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Il quinto albero – Guatan Tavara

Quando si circumnaviga l’isola d’Ischia, accade sempre qualcosa di sorprendente che induce ad emettere un vocalizzo carico di stupore: “wow”.

E questo non accade solo ai turisti che vedono l’isola per la prima volta: spesso gli stessi isolani, che la vivono 365 giorni all’anno, ne percorrono le strade, i sentieri, i tornanti, quando la osservano dal mare restano inebriati da tanto stupore, dalla meraviglia di avere un’opera d’arte sotto il naso e non averlo mai realizzato realmente.

E quand’anche, la stessa parete scoscesa a strapiombo sul mare, lo stesso istmo che si sottrae al borgo distinguendosi e lasciandosi bagnare dal mare nella quasi totalità, lo stesso faro che sembra dare il benvenuto ai naviganti – a chi arriva o ritorna e l’arrivederci a presto a chi invece parte – cambiando prospettiva e luce, sembra che abbia sempre una nuova versione di sé, un dettaglio o una sfumatura cromatica che la volta precedente sembrava non avessero colto e quella successiva, certamente sarà ancora più ricca.

Anche l’Amerigo Vespucci, pochi giorni prima di avvicinarsi alla nostra isola verde, si è nuovamente imbattuta in una portaerei americana, come una sessantina di anni fa accadde. Nel mar Adriatico, infatti, il 1° settembre di questo anno, la rotta dell’Amerigo Vespucci si incrociava con quella di una portaerei americana e alla domanda del Capitano di Vascello, via radio, “Siete il veliero Amerigo Vespucci della Marina Militare Italiana?”, dopo la risposta affermativa del Capitano di Vascello Massimiliano Siragusa, gli americani hanno risposto: “After 60 years you’re still the most beautiful ship in the world” (dopo 60 anni siete ancora la nave più bella del mondo). Lo stesso Capitano Siragusa che quando è arrivato a Ischia e ha incontrato i ragazzi del Nautico, deve aver aggiunto alla carica di intensità che già un mestiere come il suo si porta dietro, anche questo ennesimo riconoscimento, a distanza di anni e di evoluzioni tecnologiche.

“Buon vento ai miei futuri colleghi” ha detto agli allievi del nautico accompagnati dalla loro preside che ha fortemente voluto che i suoi ragazzi partecipassero, malgrado la scuola non fosse ancora ufficialmente iniziata.

Momento intenso, carico di orgoglio che ha impettito tutti i presenti, quell’orgoglio che sebbene sia lo stesso, porta con sé diverse emozioni stratificate nel tempo, dall’epoca che fu, quando i cadetti sognavano lo splendore, all’epoca che è: di generazione in generazione, si aggiunge la speranza degli aspiranti allievi e la nostalgia per chi non fa più in tempo a cambiare lavoro ma è sempre in tempo a coltivarne il sogno.

Dal 1978 il motto della nave è – Non chi comincia ma quel che persevera -.”Mantieni costante la tua rotta Re del Mare, spiega le vele, esplora, scopri e continua a farci sognare”. E lei, l’Amerigo Vespucci, continua a farci sognare, mentre scivola sui sogni di un’isola da sogno.

La aspettiamo, la osserviamo, a prima vista, mentre solca il mare fiera e solenne nella sua imponenza, sembra abbia tre alberi, alti, che si ergono maestosamente a trafiggere il cielo, come se solcare il solo mare non fosse già abbastanza. E invece ve n’è un quarto, ci confida un appassionato studente dell’Istituto Nautico, il bompresso, che si unisce al trinchetto, al maestro, alla mezzana. O così pare fino a quando non si affaccia all’isola, al suo porto, dove tutto è possibile e dove i sognatori, quelli che non si sono mai arresi, stringono gli occhi per guardare più lontano o, forse, più nel dettaglio.

Chi lo aspettava da est, chi lo aspettava da ovest e chi puntava dritto al faro dell’imboccatura del porto per poter poi vedere dipanarsi, ad uno ad uno, tutti e quattro gli alberi, con i loro tronconi, e confondeva il faro stesso con uno degli alberi dell’Amerigo, faro che sullo sfondo scorreva come scorrono i treni che si incrociano e sembra vengano risucchiati all’indietro; ecco svelarsi o rivelarsi come un quinto albero che nella storia della navigazione non è mai menzionato ma che nei cuori giovani di chi sogna, esiste ed esiste per davvero.

 “Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia. Carl Gustav Jung”.

E chi con lo sguardo si perde tra le vele della nave più bella del mondo, guardandosi dentro scopre il quinto albero, il “Guatan Tavara” quello che affonda le radici nell’imponderabile, e che proprio per questo ha una sua solidità; quello che porta lungo la rotta che non c’è e che forse proprio per questo è quella più ambita, sognata, nostalgicamente desiderata. E qualche volta, addirittura percorsa.

“Guatan Tavara è la strada che porta altrove. Nasce alla fine del tempo e muore dove il tempo inizia. È la strada che va in nessun luogo e in tutti i luoghi del mondo. Può essere ovunque e essere stata per sempre. Lungo Guatan Tavara incontri personaggi mai esistiti e te stesso. Attraversa città inventate e inevitabili, impossibili e radicate nel tempo”.

Il quinto albero è quello che non c’è e proprio perché manca ne rinforza la suggestione e la presenza, lo spazio ad esso dedicato e la presenza dai contorni talvolta sbiaditi, tal altra marcati.

È l’ala spezzata, è il sogno di quel che poteva essere e non è stato o non ancora, è altro da quel che appare e che i più vedono.

Il quinto albero è quello della riscossa, quello che fa attendere qualcosa che si palesa e mentre attendi, accade. Non è la distrazione che fa sfocare le immagini, come una luna piena nebulosa, come un miraggio che quando lo metti a fuoco svanisce. È la certezza che avevi sognato giusto, a colori. Il quinto albero è il Guatan Tavara che aspetti e che quando appare sembra che lo vedi solo tu e ti chiedi come fa il mondo a continuare a girare alla stessa velocità frenetica di sempre e a non sentire l’urgenza di rallentare, tra i passi, tra le ore che battono il loro imperterrito tic-tac, e come fa a non desiderare il suono della sabbia che scivola all’interno di una clessidra.

Il quinto albero è quello che ti autorizza e ti sostiene, incoraggiandoti a non smettere di sognare, desiderare, sperare, è quello che è talmente radicato nelle convinzioni di chi si guarda dentro da avere la granitica certezza che il sole tornerà a sorgere, che la luna tornerà a splendere nella sua pienezza, che la stagione in corso tornerà a ricominciare.

L’Amerigo Vespucci con il suo Guatan Tavara, passa in rassegna tutti i suoi alberi, e i sogni scorrono tra il faro e il castello, qualche volta rallentano, qualche volta sembrano tornare indietro e fare giri apparentemente senza senso per essere sicuri di avere lo sguardo di chi li insegue, e l’Amerigo Vespucci si allontana portandosi la fantasia di un arrivederci, lasciando all’orizzonte di Ischia, nella scia che crea, il Guatan Tavara, il suo quinto albero, il maestro della speranza, che in quanto bellezza, pura bellezza collaterale, resta la connessione più profonda con tutte le cose. Buon vento a chi sogna, a chi spera, a chi crea, sul ponte della vita, tra raggio, fantasia e miraggio.

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