia, sulle relazioni, sugli affetti; insomma i nodi vengono al pettine.

Dunque chi è discepolo? Luca in questo ci sta accompagnando. Domenica scorsa magnificamente egli ci ha spiegato che cosa vuol dire essere discepoli, non secondo quello che pensiamo noi, ma secondo quello che pensa Gesù, e oggi facciamo un passo avanti. Il popolo d’Israele era convinto che nel mondo esistessero settanta nazioni e nel tempio di Gerusalemme una volta all’anno (simpatica come cosa) venivano sacrificati settanta buoi per pregare per la conversione dei popoli pagani. Gesù fa molto di più, non si contenta di pregare ma manda settantadue discepoli cioè invia qualcuno a preparargli la strada; attenzione, non manda qualcuno a sostituirsi a lui ma manda qualcuno a preparargli la strada. È questo il tema di questa domenica: chi annuncia il Vangelo? Chi lo racconta? Chi è Chiesa? Chi è veramente discepolo? Esistono dei modi di raccontare il vangelo e quest’anno devo dire sono rimasto particolarmente stupito come solo il vangelo riesce a fare: basta una sfumatura di una traduzione per aprirti un mondo.

Ricordando a memoria la traduzione Cei del’74 quindi quella in cui si dice “la messa è molta ma gli operai sono pochi, pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”, avete sentito in maniera molto diversa che si dice nella nuova traduzione del lezionario “la messe è molta ma coloro che lavorano sono pochi”, cioè magari gli operai sono tanti ma un sacco di essi battono la fiacca, un sacco non fanno niente dunque pregate il Signore che mandi gente che lavora. Guardate, mi sembra che il problema sia un po’ questo: abbiamo ancora tanti preti, forse troppi, abbiamo ancora un sacco di suore e di religiosi e di catechisti laici, il problema è: quanti di questi stanno veramente lavorando all’opera del Signore? Mi sembra che il problema non sia tanto la presenza cristiana sul territorio, che ancora c’è, ma quanto ancora non si sia vista questa presenza perché essa è diventata una cosa scontata, abitudinaria; non c’è nulla di più difficile che parlare di Gesù Cristo ai cristiani perché sanno già tutto!

Se 12 persone normali, piene di difetti come ampiamente documentato nei Vangeli, sono riuscite a portare l’annuncio fino a noi oggi è perché evidentemente c’era un fuoco, una passione completamente diversa; certi contesti erano diversi, erano altri tempi, ma non possiamo dire che fossero migliori! Ecco allora che il Signore dà delle istruzioni molto semplici che credo potremmo dire essere le direttrici di ogni scelta pastorale, fatto salvo che il Signore ci manda avanti e poi è lui che arriva. Ma in che modo andare avanti? In che modo ristrutturare o strutturare o rivitalizzare o ridefinire quello che stiamo vivendo? In che modo passare dall’idea dell’”occupiamo dei posti” al “chi sta lavorando veramente?”

Non siamo un’azienda che alla fine dell’anno deve stare in attivo, non siamo degli uomini e delle donne che devono in qualche modo discutere e riflettere secondo delle logiche aziendali di profitto! È il Signore che fa, ma prima chiede di fare qualcosa. Ed ecco la magnifica pagina in cui il Signore dice ai 72, a me e a te, che cosa dobbiamo fare per rendere credibile, accettabile il Vangelo agli uomini d’oggi. Gesù chiede anzitutto di andare a due a due, di precederlo perché è lui che converte, non siamo noi, noi non dobbiamo salvare il mondo, il mondo già è salvo ma purtroppo non lo sa; noi possiamo vivere da salvati, raccontare la salvezza! Non possiamo porci a esempio perché solo Cristo è l’esempio, ma in qualche modo le nostre strutture, le parrocchie, possono essere succursali del regno; per quanto povere, per quanto piccole, esse in qualche modo rendono presente il Signore.

A due a due cioè il discepolato e l’annuncio non sono una cosa per cuori solitari, per primi della classe, per guru, per fuori concorso; è come se Gesù dicesse che siamo più credibili se nonostante le nostre diversità, parliamo dello stesso Cristo, pur essendo persone con sensibilità diverse rispetto al grande predicatore, al grande omileta, al grande catechista. La comunione è sempre e comunque testimonianza maggiore rispetto a qualunque altra cosa. Poi avete sentito che Gesù ci chiede una grande essenzialità dicendoci di non prendere bisaccia, due paia di sandali ecc. Gesù è come se ci dicesse di non puntare troppo sulle strutture; è vero che la storia ci ha consegnato un sacco di strutture, chiese, opere d’arte, capolavori, oratori, case parrocchiali, istituti religiosi ma a me sembra che siano cambiate le condizioni perché ci sono questi grandi casermoni vuoti che non servono più a nulla. Le strutture sono utili se funziona il Vangelo, altrimenti diventano un’ossessione, un peso; lo Spirito Santo ha donato i mezzi e gli strumenti per rispondere alle necessità nei momenti in cui c’erano quelle necessità. Io non credo che siano le strutture a fare la pastorale e soprattutto su queste cose dobbiamo stare molto attenti.

Il Signore ci richiama a una sorta di essenzialità anche molto pratica, molto concreta; non siamo un’associazione di volontariato che fa cose magnifiche, qualcosa di diverso, qualcosa di più grande. Gesù poi chiede di entrare nel luogo in cui si viene ospitati, dicendoci che siamo come pecore in mezzo ai lupi e Dio solo sa quanto sia vera questa cosa in questo momento. Purtroppo viviamo un’esperienza anche nelle nostre chiese, nelle nostre comunità, di tensione, di violenza, di incomprensione come se la logica del mondo violenta e vittimista, rabbiosa e continuamente insoddisfatta di tutto abbia contagiato anche le nostre comunità. Gesù chiede ai discepoli di rimanere, di restare in una casa, cioè non siamo a parte, non facciamo delle cose diverse, non ci costruiamo delle piccole nicchie da un’altra parte, noi vogliamo restare, dimorare, siamo figli di questo tempo che hanno avuto la gioia e l’onore di incontrare la parola del Vangelo.

Il Signore ci chiede di restare noi stessi e, se veniamo accolti, di dimorare, mentre se non si è accolti di andare avanti senza evocare maledizioni, senza buttare catastrofi, ma semplicemente con la libertà di chi dice “passerà qualcun altro e forse sarà un tempo migliore per poter far fiorire il Vangelo”. È molto semplice no? Andare avanti a lui e lui che viene, la comunione a due a due senza troppi mezzi, portando la pace, sapendo di essere pecore in mezzo a lupi, dimorando, restando. Poi Gesù dice di soccorrere i malati dicendo loro “è vicino a voi il regno di Dio” cioè alle persone che soffrono, alle persone colpite, alle persone straziate, alle persone malate dentro ma anche fuori, portate l’annuncio di speranza che sono proprio loro al centro dell’attenzione dell’amore del Maestro.

Ecco io credo che queste semplicissime indicazioni possano aiutarci a rileggere la nostra pastorale come Isaia che parla a un popolo sfiduciato che ormai da anni vive in esilio; Isaia promette qualcosa di grande, di nuovo, forse è giunto il tempo di tornare all’essenziale, sapendo sì che siamo una minoranza nel senso che prendere sul serio il Vangelo significa forse anche fare delle scelte un po’ impopolari in questo momento. Pensate un po’: il Vangelo è arrivato fino a noi oggi e dopo 2000 anni siamo ancora qui. Ci chiediamo: chi è Chiesa? Ebbene il Signore ci ha detto abbastanza cosa è per lui Chiesa, persone che non pregano soltanto per le altre nazioni, per la loro conversione, ma partono e si mettono in strada, abitano, stanno, cercano di vivere con semplicità la parola del Vangelo. Questa è davvero la profezia che ci rende capaci oggi di annunciare il Signore là dove viviamo. Buona domenica e per chi può una buona estate!

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