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«Riportare i giovani a Messa. Una fatica per adulti credibili»

Le proposte di don Armando Matteo per educare alla fede, oltre le tiepidezze dei nostri giorni.

La fede «è sempre qualcosa degli e per gli adulti. Riportare i giovani a Messa implica dunque l’onerosa fatica di aiutarli a diventare adulti, nel tempo in cui i loro genitori e adulti di riferimento vogliono unicamente essere e fare i giovani per sempre». Don Armando Matteo mette il dito nella piaga dell’emorragia continua a cui assistiamo nelle parrocchie: assemblee sempre più sguarnite delle giovani generazioni. Ma la responsabilità sta proprio in chi anagraficamente risulta un adulto e invece non lo è realmente, quindi in un’immaturità umana che si riverbera anche in una testimonianza cristiana all’acqua di rose. Mette in crisi e fa interrogare in profondità l’ultimo saggio del teologo, Riportare i giovani a Messa. La trasmissione della fede in una società senza adulti, appena pubblicato da Ancora Editrice (pp. 128, euro 13).

Una crisi salutare o, per meglio dire, una sonora sveglia per genitori e familiari, educatori e insegnanti, sacerdoti e religiosi/e, catechisti e animatori che si relazionano quotidiana-mente con i ragazzi senza dare un esempio di solida maturità. «Gli adulti di oggi, eterni Peter Pan, ritengono che i giovani non abbiano bisogno di un cammino educativo, di un’iniziazione a una religione, perché hanno già tutto ciò che serve per vivere una vita degna di essere vissuta: hanno la giovinezza», affonda don Matteo, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la Dottrina della fede.

E lamenta il deserto pastorale seguito al Sinodo dedicato nel 2018 proprio ai giovani: «È necessario oggi riprendere la discussione ecclesiale sul tema delle nuove generazioni e in particolare sul tema dell’ateismo giovanile esattamente in relazione a quanto sta succedendo – o meglio a quanto non sta succedendo – nella comunità cristiana dopo la celebrazione del Sinodo». Quelli che «faticano con la fede cristiana», ovvero la stragrande maggioranza, almeno nella popolazione occidentale, non suscitano interesse: «Si rimane nell’alveo del già fatto, mettendo a punto incontri tra vescovi e i (pochi) giovani che ancora frequentano la comunità cristiana e restando nell’apocalittica attesa della prossima Gmg».

Questo perché «l’impostazione data alla discussione sinodale ha in qualche misura finito per mettere fuori gioco proprio il tema della possibile fede dei numerosissimi giovani che con la comunità ecclesiale non hanno alcun rapporto o un rapporto molto fragile e di conseguenza l’impegno per la loro evangelizzazione. Per dire le cose sempre con papa Francesco, ci si è dimenticato che sono 99 le pecorelle ormai fuori dal nostro ovile». Questo corto circuito mostra non solo come sia ormai acclarata la «rottura della trasmissione della fede tra le generazioni”, ma che si tratti un «buco nero rimosso”. Quale? La crisi di «adultità. Una società senza adulti, come la nostra, è in verità una società che non educa più e una società che non avvia più ad alcuna pratica di devozione. La società dell’eterna giovinezza si trasforma paradossalmente in una società che abbandona i giovani a un destino di estrema marginalità e povertà, umana e spirituale». Riflessioni che pesano come macigni e invitano a un urgente cambio di rotta: «La fatica di credere delle nuove generazioni si intreccia, pertanto, con questa loro fatica di crescere, la quale rinvia a quella conversione giovanilistica delle generazioni adulte che raramente affiora nelle discussioni ecclesiali e che pure sta provocando un radicale svuotamento della vita parrocchiale spicciola, che la recente pandemia ha messo ancora in maggiore evidenza».

Questo perché ci sono tanti adulti «fin troppo rapidamente configuratisi a immagine e somiglianza di Peter Pan. La rottura della trasmissione generazionale delle fede ha qui il suo punto iniziale: nel venire meno delle generazioni adulte al loro compito educativo e testimoniale. Ed è da qui che si deve ripartire”, esorta il teologo, indicando una serie di passi concreti e possibili nell’immediato. «Per affrontare lo svuotamento della vita parrocchiale spicciola, non sarà perciò sufficiente aprire le porte al sacerdozio uxorato, al diaconato femminile. Non sarà possibile ripensare le istruzioni per credere, per innamorarsi di Gesù, per diventare cristiani, senza riabilitare e rivitalizzare le istruzioni per crescere, per diventare grandi, per giungere all’altezza di una adultità compiuta», superando così «l’eclissi del cristianesimo domestico».

Nell’esortazione postsinodale Christus vivit papa Francesco ha consegnato ai credenti e ai loro pastori una serie di indicazioni operative «per andare incontro ai giovani, collaborando alla loro crescita umana e cristiana. Peter Pan oggi non fa più crescere e credere nessuno. E questa è la vera grande ferita della storia che stiamo vivendo. I cristiani, che dal loro fondatore hanno ereditato la tendenza a farsi gli affari di tutti, sono oggi per primi chiamati in modo particolare a farsi carico di questa grande ferita che tocca la vita dei nostri cuccioli, che faticano come non mai a crescere e a credere».

Quindi gli inviti a «piangere, ascoltare, guardare, riflettere, annunciare, introdurre alla preghiera (tante nostre realtà, penso qui alle parrocchie, ai movimenti, alle associazioni, non sono ancora luoghi ove, oltre a pregare, si insegni pure a pregare), ‘fare casa’, imparare, stimolare, incoraggiare», sono certamente preziosi nella relazione con le nuove generazioni, ma risultano anche una mappa per far crescere gli adulti, per renderli persone capaci di dare la vita come uomini e donne in tutti i contesti dove sono chiamati a operare. Per diventare «profeti di una nuova narrazione dell’umano che metta al centro l’adultità – adulto che mette in campo il meglio dell’umano, quindi la generatività. Dall’altra parte il cristianesimo è per gli adulti, dal Concilio in poi, perché incontrando Cristo l’umano esplode nella sua pienezza. Nelle comunità diventare adulti e scoprire la bellezza dell’amore, della donazione”, conclude don Matteo.

Fonte: Laura Badaracchi – Avvenire

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