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Fedez e la malattia

Non è automatico che la malattia ti renda migliore. Può accadere, certo, ma solo se lo vuoi. Le reazioni di chi ne è colpito variano da individuo a individuo. C’è chi la vive come un tradimento e si ribella, chi si rassegna, e chi, nonostante tutto, ne fa tesoro. Come la morte, anche la malattia fa parte integrante della nostra vita. Il problema grande è il dolore, fisico e psicologico, con cui quasi sempre si accompagna.

Alleviarlo, mitigarlo, possibilmente sconfiggerlo, è un dovere. Il tempo della malattia, allora: un’opportunità o una maledizione? Le risposte sono tante e tanto diverse. Non tutte le malattie sono sullo stesso piano, ci sono quelle che, pur gravi, ti lasciano la possibilità di continuare a lavorare, essere indipendente e ci sono quelle invalidanti dove, lentamente, il paziente dovrà affidarsi a coloro che gli vogliono bene.

Ecco, è forse in quelle ore di estrema fragilità, che la persona ammalata sperimenta, in modo più profondo, la bellezza di amare e di essere amato. Che fare nel momento in cui ti accorgi di non essere più padrone del tuo corpo? Fedez, a proposito del cancro al pancreas che lo ha colpito nel mese di marzo, ha confessato: «La malattia ti rende migliore? Io col tumore sono diventato depresso, un essere umano peggiore». Questa la sua esperienza. Come già accennato, la malattia – come lo sport, la ricchezza, il successo, gli studi – può renderti migliore solo se lo vuoi; al contrario, può precipitarti nello scoraggiamento, nella ribellione contro Dio, addirittura nell’ingratitudine verso coloro che si prendono cura di te. Rinunciare a fare ciò che facevi prima potrebbe farti diventare più cinico, invidioso, cattivo.

Ancora una volta sei tu che decidi come utilizzare questo percorso tanto delicato e doloroso, che non sai dove ti porta. D’altronde, la trasformazione, pur lenta, del corpo, accade già con l’avanzare dell’età, lo sfiorire della bellezza, la perdita delle forze fisiche, la comparsa degli acciacchi. La malattia, invece, che, come un uragano, ti arriva addosso all’improvviso, ti scaraventa, in breve tempo, in un mondo strano e sconosciuto che ti fa paura. Senza darti il tempo di abituarti alla tua nuova situazione, ti cambia la vita, ti ruba i progetti, i sogni, il lavoro. Galimberti, a sua volta, risponde che “per i cristiani il dolore ha un valore perché ti riscatta dal peccato… e quindi il dolore viene messo in scena come una cosa positiva”. Le cose non stanno proprio così. Certo, entriamo nel mistero.

A me, però, pare bellissimo, da ogni punto di vista, cristiano o laico che sia, credere che anche attraverso la sofferenza patita, sopportata, combattuta, in un modo a noi sconosciuto, continuiamo a contribuire al bene nostro e dell’umanità. Fosse anche solo per il fatto che entrando in ospedale – soprattutto in una struttura pubblica – condividiamo gli stessi sentimenti, le stesse domande, le stesse paure, le stesse speranze di migliaia di nostri concittadini, amici, fratelli in umanità.

Ricordo il tempo in cui fui sospettato di essere affetto dalla leucemia. Ebbi paura. Piansi. Mi sottoposi, ripetutamente, a tutti gli accertamenti dolorosi – puntati sternali, biopsia ossea, prelievi – per capire che cosa si fosse inceppato nel mio organismo. Ho sentito, in quei mesi, una grande empatia con i ricoverati, ero uno di loro, non il “buon samaritano” in clergyman – ero seminarista – che andava ad alleviare le ferite altrui. Ho avvertito una riconoscenza immensa per il personale medico e paramedico, i loro incoraggiamenti, l’amicizia di cui mi onoravano, per i ricercatori che lavorano per noi e per i nostri figli. Ho imparato a godere e dialogare con il tempo – poco o tanto che sia – che mi attraversa donandomi e rubandomi la vita. Ho preso coscienza della fragilità della condizione umana, ho iniziato a pormi seriamente le domande vere che pretendono risposte vere. Quelle stesse che, accantonate nei giorni lieti, ti martellano durante le notti insonni. Da cristiano, poi, la certezza che la mia sofferenza, unita a quella di Cristo in un modo che nessuno mai saprà spiegare, va a beneficio dei fratelli, ha reso prezioso quel tempo.

Caro fratello Fedez, ti capisco. Ti prego, però, non lasciarti sfuggire dalle mani, questo immenso patrimonio di dolore, di domande, di speranze che sei andato accumulando in questi mesi. Fanne tesoro, per te e per i tuoi tanti ammiratori.

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