Addio al fotografo che ha raccontato la Terra e l’umanità
“È stato molto più di uno dei più grandi fotografi del nostro tempo: assieme a Lélia Deluiz Wanick Salgado, moglie e compagna di una vita, ha seminato speranza dove vi era devastazione e dato vita alla convinzione che il ripristino ambientale sia anche un profondo atto d’amore per l’umanità. Il suo obiettivo ha rivelato il mondo e le sue contraddizioni; la sua vita, il potere dell’azione trasformativa.” (Instituto Terra)
Quando, dopo anni di lontananza, il famoso fotografo Sebastião Salgado era tornato a Minas Gerais, in quell’angolo di Vale do Rio Doce chiamato casa, nel sud-est del Brasile, al posto del paradiso tropicale che ricordava, aveva trovato alberi abbattuti e fauna scomparsa.
Correva l’anno 1998 e Salgado assieme alla moglie Lélia Deluiz Wanick, artista, autrice e produttrice con cui ha condiviso per più di 60 anni la vita quotidiana e le passioni, fondava l’Instituto Terra per ripiantare la foresta e far tornare insetti, uccelli e pesci.
Una missione elaborata e condotta nel suolo arso e desolato della Fazenda Bulcão che la famiglia del celebre fotoreporter aveva acquistato negli anni ’40. Deciso a favorire il pascolo degli animali, il padre di Salgado aveva progressivamente disboscato il terreno per vendere legname e piantare erba da foraggio. Molti anni più tardi, ritornando alla tenuta della sua infanzia, Sebastião faticò a riconoscere lo scenario: la terra ormai arida, le piante scomparse. Il degrado. Ovunque.
La riforestazione che ne è seguita porta oggi il nome di 290 specie di piante e centinaia di animali tornati ad abitare quei 700 ettari di terra tropicale ad Aimores, nello Stato di Minas Gerais. Ed esplode, rigogliosa, all’ombra degli alberi impiantati nel tempo: tre milioni di esemplari fino al 2020, che diventeranno quattro dopo il completamento del programma.
Con l’Instituto Terra hanno reclutato partner e raccolto fondi, trasformando totalmente l’ambiente dando così una risposta forte alla deforestazione e ai cambiamenti climatici. Il progetto ha recuperato quasi 1502 ettari di foresta pluviale.
È stato inoltre creato un Centro per l’educazione e il restauro ambientale (CERA) che ha come obiettivo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica verso uno sviluppo sostenibile.
“Gli alberi sono i capelli del nostro pianeta. Quando c’è pioggia in un luogo senza alberi, in pochi minuti, l’acqua arriva nei torrenti, portando terriccio, distruggendo le nostre sorgenti, distruggendo i fiumi, e non c’è umidità da trattenere. Quando ci sono alberi, il sistema di radici trattiene l’acqua. Tutti i rami degli alberi, le foglie che cadono, creano un’area umida, e l’acqua ci mette mesi e mesi sottoterra per arrivare ai fiumi, e mantenere le nostre sorgenti e i nostri fiumi. Questa è la cosa più importante, se pensiamo che ci serve l’acqua per ogni attività della nostra vita”..
Tutto questo Salgado lo ha raccontato in un libro “Dalla mia terra alla terra”, e a lui è dedicato il documentario “Il sale della terra” di Wim Wenders.
Il fotoreporter brasiliano, morto a Parigi all’età di 81 anni, con i suoi scatti ha mostrato al mondo la bellezza e la sofferenza di molte regioni del pianeta e delle popolazioni che le abitano. Le sue immagini in bianco e nero sono diventate, negli anni, iconiche di un ambiente sempre più a rischio: dall’Amazzonia all’Africa e all’Asia. Le sue istantanee si sono spesso intrecciate con i temi al centro dell’enciclica Laudato si’ e dell’esortazione apostolica Querida Amazonia di Papa Francesco.




