Dalla connessione alle competenze: come l’intelligenza artificiale può unire o dividere la società digitale
Quando alla fine degli anni Novanta ci riferivamo al divario digitale intendevamo la differenza tra chi aveva accesso a tecnologie come Internet e computer e chi invece ne restava escluso. Questa esclusione poteva avvenire per vari motivi: perché costava troppo, perché mancavano le conoscenze necessarie, perché in certe zone non vi erano le infrastrutture necessarie, o per altri tipi di limiti.
Oggi non parliamo più solo di chi ha o non ha un computer o una connessione Internet. Il concetto si è allargato: conta anche quanto siamo capaci di usare questi strumenti e come li utilizziamo nella vita quotidiana.
Gli studiosi hanno proposto due modi principali per capire questo fenomeno. Secondo alcuni, con il passare del tempo il divario tende naturalmente a ridursi perché la tecnologia diventa più diffusa e costa meno (teoria della normalizzazione). Altri invece pensano che le differenze rimangano o addirittura aumentino, specialmente quando si parla di competenze e di uso efficace della tecnologia, anche se più persone riescono ad avere accesso ai dispositivi (teoria della stratificazione).
Guardando agli ultimi vent’anni, nei paesi più ricchi vediamo che il problema dell’accesso si è ridotto, soprattutto tra i giovani e le persone con buona istruzione. Restano però indietro gli anziani, chi ha redditi bassi, chi ha studiato poco e chi vive in campagna. Nei paesi più poveri la situazione è peggiore: molte persone ancora non hanno accesso alla tecnologia, principalmente per motivi economici e perché mancano le infrastrutture.
Oggi parliamo sempre più di un “secondo livello” del divario digitale: non è solo questione di avere gli strumenti, ma di saperli usare in modo attivo e creativo. Le competenze digitali fanno la differenza tra chi riesce a sfruttare davvero le opportunità offerte dalla tecnologia e chi no.
Molti fattori influenzano questo divario: quanto guadagniamo, il nostro livello di istruzione, l’età, il genere, dove viviamo (in città o in campagna), la qualità delle connessioni disponibili e anche fattori culturali.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale ha reso la situazione più complicata. Da un lato, l’IA potrebbe aiutare a ridurre le differenze; dall’altro, rischia di aumentarle. Chi ha già accesso a buone tecnologie, possiede competenze e ha risorse economiche può sfruttare meglio i vantaggi dell’IA. Chi invece è già escluso rischia di restare ancora più indietro, sia economicamente che nelle opportunità di lavoro e nella vita sociale.
Questo problema è particolarmente evidente nei paesi in via di sviluppo, che faticano a investire in tecnologia e formazione. Ma anche nei paesi più ricchi c’è chi rischia di essere tagliato fuori: le persone senza competenze digitali possono subire decisioni prese da algoritmi senza capirle o poterle influenzare, creando quella che chiamiamo “disparità algoritmica”.
Non tutto è negativo però. L’intelligenza artificiale potrebbe anche aiutare a ridurre il divario, per esempio migliorando l’accesso ai servizi pubblici, personalizzando l’istruzione e facilitando l’inclusione delle persone svantaggiate. Ma perché questo accada, servono politiche che aiutino tutti ad acquisire le competenze necessarie per partecipare alla società digitale. In conclusione, il divario digitale è un problema complesso che richiede la collaborazione tra governi, aziende private e cittadini.
Come ha più volte sottolineato Papa Francesco nei suoi interventi sul tema della tecnologia, abbiamo bisogno di uno sviluppo tecnologico “umanocentrico”, che metta al centro la persona e non il profitto, che sia inclusivo e non crei nuove forme di emarginazione. Solo con questo approccio la rivoluzione digitale potrà diventare davvero un’opportunità di crescita per tutti, specialmente per i più vulnerabili, realizzando quella “tecnologia dal volto umano” che il Pontefice ci ha lasciato come obiettivo per il bene comune.




